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ROMANA PETRI racconta LE SERENATE DEL CICLONE

dicembre 17, 2015

ROMANA PETRI racconta il suo romanzo LE SERENATE DEL CICLONE (Neri Pozza)

di Romana Petri

Ho cominciato a scrivere questo libro dopo che erano passati 25 anni dalla morte di mio padre. In altri romanzi era già apparso, ma per costruire una storia intera su di lui non ero pronta, doveva passare del tempo. Quando ho capito che potevo cominciare, mi sono però resa conto che in realtà non volevo scrivere una redde rationem con chi non c’era più. Con lui di conti in sospeso non ne avevo, nel corso della nostra breve vita insieme abbiamo comunicato con ogni mezzo, dalle parole agli sguardi, a volte bastava una semplice piega del volto. È stato il grande amore a legarci, certo, ma anche l’immensa similitudine che ci rendeva non solo padre e figlia, ma anche grandi amici e complici. Non sono mancati, per fortuna, anche momenti burrascosi. Durante l’adolescenza l’ho rifiutato in modo sano, necessario, e per un po’ di tempo invece del padre eroe è stato il mio antagonista. Ma il sentimento che ci univa era forte. Trascorso il periodo del mio distacco critico, ci siamo ritrovati, e fino a che non è morto è stato tanto il padre reale quanto quello leggendario che aveva invaso e invasato la mia fantasia. Non credo che sarei diventata una scrittrice se sul mio cammino non ci fosse stato lui. James Hillman dice che veniamo al mondo con un seme conficcato vicino al cuore. È il nostro personale talento, quello che ci viene dato in dotazione, ma averlo serve a poco se non incontriamo qualcuno che ci aiuterà a coltivarlo. Per me è stato il mio “multiforme” padre. Cantante lirico di successo (ha portato il Don Giovanni di Mozart, con il maestro Karajan, in tutto il mondo), attore di cinema e cantante di canzoni, gli ho visto interpretare tanti di quei ruoli che per me, una bambina, quel padre era molte cose insieme oltre ad essere, sempre e comunque, anche mio padre. Il suo cantare e recitare mi ha dato un’altra prospettiva della vita. Senza rendermene conto devo aver pensato che vivere, per uno come lui, offriva la possibilità di essere più persone insieme. Dunque più vite da vivere, maggiori opportunità. E così, per farmi compagnia, suggestionata dai suoi tanti ruoli, cominciai a raccontarmi delle storie, a disegnarle e a ritagliarne i personaggi che poi facevo parlare e muovere proprio come fossero degli interpreti che guidavo io.



Fu prendendo in mano il libro di Elias Canetti, La provincia dell’uomo, che mi venne l’idea. L’avevo letto tanti anni prima quell’incipit, ma quel giorno, rileggerlo mi diede la chiave giusta. Diceva così: “Sarebbe una cosa bella se, a partire da una certa età, si diventasse di anno in anno più piccoli e si ripercorressero all’indietro gli stessi gradini per i quali ci si è arrampicati una volta con orgoglio”. È stato in quel momento che ho capito cosa volevo fare. Volevo rivivermelo tutto quel padre, anche la parte della sua vita che non avevo conosciuto. E allora ho cominciato dal giorno in cui è nato, me lo sono andata a riprendere dall’utero di mia nonna. Si tratta di un romanzo, non di una biografia, ci sono cose vere e cose inventate, ma anche quelle vera, si sa, una volta che vengono scritte assumono un’altra forma, un altro significato. I ricordi, a forza di essere ricordati, si trasformano ogni volta che vengono raccontati di nuovo. E un romanzo, in fondo, è un po’ come un ricordo molto rielaborato, dunque ricoperto di più strati. Di quest’uomo, che per me è stato anche leggenda, ho deciso di farne addirittura un nuovo mito. La letteratura ha questo di bello, puoi fare di un personaggio ciò che desideri e io ho voluto estremizzare una realtà già abbastanza estrema di suo. Dai racconti che mio padre mi aveva fatto sulla sua infanzia, adolescenza e giovinezza, ho costruito tutto un mondo che mi risuonava dentro da sempre, anche se non era stato il mio. È strana la sensazione che si prova in questi casi. Oggi, per me, l’unica realtà è quella molto romanzata che ho scritto. Le cose, una volta che diventano carta, prendono un che di definitivo anche agli occhi dell’autore. Razionalmente lo so che alcuni raccordi li ho dovuti creare io, eppure, ho l’impressione che quella sia stata, in tutto e per tutto, la vera infanzia, adolescenza e poi giovinezza di mio padre. È un romanzo sull’amor filiale, certo, ma anche un romanzo di avventure, di un mondo che era ancora giovane, di sogni arditi ma realizzabili. Mio padre fuggì da Perugia, dove era nato, all’età di 17 anni e se ne andò a Roma a studiare canto. E lo fece con le sue sole forze, contro il volere del padre, con il quale ebbe un pessimo rapporto. Fece il pugile, il cantante di canzoni americane nei night e il modello per i pittori di Via Margutta. Ho descritto di una giovinezza eroica e scavezzacollo, ho parlato di un ragazzo soprannominato Ciclone per la sua forza fisica, che all’età di 13 anni si mette a cantare serenate a pagamento alle belle di turno. E poi tutto il suo percorso di artista, la sua ascesa. La storia di chi veniva dalla provincia, con i nonni contadini analfabeti e i genitori che sapevano appena leggere e scrivere, e a 25 anni debutta alla Scala per diventare un famoso cantante. Ma un cantante davvero antesignano rispetto ai suoi colleghi che, all’epoca, avevano quasi tutti ben poca cultura. Lui, che aveva sempre studiato con passione la letteratura, non smise mai di coltivare l’amore per il latino, che parlava come l’italiano, e per i grandi narratori, soprattutto i russi. Bizzarro è che fisicamente proprio a un russo somigliasse.
Romana PetriAnche la seconda parte del romanzo comincia con una nascita: la mia. E qui la voce cambia, se prima ho usato la terza persona a questo punto a parlare sono proprio io. E si comincia di nuovo con ricordi che non potevo certo ricordare, ma che con il tempo sono diventati miei, perché la nostra infanzia ce la raccontano, altrimenti come potremmo mai ricordarla?
Non è semplice per una bambina avere in casa un gigante con un armadio pieno di costumi teatrali. Un giorno era Agamennone, un altro Faust, un altro ancora Don Giovanni, Macbeth, e poi molti forzuti del cinema di quegli anni. Era alto un metro e novantadue, aveva un fisico atletico, era biondo, aveva gli occhi verdi ed era veramente bellissimo. E poi era dotato di forte personalità, di fascino, ed era di una simpatia tracimante. Ciononostante, invece di soccombergli gli ho sempre tenuto testa. È stato questo a creare tra noi due, tra alti e bassi, un grande affiatamento. Era un legame di sangue, certo, ma per molti versi sembrava che sempre, e ad ogni occasione, ci scegliessimo.
Piccolissima, ho vissuto la sua dolce vita proprio come in un film. A casa nostra venivano Sergio Leone, Maria Callas, Karajan, Jack Palance, Alfonso Gatto, Giancarlo Fusco, Riccardo Muti e molti altri. Durante queste cene, io non venivo messa letto dopo Carosello come accadeva agli altri bambini, restavo a tavola con gli adulti. E bevevo le loro parole. Sentivo parlare di una sceneggiatura, di un’opera lirica, di un’interpretazione. Capivo quello che potevo capire a quell’età, ma ne venivo rapita.
Non è stato un padre perfetto, ma è stato un gran padre, di quelli che travolgono. Non a caso che il suo soprannome da ragazzo fosse Ciclone. Con lui c’era gran sugo anche a fare una litigata perché le rappacificazioni poi erano magnifiche, plateali. Con uno come lui, del resto, si viveva sempre un po’ sul palcoscenico. Quando sono cresciuta, mi sono resa conto che il gigante eroico che avevo in casa era anche d’animo molto fragile e feribile, che le sue zampate leonine e il fisico atletico non gli risparmiavano le cadute nelle malinconie. Quando smise di cantare gli si capovolse il mondo. Cambiò vita, ma alla vita nuova non seppe mai adattarsi. Allora i ruoli si invertirono e a proteggerlo fui io, ne divenni quasi la madre. Fino alla fine.

