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Uno scrittore allo specchio: ANTONIO TABUCCHI

gennaio 23, 2016

File:Antonio Tabucchi.jpgUno scrittore allo specchio: ANTONIO TABUCCHI

di Simona Lo Iacono

Lo specchio somiglia a un gioco che facevo da bambino, il gioco del rovescio. Mi acquattavo tra le campagne brullose che costeggiavano la casa dei nonni, in Toscana. Disteso, i calzoni sbragati sulle ortiche, estraevo dalla cintola uno specchietto da borsa, trafugato dalla cassa dei vestiti invernali.
Era, quella cassa, un inaspettato covo di fantasmi, perchè poteva contenere ogni genere di residuo, scampoli sopravvissuti alla ferocia del tempo. Scarpe di un moribondo, ad esempio, che al momento del trapasso aveva deciso di morire scalzo; velette di antenate civettuole che esalavano odore di naftalina e camposanto. O guanti di seta, tarlati e ancora sporchi della polvere di un loggione di teatro. Gli oggetti parlavano ed evocavano storie di morti senza rassegnazione, e io che li trafugavo come un ladro ero stato eletto re di tutte le loro incompiutezze.
Per questo lo specchio venne a posarsi sulle mie mani, perché scoprissi in esso un’altra dimensione della realtà, la più vera, quella del contrario.
Se infatti me lo mettevo davanti, vedevo ciò che mi stava dietro. E se alzavo la mano destra lui mi faceva alzare la sinistra, e se anche mi guardavo, non era me stesso che vedevo, ma un altro, che mi osservava.
Ho così compreso che per cogliere la dimensione del reale, dovevo attraversare la superficie di quello specchietto, e che oltre avrei finalmente dato un altro volto alle cose e mi sarei chiesto, fiducioso e al tempo stesso titubante, quale delle due visioni fosse vera, se quella che si specchiava o quella specchiata.
Così, rincorrevo le lucertole con il solo riflesso, e quando le immobilizzavo con il bastoncino ne afferravo, sullo specchio, lo sguardo annichilito e sofferente, che mai l’osservazione diretta mi avrebbe dato, e le lasciavo andare.
Oppure mettevo gli scarafaggi sulla superficie e così ne scoprivo il ventre rugoso, le zampette esauste e rinsecchite, tutta la fisionomia invertebrata e purissima come quella di un angelo.
Ferire gli animali mi era impossibile dopo averli osservati allo specchio, e rifuggivo tutti i giochi che prima mi divertivano, perché sapevo ormai che la realtà aveva un altra e più dolorosa natura, che con lo specchio mi era ormai chiara.
E finii per diventare specchio io stesso.
A figurarmi, anche senza rifrangere le cose in alcuna superficie, che oltre esse – e in esse – stava un’altra e più arrendevole vita, o forse un segreto nascosto e bruciante, una ferita, un dono, un sogno.
Poteva esserci tutto dietro un oggetto e una persona, e io iniziai a preferire ciò che si nascondeva a ciò che si vedeva, e a capire – inesorabilmente – che scrivere consisteva proprio in questo: nel rivelare.
Da allora non ho più smesso. E si può dire che la mia vita sia consistita solo in questo: nel cercare oltre, nel figurarmi sempre l’apparenza come un velo da tagliare, e – oltre il taglio – nello scoprire un inedito e popoloso mondo di creature.
Così, non sono stato guidato che da rivelazioni successive che mi hanno portato in luoghi, in parole sconosciute, in personaggi. Attraverso queste rivelazioni sono stato chiamato a vivere nella città di Lisbona, e – sempre grazie ad esse – scrittori trapassati hanno cominciato a vivermi accanto senza più smettere di esistere.
Quando si inizia ad addomesticare il mistero e a considerarlo un compagno, il rovescio dello specchio infatti non è più l’eccezione, ma la regola. E tutto, proprio tutto, può essere raccontato, l’insignificante più del significativo, il nascosto più del sublime, il brutto più del bello. E, soprattutto, l’invisibile più del visibile.
Ormai, quando mi pongo davanti allo specchio, non mi piego più ad alcuna definizione. Non mi dico, sei un bel vecchio, e neanche sei un attempato signore, ma sconsiderato e un po’ fuori moda. E non conto le rughe, che pure rivolano a piacimento sul volto, nè sorrido allo spazio vuoto sopra il labbro, che prima coprivo coi baffi. Mi sistemo la giacca, attendo che cada sulle spalle come un riparatorio gesto di protezione. Poi inforco gli occhiali e sussurro: “Niente paura, Antonio Tabucchi. Sei solo un uomo con una storia da raccontare”.

[Articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”]

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