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STEFANIA AUCI racconta FLORENCE

gennaio 28, 2016

STEFANIA AUCI racconta il suo romanzo FLORENCE (Baldini & Castoldi)

di Stefania Auci

Non è facile parlare dei propri figli con obiettività. Il genitore riconosce nelle proprie creature quelle sfumature che lo legano a lui: gli atteggiamenti, quel modo particolare di muovere le mani, gli sguardi, la fisicità. Non solo il colore dei capelli o la forma del viso.
C’è qualcosa che va oltre e che parla di sensazioni che, per quanto possano passare gli anni, rimangono intonse, prova di un’affinità destinata a continuare negli anni.
Con i romanzi accade la stessa cosa, o così è per me.
Florence è il terzo dei miei figli di carta (tra quelli pubblicati), e credo che rimarrà nel mio cuore a lungo, proprio per il forte legame che sento con i protagonisti e con i luoghi in cui è ambientato. Non mi vergognerò mai del mio passato di autrice romance: è ciò che mi ha permesso di arrivare fino qui. Ma è altrettanto vero che nel tempo ho provato il bisogno di sperimentare modi nuovi e più liberi di parlare ai lettori e di raccontare le mie storie.
Ecco. Florence nasce da qui, dalla voglia e dalla necessità di mettersi alla prova utilizzando una strada conosciuta come punto di partenza per sperimentare nuove prospettive di scrittura.
Il mio desiderio era creare una storia che non parlasse solo di un amore grande/bello/impossibile/travolgente/ect ect. con i protagonisti fighi e acchiappanti. Volevo che la storia d’amore fosse “funzionale”, che avesse un suo scopo nell’economia del romanzo.
Per questo motivo ho scelto dei personaggi difficili da raccontare: Ludovico è un giornalista e un antieroe, Claudia una donna che vive nell’ipocrisia, Irene una ragazza che deve ancora crescere, Dante un omosessuale costretto al silenzio. Quando dico difficili, intendo proprio questo: nella narrativa di genere, i personaggi sono tagliati spesso con l’accetta e con un’evoluzione prevedibile. L’eroe di turno è bello e dannato e si redime, la fanciulla in fiore è pura di cuore, c’è la perfida maliarda. Ma io non volevo narrare questo. Volevo parlare di conflitti familiari, della condizione della donna e delle pressioni sociali che era (o forse dovrei dire è?) costretta a subire all’interno della famiglia.

FlorenceCiò che mi ha fatto innamorare di questa storia tanto da scriverla mettendoci dentro sangue e sudore è stata la possibilità di parlare di uomini e di donne che devono vivere nonostante il destino remi loro contro. Che devono scendere a compromessi, sporcarsi le mani, rinunciare a qualcosa.
Credo che un personaggio, per essere realistico, possa anche non piacere al pubblico. Paradossalmente, era proprio ciò che volevo: scrivere dell’evoluzione di un uomo e della sua fragilità emotiva. Perché Florence è prima di tutto questo, per me: una storia di cambiamenti personali.
Ludovico compie proprio questo percorso: all’inizio è fastidioso, persino irritante. Alla fine del romanzo è un uomo che ha imparato ad accettare le sue fragilità e che ha trovato un suo equilibrio nella vita vera. È uno che ha scelto di fuggire e nessuno ama i codardi.
Lo stesso accade con Irene: è una ragazza che vede tutto in bianco e nero, che si muove con l’atteggiamento assolutista tipico dei giovani e degli adolescenti. L’esperienza che vive le fa capire che mantenere la propria integrità intellettuale ha un prezzo e che esistono delle zone grigie in cui la razionalità e la volontà non hanno diritto di cittadinanza.