(Riproduzione riservata)

© Romana Petri

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La scheda del libro
I libri sui padri sono sempre una resa dei conti col morto che, in quanto tale, non parla. Non così questo libro insolito e straordinario, per metà puro romanzo e per l’altra metà memoir familiare, che parte invece dal giorno in cui il futuro padre nasce e ne reinventa la storia. Romana Petri racconta così i sessantatré anni di vita di un uomo, dal 1922 al 1985, ma anche quelli italiani, dal fascismo alla guerra alla ricostruzione al boom economico e oltre. C’è l’infanzia nell’Italia rurale nella campagna vicino a Perugia, e poi l’adolescenza condivisa con una banda di scavezzacollo in quella città allora poco più grande di un paese, tra serenate notturne al balcone della bella di turno ed esuberanti scazzottate coi soldati alleati giunti dopo la liberazione. E poi c’è una Roma carica di promesse, in anni in cui nessuna meta è preclusa: il benessere, le auto sportive, le villeggiature, le conquiste amorose, un successo che pare senza limiti. Infine, la realtà che cancella l’illusione di non poter mai più tornare indietro: la caduta, le crisi, le difficoltà da cui riemergere con la tenacia degli anni formativi.
Mario Petri detto “Ciclone” è un padre ingombrante. È grande e grosso ma capace di coltivare una sua fine sensibilità. Ha l’animo di un cavaliere antico, e il suo futuro sarà quello di un uomo di spettacolo nato per vestire i panni di personaggi eroici tanto nell’opera lirica quanto nel cinema. Intorno a Mario e Lena e ai figli nati dal loro grande amore s’incontrano tanti personaggi famosi, da Maria Callas a Herbert von Karajan, da Sergio Leone a Jack Palance e Tatiana Tolstoj. È un mondo fatto apposta per incantare una figlia che del padre, però, intuisce un lato segreto: l’animo fragile e indifeso in un corpo da gigante. Un padre che sa proteggerla fisicamente ma al quale fare anche un po’ da madre.
Con uno stile vivido e un linguaggio che come musica sa far risuonare gli accenti dialettali di un mondo lontano, Romana Petri riallaccia i fili della memoria di un’Italia scomparsa ma sempre giovane, come il protagonista che l’attraversa. Una storia vera che è anche, e profondamente, la sua storia. E alla forza della scrittura unisce la potenza di emozioni universali che si riverberano sul lettore così come si sono riverberate in lei e nella sua infanzia felice, quella di chi crede nel bene della vita che sta tutto intero laggiù a fare da scudo al futuro.

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ROMANA PETRI è nata a Roma e vive attualmente tra questa città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. È stata due volte finalista al Premio Strega. Traduttrice, editrice e critico letterario collabora con ttl La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue opere: Ovunque io sia(BEAT 2012), Alle Case venie, I padri degli altri, La donna delle Azzorre, Dagoberto Babilonio, un destino, Esecuzioni, Tutta la vita, Figli dello stesso padre Giorni di Spasimato amore.
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