Home > Recensioni e segnalazioni > QUATTRO SCRITTORI QUATTRO SICILIE

QUATTRO SCRITTORI QUATTRO SICILIE

gennaio 7, 2016


QUATTRO SCRITTORI QUATTRO SICILIE
 a cura di Dario Stazzone (Le Farfalle)

E. Patti – C. Levi – G. Comisso – C. Sofia

di Anna Vasta

Della Sicilia, di quest’Isola di indefinibile identità, di storia spuria, ibrida di miti, di ancestrali memorie, di archetipiche coralità,  di un fabuloso immaginario che affonda nella notte dei tempi, non è possibile parlare senza sconfinare nella letteratura. Anche quando nella prospettiva di sguardo prevale l’interesse antropologico  e il punto di vista storico, politico o sociologico. Nel 1952- gli anni della ricostruzione, dell’ottimismo, della fede nelle “magnifiche sorti e progressive” di un’umanità  uscita dalle macerie della guerra piagata, ma non vinta, determinata a seppellire i morti, a dimenticare i padri-“L’ Illustrazione italiana” pubblicò un fascicolo speciale dedicato alla Sicilia.
In quel clima di fermenti, di grandi speranze, di attenzione alle aree regionali più economicamente depresse, ma culturalmente fertili, la Sicilia destava  particolare  interesse per una sorta di extraterritorialità in  cui la poneva la sua isolitudine. Dei sedici articoli di scrittori e intellettuali, che componevano il numero della rivista del mese di dicembre, Dario Stazzone, l’autore di questo prezioso libretto “Quattro scrittori. Quattro Sicilie” edito per Le FarfalleEdizioni 2015 di Angelo Scandurra (pag. 96, € 12,00), sceglie gli scritti di quattro autori, Patti, Levi, Comisso, Sofia, per raccontare  attraverso le loro voci, una Sicilia-la sua Sicilia-ossimorica, di contrasti e dissonanze, di laceranti divisioni e pacificanti riconciliazioni.

La Sicilia di Ercole Patti, in Arrivo in Sicilia – descritta per filmiche sequenze, e angolature di sguardo in rapida successione da un treno in corsa – è figura di epifania, gustata, goduta quasi per una congiura dei sensi in una esaltazione percettiva di odori, colori, inebrianti profumi.  Quelli  della zagare che arrivavano a zaffate da giardini e orti e si mescolavano a un sapore aspro di salsedine.  Il sapore del mare, di quel mare omerico – lo Ionio del mito e dei vissuti quotidiani – che lungo la costa da Messina a Catania inseguiva il treno sin sotto le rotaie. Immagine d’aria, di luce, non contaminata dalla tabe letteraria, non offuscata dal filtro di suggestioni estetizzanti, di introspezioni dai torbidi risvolti, ma fragrante di emozioni immediate, vivida delle fresche sensazioni dei ritorni.

La Sicilia di Carlo Levi in Attorno all’Etna, pur conservando il fulgore abbagliante delle sue coste, la vitalità pensosa, di bambini che passano sui carri tirati dai cavalli  infiocchettati, diritti sul sedile, silenziosi e confidenti, di donne dal viso largo, dai capelli a corona, dai grandi lunghi occhi, come statue arcaiche, che raccolgono le olive, di contadini curvi nei campi, di un popolo felice di eleganza e di grazia, man mano che ci si addentra nel dominio del Vulcano, nel suo meraviglioso e terribile paesaggio nero e viola di lava, morsa da un vento antichissimo in onde increspate e bizzarre,  sembra pietrificarsi in una Natura austera e arcaica. Dove il mito ritorna nella titanica forza di giganti, divinità del fuoco e demoniche creature. Per ritrovare il suo misterioso incanto tra le piazze, le chiese, le leggiadre architetture del Vaccarini, in una buia oscura lavica Catania.

Ma basta allontanarsi dagli spazi protetti della città, e avventurarsi nelle sciare dei paesi etnei, abitate dal caos di una vegetazione spontanea senza freni, perché  l’Etna col suo  catasto magico ristabilisca il suo regno.  Per lo scrittore torinese tuttavia la ferocia, la crudeltà, la vera minaccia per l’uomo non viene dalla natura, ma dai suoi simili.  A Bronte, la Ducea dei Nelson rappresenta l’ultimo avamposto di un feudalesimo medioevale rapace e onnivoro che resiste alle riforme agrarie, agli sforzi di riscatto e di emancipazioni di braccianti e contadini, profanando con la sua turpe cupidigia la naturale bellezza di contrade, campi, cortili dai nomi gentili e poetici.

Da Levi a Comisso, veniamo catapultati in una Sicilia del sogno, della visione. Una Sicilia di greca classicità e di elleniche, orientali mollezze.  In templi e vestigia greche, lo scrittore trevigiano da Taormina e il suo glauco mare  sino a Siracusa, e poi ad Agrigento, Selinunte, Segesta, numinose e fantasmatiche  nella luce rosata delle loro rovine, rincorre i topoi, gli archetipi, i simulacri di una grecità che non risulta di maniera, solo per la forza attrattiva che esercita sulla sua inquietudine di uomo del proprio tempo, per il pathos nostalgico che gli fa vivere e soffrire uno stato edenico come irreparabile perdita.

Nell’articolo di Corrado Sofia sulla “Masseria siciliana” si narra una Sicilia felix, un mondo rurale – vero nella finzione del ricordo – di padroni umani e cortesi, e di contadini devoti; di opere e giorni, di virgiliane fatiche e arcadiche  consuetudini. Un mondo in via d’estinzione per la modernizzazione dell’agricoltura che avrebbe trasformato le proprietà in aziende e i contadini in operai.  Anche questa, una Sicilia mitica, di miti legati alla terra, ai suoi riti, ai suoi cicli, di un novello Candide con il cuore al passato – un passato intimo, soggettivo – e lo sguardo ad una dimensione  d’esistenza improponibile in un presente avviato verso un irredimibile degrado.

Nel raccontare una Sicilia a più voci, puntualmente ricostruite con la finezza e la sensibilità di un  letterato dalla forte tempra di scrittore, Dario Stazzone non sfugge all’irresistibile  richiamo di un’Isola che, pur nella sua prorompente fisicità di luogo, si configura come metafora di una condizione umana di emblematica valenza. Il suo saggio introduttivo oltrepassa la misura critica in pagine di ampio respiro letterario come accade ai critici-scrittori; tiene uniti i vari momenti narrativi ed evocativi in una visione d’insieme, anche grazie alla sobria eleganza della forma e all’uniformità delle tonalità stilistiche.

* * *

Dario Stazzone è nato a Catania, dove vive. Dottore di ricerca in italianistica, si occupa di letteratura italiana e teoria della letteratura. I suoi articoli, apparsi su “Belfagor”, “Sinestesie”, “Otto/Novecento”, “Oblio”, “Quaderns d’Italià”, “Annali della Fondazione Verga”, “Agorà” e “Nuova Prosa” riguardano Michelangelo poeta, Verga, Capuana, De Roberto, Carlo Levi, Gatto, Addamo, Emilio Greco poeta, Pasolini, Luzi, Sciascia, Bufalino, Consolo e Attanasio. Diversi i suoi saggi dedicati a Carlo Levi e Vincenzo Consolo. Per le sue cure sono stati ripubblicati la monografia Catania di Federico De Roberto (in collaborazione con Rosalba Galvagno) e Il patrimonio artistico di Catania dello stesso De Roberto.

Advertisements
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: