Home > Autoracconto d'autore (l'autore racconta il suo libro) > GIOVANNI COCCO racconta LA PROMESSA

GIOVANNI COCCO racconta LA PROMESSA

gennaio 8, 2016

GIOVANNI COCCO racconta il suo romanzo LA PROMESSA (Nutrimenti)

La promessa, il nuovo romanzo di Giovanni Cocco, seguito ideale de La Caduta (Nutrimenti, 2013), è uscito da qualche settimana per l’editore Nutrimenti. L’autore ci racconta il suo libro.

di Giovanni Cocco

1
La promessa rappresenta un unicum all’interno della mia esperienza di scrittura: nessun disegno prestabilito, nessun progetto a tavolino, ma un romanzo scritto quasi di getto e l’urgenza di raccontare una storia che mi aveva particolarmente coinvolto.
Un romanzo che parte da un fatto di cronaca (il disastro aereo sulle Alpi francesi dello scorso marzo che ha coinvolto il volo 4U9525 della Germanwings, causato dalla volontà suicida del copilota Andreas Lubitz) per arrivare a raccontare esperienze universali.
Si tratta di un libro scritto “in presa diretta”, in cui fatti pubblici e accadimenti privati del protagonista vanno di pari passo.
Come ha scritto qualcuno di recente, La promessa è il mio romanzo “acustico”. Se La Caduta era un romanzo con le chitarre elettriche sguainate (per usare una terminologia springsteeniana), certamente La promessa è il mio Nebraska, un romanzo più intimista, scritto senza orpelli, che va dritto al sodo.
Ecco l’attacco.

