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ANARCHIA COME ROMANZO E COME FEDE

gennaio 7, 2016

Anarchia come romanzo e fedeANARCHIA COME ROMANZO E COME FEDE di Antonio Di Grado (Ad Est dall’Equatore)

[Ascolta la puntata radiofonica di “Letteratitudine in Fm” con Antonio Di Grado dedicata a Anarchia come romanzo e come fede]

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recensione di Eliana Camaioni

Sembra avere la struttura dell’Inferno dantesco, lo splendido saggio “Anarchia come romanzo e come fede” di Antonio di Grado (ed. Ad Est dall’Equatore).
Un triplice percorso, fatto appunto di anarchia,  fede e letteratura; tre ingredienti cari all’autore, tre bisettrici che si intersecano in maniera diacronica e si accompagnano a vicenda – l’una il Virgilio dell’altra- in un movimento a spirale, che principia con la figura del ‘divino anarca’ e termina con una morale paolina, bellissimo approdo del complesso cammino: “Se qualcuno di voi si crede sapiente, si faccia stolto per divenire saggio”.
Il viaggio fra i gironi degli anarchici  inizia con la definizione del concetto di anarchia, e il sommo della  porta starà tutto nella chiusa della praefatio: “Allora, da credente, chiamavo tutto questo speranza. Oggi a quel sogno do un nuovo nome, meno astratto, più propizio a una ‘nuova terra’. Quel nome è anarchia”. E’ l’approdo che fa da inizio, è la summa della ricerca -personale e scientifica- condotta sull’argomento da Antonio Di Grado, frutto di studi (una lectio su Cristianesimo e Anarchia tenuta da Di Grado per l’Ateneo Libertario Etneo) e di percorsi personali, che affondano nella fede stessa dell’autore (un sermone tenuto nel 2001, officiando il culto in una chiesa protestante di Zurigo). Dalla combinazione di questi due mondi, professionale e privato, ha origine il percorso che Di Grado ci regala col suo pamphlet.
Varcato l’uscio, incontreremo in primis la schiera degli ‘anarchici della fede‘, nel rapporto fede vs religione: dalla figura straordinariamente anarchica di Gesù (scandagliando il Vangelo di Marco -forse il  più autentico dei quattro- e le ipotesi che vogliono Cristo Zelota, navigando verso l’Acheronte delle altre teorie) si indaga il rapporto difficile fra il messaggio rivoluzionario (nei secoli edulcorato) di Cristo, ed una Chiesa ‘inventata’ da San Paolo e oggetto di disquisizione fra gli intellettuali: Ellul, Barth, Gide, ma su tutti Proudhon, che scrivendo a Marx – invitandolo a ‘non cadere nell’errore di Lutero’- ravvisava la necessità di “separare Cristo da tutte le Chiese”.

Il viaggio prosegue con la seconda schiera, quella degli ‘anarchici dello stato‘. E’ il  periodo convulso a cavallo fra Otto e Novecento; soffia aria di Rivoluzione,  e nei salotti beurgeoises ci pensano due “A” ad  épater  i perbenisti: sono l’Adulterio e l’Anarchia.
Si leva un grido solo, in quegli anni, dall’America di Thoreau alla Russia di Tolstoj, passando per Simone Weil, fino al nostro De Roberto, la cui componente anarchica e rivoluzionaria è colpevolmente taciuta dai libri di scuola, che lo preferiscono fratello minore della produzione verista isolana. E’ questo fermento anarchico – costruens o destruens secondo Bakunin- che farà leggere Kropotkin a De Roberto: rivoluzione come risveglio dell’intelligenza umana, negli spiriti più che nelle istituzioni. Ed  è questo lo spirito da cui il siciliano partirà, per approdare ad un nichilismo che supererà di gran lunga il messaggio leopardiano della Ginestra. In Spasimo  ed Imperio, due opere meno note di De Roberto, una vera e propria ferocia farà da fil rouge, fino alla tragica profezia secondo la quale ‘un nuovo partito sorgerà, e saprà che la radicale soluzione indicata dalla stessa natura è una sola: la morte’, approdo di quel nichilismo puro che in Italia avrà appunto De Roberto come più incisivo ed autorevole teorico.

Infine, il fortissimo ossimoro ‘una religione laica‘, ci farà uscir a riveder le stelle.  Protagonista assoluto sarà Pietro Jahier, l’unico scrittore protestante della letteratura italiana del Novecento: affondando nei dettami della religione valdese e del suo popolo coraggioso che sembra quasi mimesi di Cristo -più volte ucciso, più volte risorto-  e nell’opposizione Cristo vs religioni, si chiuderà in modo circolare il nostro assunto di partenza, il rapporto fra anarchia, fede e religione che inaugurava il cammino intrapreso, vero e proprio regalo che Antonio di Grado fa ai suoi lettori.

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Antonio Di Grado (Catania, 1949) è professore ordinario di Letteratura italiana nel Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania. È direttore scientifico, designato dallo stesso scrittore, della Fondazione intitolata a Leonardo Sciascia a Racalmuto. Vive a Catania, dove è stato assessore alla cultura e presidente del Teatro Stabile.
Numerosi i volumi di storiografia e critica letteraria da lui pubblicati; tra gli ultimi: La vita, le carte, i turbamenti di Federico De Roberto, gentiluomo; Giuda l’oscuro. Letteratura e tradimento; L’ombra dell’eroe. Garibaldi nel romanzo italiano; Divergenze. Borgese, Malaparte, Morselli, Sciascia.

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