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L’ORO DI SAN BERILLO

gennaio 22, 2016

L’ORO DI SAN BERILLO (Algra editore) di Domenico Trischitta, con le foto di Giuseppe Leone e la prefazione di Pippo Baudo

Il quartiere di una città come metafora di una «tragedia esistenziale», di un doloroso processo di «ricerca della propria identità».
San Berillo ha avuto grande importanza nella mia gioventù catanese“, scrive Pippo Baudo nella prefazione di questo libro. “A metà degli anni ’50 tutta la città passeggiava riversandosi in via Etnea”, prosegue il Pippo nazionale, “e, per noi diciottenni, c’era una deviazione obbligatoria verso il quartiere San Berillo dove, in case compiacenti e autorizzate, si dava libero e poco costoso sfogo ai nostri bollenti spiriti. (…) Improvvisa si sparse una notizia: San Berillo sarebbe stato demolito e sarebbe sorto un grande quartiere per fare affacciare Catania alla distesa azzurra del suo mare.

Il libro in questione si intitola “L’oro di San Berillo“, è pubblicato da Algra e contiene un testo teatrale in due atti di Domenico Trischitta arricchito dalle foto di Giuseppe Leone (nonché dalla citata prefazione di Pippo Baudo).

Ho avuto modo di discuterne con i due “protagonisti”…

– Partiamo dall’inizio, caro Domenico Trischitta… ovvero dai tuoi legami con questo quartiere così particolare della città di Catania, che è appunto San Berillo. Cosa puoi dirci in tal senso?
Rappresenta la mia formazione, la mia provenienza. I miei genitori erano cresciuti lì, in via Celeste, la strada che finiva di fronte al cinema Mirone, oggi King. Come molti altri abitanti, subirono una sorta di deportazione forzata nel nuovo San Berillo, dove io sono cresciuto sulla strada assieme ad altri ragazzi, che poi è il plot del mio romanzo “Una raggiante Catania”. Direi che è fondamentale nella mia scrittura, sia letteraria che teatrale.

– Proviamo a conoscere un po’ meglio luogo e abitanti per chi non è di Catania e non conosce il luogo protagonista di questo libro. Se dovessi provare a tracciare una sorta di identikit di San Berillo, cosa diresti?
Era uno dei quartieri più vivaci della Catania popolare tanto cara a Martoglio, ospitava una variegata umanità, pupari, artigiani, pescatori, ma anche gente di malaffare e professionisti della piccola borghesia. Ma anche scrittori come Vitaliano Brancati e Goliarda Sapienza. Erroneamente si è sempre pensato che fosse un quartiere a luci rosse, in realtà lo diverrà la parte superstite dopo la legge Merlin e lo sventramento. Anche questo è un altro danno provocato da una cieca politica affaristica.

– In che modo San Berillo può essere considerato come metafora?
Ne hanno scritto prima di me Brancati, Sapienza, Addamo… possiamo senza dubbio affermare che è il genius loci di Catania. La riflessione letteraria passa necessariamente per quel luogo, ancora oggi museo dell’orrore a cielo aperto. Una delle scene più importanti de “Il Bell’Antonio” è la morte di Alfio Magnano all’interno dell’alcova di una prostituta, ma anche Addamo ne “Il giudizio della sera” ne descrive l’aspetto raccapricciante e desolante durante i bombardamenti del secondo conflitto. Poi l’abbattimento ha completato l’opera ma alimenta ancora riflessioni e rabbia.

– Raccontaci qualcosa sulla genesi di questo libro, composto da un tuo testo teatrale in due atti e corredato dalle foto di Giuseppe Leone: come nasce “L’oro di San Berillo”?
Nel 2005, incoraggiato da Orazio Torrisi e Pippo Baudo (allora Direttore e Presidente dello Stabile catanese) scrissi quest’opera teatrale che partiva dai racconti di mio padre su i suoi ricordi di San Berillo. L’allestimento alla fine non si realizzò, anche se dopo alcuni anni curai una mise en espace da Reba con Donatella Finocchiaro, Francesca Ferro, Francesco Di Vincenzo, Cosimo Coltraro e Orazio Mannino, scelta provocatoria perchè portata in scena in un luogo che non era teatro. Poi l’incontro con Giuseppe Leone che lesse il copione e decise di affiancare una sua ricerca fotografica sul quartiere per farlo diventare libro. Due trame, una teatrale e una visiva che si sono fuse perfettamente.

– Cosa rimane, oggi, di questo quartiere che, sopravvissuto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, hai poi dovuto fare i conti, alla fine degli anni Cinquanta, con un vero e proprio “sventramento urbano” (così come giustamente è stato definito)?
Rimane lo scempio delle aree desolate di Corso Martiri della libertà e quel che resta del quartiere a luci rosse, popolato dagli ultimi trans, i sopravvissuti della  prostituzione illegale, in attesa che si compia l’ennesima speculazione edilizia.

* * *

– Caro Giuseppe Leone, in che modo la fotografia può restituire l’anima di una città, di un luogo, di un quartiere?
Lavorando sulla memoria, essa restituisce il prestigio che quel luogo aveva. Ogni scatto ricorda alla gente il vissuto umano che lega le persone ad un luogo.

– Che cosa ti lega al quartiere di San Berillo?
Il San Berillo l’ho conosciuto trent’anni fa. Nessun legame, solo una lunga documentazione che via via ha mostrato il cambiamento e il degrado che ha investito parte del quartiere.

– Che tipo di narrazione offrono queste tue foto che hai messo a disposizione per “L’oro di San Berillo”?
La narrazione è lampante, documenta la vita che pullulava nel quartiere negli ultimi anni.

– Se, tra le varie foto presenti nel libro, dovresti scegliere quella che – a tuo giudizio – è maggiormente “rappresentativa” (del luogo e del libro), quale sceglieresti? E perché?
La fotografia che sceglierei è quella in cui le prostitute sono sedute davanti casa e i passanti camminano per la strada, vicino a loro, indifferenti. Questa fotografia mostra una chiara visione del mercato umano che investe il quartiere.

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Domenico Trischitta, catanese, è scrittore e autore per il teatro. Ha pubblicato il romanzo Una raggiante Catania (Excelsior 1881), vincitore del Premio Martoglio, e il romanzo Glam City (Avagliano). Nel 2015 porta in scena il suo testo teatrale Sabbie Mobili, prodotto dal Teatro Stabile di Catania.

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© Letteratitudine

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