“François è il sindaco di Le Vernet, il piccolo villaggio di centocinquanta abitanti arrampicato sul col de Mariaud, dove è avvenuta la tragedia del volo 4U9525.
Alle sette del pomeriggio, mentre la notizia continua a rimbalzare su tutti i principali canali televisivi francesi, Balique è al telefono con qualcuno del Ministero dell’Interno.
Nella struttura in cui siamo ospitati, un basso edificio esagonale con la scritta Secrétariat de Mairie, che fa anche da posto di ritrovo, sala polivalente e ufficio postale, parla al telefono in maniera concitata. Dalla vetrata intravedo dei campi da tennis e un lugubre condominio a tre piani.
Fa freddo, ho dovuto indossare un maglione più pesante. Siamo ormai in primavera ma da queste parti il fuoco del camino rimane acceso fino a maggio.
Osservo le persone attorno.
Qualcuno attraversa la strada e si dirige verso il Bistrot Le Vernet, dove un uomo tarchiato con gli occhiali, sulla sessantina, è impegnato a servire dei caffè. Una lavagna posta all’esterno del locale suggerisce i piatti del giorno: assiette de cochonaille e salade composée, lasagne, entrecôte-frites e frutta di stagione.
Accanto al bar una scritta che recita Salle Communale Henry Mollet.
All’inizio del paese un cartello pubblicitario ormai sbiadito invita al Camping Le Vernet Lou Passavous e al ristorante L’Inattendu.
Lo sguardo indugia verso le montagne.
Le Vernet è un paese di poche pretese in mezzo a un territorio aspro e montuoso stretto a nord dalla valle dell’Ubaye, con le mete turistiche e i centri attrezzati del lago di Serre-Ponçon, a est dalle montagne della Blanche, a ovest dal massiccio delle Monges e a sud dalla città di Digne, che dista una trentina di chilometri.
Qualche casa col tetto spiovente sparsa qua e là lungo la strada principale, un ponte che permette di entrare in paese superando il primo tratto del fiume Bès. Una piccola chiesa dedicata a santa Marta, accanto a cui sorge il cimitero e, di fronte, una casa semiabbandonata color panna con le persiane azzurre e un patio in legno, che sembra uscita da un romanzo di Joe Lansdale; un centro storico con una fontana, case diroccate, stalle, una legnaia e poco altro, a parte i numerosi cartelli con la scritta À vendre. Per arrivare nella cittadina più vicina, Seyne, occorre percorrere oltre dieci chilometri in direzione nord attraverso la D900.
Una strada desolata, circondata da boschi rigogliosi e da campi coltivati a frumento e cereali che, d’inverno, si trasformano in un’unica distesa indistinta di neve. Qualche vecchia fermata del bus di quelle che oggi non si fanno più, con il cemento e la malta a vista e, di tanto in tanto, una casa isolata.
Situata su un altipiano poco frequentato durante i mesi invernali, d’estate Le Vernet si rianima, grazie alle numerose seconde case e ai sentieri per le escursioni.
Così mi hanno raccontato.
Ho fatto un giro per le vie del paese, facendo amicizia con un certo Jean-Luc, uno del posto. Ho ordinato un noisette al bistrot, osservando l’arredamento del locale, con le piastrelle rosse e il banco che offre croissant e pain au chocolat, poi sono tornato alla Mairie.
Balique dispensa ordini, una donna prepara una pentola con del tè caldo per le squadre di soccorso. Uno degli uomini si avvicina al sindaco, gli sussurra qualcosa all’orecchio, poi gli cede la trasmittente.
Un elicottero sta sorvolando la zona dell’impatto, nei pressi della tête de l’Estrop, il picco più alto del massiccio dei Trois-Évêchés, a oltre tremila metri.
“Solo rottami”, gracchia la trasmittente. “Neve e rottami”.
Balique abbassa il capo. Poi prende il telefono e si dirige verso l’esterno.
Le poche parole che riesco a intuire mentre il sindaco è al telefono sono: “Nessun superstite”.
Mentre il mondo intero s’interroga sul misterioso disastro aereo che ha coinvolto l’Airbus A320 della Germanwings e le centocinquanta persone a bordo; mentre i giornalisti raccontano la storia dei sedici liceali tedeschi del Joseph-König-Gymnasium di Haltern am See, una piccola cittadina della Ruhr, che hanno perso la vita insieme ai due insegnanti dopo un soggiorno-studio in Catalogna; mentre le tv si soffermano sulla tragedia dei due celebri cantanti che il giorno prima si erano esibiti nel Sigfrido di Wagner al Gran Teatre del Liceu di Barcellona. Mentre tutto questo accade, François Balique cerca di spiegare a quelli del Ministero dell’Interno che tutto quello che può fare, e che sta già facendo insieme a un centinaio di volontari arrivati dalle valli e dalle località circostanti, è cercare di arrivare sul posto prima che faccia buio.
“Con le jeep cariche di legna”, aggiunge.
Quando gli chiedono spiegazioni, Balique risponde con la sicurezza tipica dei montanari, quelli abituati alle cose pratiche: “È l’unico modo che abbiamo per tenere lontani i lupi”.
“I lupi?”, gli domandano.
“Sì, un branco che si aggira per le montagne. La scorsa settimana ha sbranato un intero gregge di pecore al pascolo”.
“Non riesco a seguirla”.
“Pensavo ai parenti, alle famiglie delle vittime. Vorremmo evitargli almeno questo scempio”.
Alle otto di sera intorno ai resti delle vittime e alla carcassa dell’aereo vengono accesi dei fuochi.
I lupi, questa notte, dovranno accontentarsi d’altro”.
 