Per scrivere Florence mi sono messa in discussione molte volte. È vero, chi scrive sa che alla fine, in ogni romanzo, ci finiscono dentro pezzi di anima. Nel mio caso, i pezzi sono molti e non è stato facile districarmi. Tuttavia, anche io sono cambiata, e non solo per la scrittura che ho cercato di rendere più semplice e scorrevole (ma il lavoro è ancora lungo, lo so).
Ritengo che la cosa più bella per un narratore sia sparire dentro la sua storia. Essere una sorta di portavoce dei personaggi, lasciare che siano essi a dominare e a portare per mano i lettori nel loro mondo.
Ho vissuto a Firenze per ragioni di lavoro: con i fiorentini e con la loro terra ho un grande rapporto d’amore e di stima e credo che questo si senta nelle pagine del romanzo. Questo è un po’ un mio limite: per scrivere bene – rectius – per scrivere in maniera che io considero soddisfacente e io sono una persona molto severa con me stessa – devo conoscere bene tutti i luoghi in cui si svolge la storia. E lo stesso accade per quanto riguarda il contesto sociale e culturale.
Per Florence ho condotto mesi di ricerche e di approfondimenti, per esempio usando i giornali dell’epoca. Questo ha influenzato molto la mia scrittura, soprattutto nell’uso dei dialoghi. La patina di antico che alcuni lettori hanno trovato è dovuta alla lunga full immersion in testi dell’epoca. Volevo parlare come i miei personaggi, sentire quello che loro sentivano, leggere e ascoltare la musica che loro avrebbero ascoltato. Non immaginate quanti spunti e aneddoti ho trovato leggendo le pagine della Nazione dell’estate del 1914, o quanto sia stato difficile trovare, ad esempio, l’esatta posizione delle mostrine sulla manica del capitano Freeman, uno dei personaggi secondari (per la cronaca, gli ufficiali dei battaglioni inglesi e scozzesi portavano mostrine simili in posizioni diverse). Così come è stato difficile confrontarmi con le cronache di guerra del fronte del Belgio, o con i reportage di guerra. In questo, mi sono stati di grande aiuto sia la biografia di Luigi Barzini, padre del giornalismo di guerra, che dei testi in inglese che descrivevano attraverso le lettere dei militari le vicende e le situazioni che Ludovico narra nei suoi articoli di giornale.
Mentre scrivevo di Ludovico e di ciò che provava nell’essere testimone delle battaglie, pensavo a quanto ormai la guerra e i conflitti ci appaiano qualcosa di lontano e di irrealistico, filtrati dallo schermo televisivo che li ha trasformati in una sorta di fiction. E anche di questo ho voluto parlare nel romanzo: del modo in cui l’opinione pubblica possa essere manipolata per ottenere consenso. Come è stato possibile che un paese fondamentalmente non interventista come l’Italia scendesse in guerra? La risposta è una: la massiccia campagna stampa condotta attraverso i giornali, spinti dai potentati economici e politici che vedevano nel conflitto una possibilità di arricchimento.
Sappiamo tutti com’è andata a finire e cosa è arrivato dopo.
In una parola, mi sono resa conto una volta di più che chi scrive ha delle responsabilità, e non importa cosa scriva: noi siamo testimoni del nostro tempo, parliamo di storie che si specchiano in un presente liquido, frutto di un passato che ancora esitiamo a guardare con serenità. Scrivere women fiction non mi esime da questo dovere, dal narrare del nostro presente attraverso il filtro di una storia inventata. Dobbiamo farlo, ciascuno come sa e come può. È una presa di coscienza di cui oggi, più che mai, c’è un disperato bisogno.

(Riproduzione riservata)

© Stefania Auci

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FlorenceRomanzo storico ambientato tra il Chianti e Firenze scossa dai venti della Prima Guerra Mondiale, Florence è un grande feuilleton che unisce grandi temi come passione, guerra e ideali a una ricostruzione storica e ambientale di grande impatto.

Ludovico Aldisi, un ambizioso giornalista della «Nazione», conosciuto per le aperte simpatie interventiste, vede nella guerra appena dichiarata un’occasione di prestigio e ascesa sociale. È un uomo affascinante, che ha come amante Claudia, la bella moglie di un ricco avvocato, cui non esita a chiedere soldi e favori.
La sua esistenza subisce una svolta quando, durante una manifestazione pacifista, rivede Dante, amico e compagno di università. In quell’occasione conosce anche Irene, una ragazza francese, figlia di un suo ex professore universitario. La giovane lo impressiona per la verve intellettuale e la libertà di pensiero, oltre che per la fede pacifista.
L’amicizia tra i due non attecchisce subito. L’uomo, infatti, si reca sulla Marna come inviato di guerra e qui si unisce a un battaglione scozzese. Conoscerà da vicino l’orrore delle battaglie, e questi eventi lo cambieranno profondamente.
Al ritorno, Ludovico non è più il giornalista spregiudicato di quando era partito, ma un uomo confuso e tormentato. Mentre il rapporto con Claudia comincia a sfaldarsi, l’unico a dargli una mano è Dante, che lo invita nella sua tenuta nel Chianti, la Torricella. Lì c’è anche Irene. Tra i due si crea un legame che aiuterà Ludovico a far chiarezza dentro di sé e a comprendere cosa ha davvero perduto, proprio quando anche su Firenze e sull’Italia cominciano ad allungarsi le ombre minacciose della prima guerra mondiale.

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Stefania Auci, insegnante, trapanese d’origine e palermitana d’adozione, ha collaborato per lungo tempo con blog letterari e riviste on line. È autrice di due romance storici, Il fiore di Scozia e La rosa bianca. Questo è il suo primo romanzo storico ambientato in Italia.

© Letteratitudine

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