2
Giovanni CoccoI protagonisti del romanzo sono due: Vincent De Boer (che coincide con la voce narrante), un ex giornalista che si reca sui luoghi del disastro per raccontare quello che accade nel piccolo villaggio di Le Vernet e Andreas Lubitz, il 27 enne copilota suicida, colui che ha deciso di mettere fine alla propria vita trascinando con sé 149 vite innocenti.
Due uomini colti in un momento di grande crisi personale, entrambi alle soglie della maturità, con  parecchi tratti in comune.
Entrambi aspettano un figlio, entrambi soffrono di gravi disturbi psichiatrici, tutti e due si trovano nelle condizioni di dover rinunciare a quello per cui si sono spesi per tutta la vita: il sogno di diventare un giornalista per Vincent, quello di diventare pilota per Lubitz. Se nella Caduta il racconto si incentrava sul momento dell’infanzia e della preadolescenza, ne La promessa lo scarto è evidente. Vincent e Andreas riflettono sulla propria vita quando stanno per entrare nell’età della maturità. Il loro è un percorso doloroso, segnato dalla malattia e dai dubbi. Dal conflitto generatosi in seguito all’esperienza di una paternità non desiderata. Una riflessione sui sogni che non si avverano e sul dolore che la rinuncia comporta. Le loro esperienze personali sono così simili che le loro vite, a un certo punto del romanzo, dovrebbero sfumare una nell’altra: la depressione per Vincent e il burnout per Lubitz. I tradimenti di Vincent e quelli di Lubitz.
Ecco un passaggio.

“In un punto preciso di questa storia, mentre le mie ricerche volgevano alla fine, ho deciso di sospendere il giudizio, pensando che non era giusto cercare di entrare nella testa di Andreas Lubitz.
Il giorno in cui ho deciso di occuparmi di questo caso ho saputo da subito che questa vicenda mi avrebbe profondamente cambiato.
Nondimeno ho deciso di proseguire, di andare a visitare con i miei occhi i luoghi dell’incidente, di provare a ricostruire, seppure parzialmente, la biografia dello ‘sposo della morte’ che aveva deciso di mettere fine alla propria vita e a quella degli altri centoquarantanove passeggeri del volo 4U9525, di provare a scavare dentro l’animo di un uomo che, non ancora trentenne, aveva scelto di compiere una strage.
A distanza di tempo credo di essermi immedesimato in questa storia, di avere provato a scavare nei recessi più profondi di questa mente malata proprio perché lui, Andreas Lubitz, l’autore della strage, in fondo non era tanto diverso da me.
E, in fondo, da tutti coloro che almeno una volta nella vita hanno avuto a che fare con gravi problemi psichiatrici.
Mimando di continuo il suo gesto, le sue azioni, nel tentativo di portarne alla luce i problemi, le motivazioni che lo avevano portato a compiere un gesto così tremendo, mi sono accorto che, giorno dopo giorno, ho iniziato a provare verso quell’uomo qualcosa di diverso dallo sdegno e dalla repulsione che, al contrario, egli riusciva a provocare nella stragrande maggioranza delle persone coinvolte in quella tragica vicenda.
Il fatto di avere scelto il suo punto di vista, e non per esempio, quello delle vittime o dei parenti delle vittime, in altre parole, non è stato frutto del caso. Quel ragazzo di ventisette anni, e mi viene un brivido nel pronunciare queste parole, poco alla volta mi era divenuto familiare.
Uno dei motivi che mi aveva spinto, da subito, a occuparmi di questa vicenda, il motivo stesso per cui non sono più riuscito a liberarmene, era la sua universalità.
Il fatto che fosse una storia capace di proiettare al proprio interno non solo la mia esperienza personale, ma tutto un immaginario.
L’atto del suicidio, come è noto, è un gesto profondamento umano. Molte sono le ragioni che possono spingere un individuo a togliersi la vita, a cominciare dalla disperazione. Secondo Lacan, addirittura, esso rappresenta ciò che distingue l’uomo dagli altri essere viventi, gli esseri umani dagli animali, un atto deliberato in cui centrale è la manifestazione di una volontà.
L’indipendenza del volere di cui parlava Lessing”.

* * *

Giovanni Cocco è nato a Como nel 1976.
Ha pubblicato Angeli a perdere (No Reply, 2004), La Caduta (Nutrimenti, 2013, Premio Selezione Campiello), Ombre sul lago (Guanda, 2013, in coppia con Amneris Magella), Il bacio dell’Assunta (Feltrinelli, 2014), Omicidio alla stazione Centrale (Guanda, 2015, in coppia con Amneris Magella) e La promessa (Nutrimenti, 2015).
I suoi romanzi sono tradotti o in corso di traduzione in 37 Paesi.

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

 

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: