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Archive for febbraio 2016

LE STREGHE DI LENZAVACCHE di Simona Lo Iacono – un estratto (presentazione del libro a Catania il 7 marzo 2015)

LE STREGHE DI LENZAVACCHE di Simona Lo Iacono (Edizioni E/O)

Pubblichiamo il primo capitolo del romanzo, in uscita a marzo…

Lunedì 7 Marzo, alle 18:00, alla Feltrinelli di Catania, Simona Lo Iacono incontra il pubblico per la presentazione del suo nuovo romanzo Le streghe di Lenzavacche (E/O). Ad affiancare l’autrice, Massimo Maugeri. L’incontro sarà arricchito da un contributo a cura di Monica Felloni e Piero Ristagno dell’associazione culturale Neon.

Le streghe di lenzavacche - feltrinelli ct

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LE PRIME PAGINE DI LE STREGHE DI LENZAVACCHE di Simona Lo Iacono (Edizioni E/O)

PARTE PRIMA

CAPITOLO PRIMO

La prima volta in cui ti vidi eri talmente imperfetto che pensai che nonna Tilde avesse ragione. Avrei dovuto mettere sotto la tua culla otto pugni di sale, bere acqua di pozzo e invocare le anime del purgatorio. Poi dire tre volte: «Maria Santissima abbi pietà di lui», affidarti alle mani del primo angelo in volo e assicurarti al collo una catena della buona morte.
Non lo avevo fatto.
D’altra parte eri un imprevisto, e con gli imprevisti non si allestiscono scongiuri e preparativi. Al più qualche rimedio per i tuoi occhi allungati, la fronte bitorzoluta, il broncio spellato dalle troppe spinte. Nonna Tilde ti ha guardato scettica ed è corsa a chiamare un sacerdote pontificando che solo gli esorcismi ti avrebbero salvato dalla malasorte. Poi ti ha sciacquato dal sangue del parto, ti ha sistemato sul mio seno ed è sparita per andare a seppellire la placenta sotto il vecchio noce. In silenzio, ha invocato i nomi degli antenati. Ma la luna calava invece che alzarsi, non era tempo di marea né di santi, i fantasmi tacevano e non una stella brillava nella notte. Tutti cattivi presagi, figlio mio, ma tu eri nato, e pur squadernato da un vento di sfortuna, ti chiamai Felice, e decretai che quello era il primo passo per ribaltare il destino.

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#ZeroNoveCinque

#ZeroNoveCinque. Signore catanesi rispondono#ZeroNoveCinque. Signore catanesi rispondono’ di Domenico Marcella

di Alessandro Russo

Potrebbe darsi che sia diventato visionario.
Resta il fatto che mentre sfoglio ‘#ZeroNoveCinque.Signore catanesi rispondono’ opera prima di Domenico Marcella (Carthago ed, pg73, € 15), scorgo torno torno all’Etna un’enorme passerella tondeggiante di pietra lavica. Lassù, sotto il luccichio dei raggi solari, adocchio una cospicua cifra di donne sicule in fila indiana sfilare con leggiadria. Un po’ eroine, un po’ sacerdotesse e regine, un po’ tutte e tre le cose insieme, le guardo rimboccarsi le maniche e rimettersi in gioco. Le scruto mentre con le valigie piene di sogni salutano l’isola a tre punte e infine le intravedo tornare a casa e sbottonarsi davanti a un taccuino. In mezzo ai fragori del Mungibeddu, ritrovo testimonianze esclusive che somigliano a pennellate di fierezza. Più defilata, ecco la città del Liotro con la sua anima seducente e i conflitti con cui convive, a volte perfino in armonia. Come i profumi di zagara sommersi dagli odori appuntiti di carne di cavallo arrostita in pieno centro storico. Ordunque, in mezzo alle pagine di ‘#ZeroNoveCinque’, Domenico Marcella pronuncia a voce alta il nome e il cognome di numerose pronipoti di Sant’Agata, specializzate in cose tanto diverse. Dal canto alla cucina conventuale, dalla moda alla poesia, passando per il ricamo, la recitazione e altro ancora. «Catania è fimmina –garantiscono– e la donna è la chiave dell’universo». Nel loro tributo alla catanesità collocano in primo piano un variopinto ventaglio architettonico. Lì dentro risplende la metropoli etnea col suo salotto infarcito di magnificenze settecentesche, non privo però di lati oscuri. Leggi tutto…

I MILLE MORTI DI PALERMO, di Antonio Calabrò (intervista all’autore)

I MILLE MORTI DI PALERMO, di Antonio Calabrò (intervista all’autore)

Il primo capitolo del libro è disponibile qui

di Massimo Maugeri

Palermo. Anni Ottanta. Mille morti per la “guerra di mafia”: un numero incredibilmente alto, da “catastrofe umanitaria”, che dà la misura della terribile cruenza di quel periodo. E di come la parola “guerra” non sia stata usata a caso.

Nel suo nuovo libro Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, caporedattore de «L’Ora» proprio mentre si consumava la “mattanza palermitana”, ci offre il racconto preziosissimo e documentato di ciò che accadde allora. Il volume si intitola: “I mille morti di Palermo” (Mondadori). Il sottotitolo è molto evocativo: “Uomini, denaro e vittime nella guerra di mafia che ha cambiato l’Italia“. Una scrittura diretta, fluida, che non manca di gettare uno sguardo attento sul presente e sul possibile prossimo futuro di “Cosa Nostra”. Un libro che diventa testimonianza e memoria del ruolo dei tanti caduti nello svolgimento del loro compito a servizio delle istituzioni. Uomini del calibro di Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Boris Giuliano, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Carlo Alberto dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà…

Ne ho discusso con l’autore.

– L’uccisione del boss Stefano Bontade, avvenuta il 23 aprile 1981, è da considerarsi come una sorta di pietra miliare nella “guerra di mafia” degli anni Ottanta a Palermo. Perché?
Comincia la “guerra di mafia” o meglio “la mattanza” di boss e picciotti delle cosche mafiose che si opponevano al dominio del corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano e dei loro alleati. Un dominio su tutti gli affari interessanti per Cosa Nostra: la droga, le armi, gli appalti, il riciclaggio di denaro. Una mattanza che provoca, a Palermo, mille morti nell’arco di cinque anni: cinquecento assassinati in modo plateale e altrettanti rapiti e uccisi, “fatti scomparsi”. Una serie sconvolgente di vittime, in una città europea, in una democrazia occidentale. Gli omicidi colpiscono uomini delle cosche mafiose, “malacarne”, ma anche magistrati, poliziotti, carabinieri, politici, giornalisti, imprenditori, persone che si oppongono alla violenza di Cosa Nostra in nome della legge, delle regole, dello Stato. E’ una stagione terribile, quella dei primi anni Ottanta, in Sicilia, Al Nord, era la stagione della ricchezza diffusa, della leggerezza, delle Tv commerciali. Nel Mezzogiorno, era il tempo del dominio della criminalità organizzata. La “Milano da bere”. E la Palermo per morire.

– Cosa si sarebbe potuto fare e non si è fatto, in quegli anni, per limitare la terribile escalation di morti?
Nel corso del dopoguerra, la mafia si è infiltrata nelle strutture della politica di governo, nella pubblica amministrazione, nell’economia. Ha garantito consensi, voti e potere, in cambio di affari e impunità. Ha goduto di protezioni e consensi. E la repressione, verso i boss ma anche verso gli alleati, i complici, i conniventi, è stata tutt’altro che efficace. Così la mafia è cresciuta, tollerata, protetta, alimentata. Sino a quando, proprio all’inizio degli anni Ottanta, lo Stato ha cominciato a muoversi, finalmente, in nome della legalità: indagini ben condotte, istruttorie giudiziarie ben costruite, processi ben gestiti. La fine della stagione dell’impunità. Cosa Nostra ha reagito, uccidendo poliziotti e giudici. Ma la svolta della legalità è andata avanti

– Qual è stato l’apice… il momento più difficile di quel periodo? Leggi tutto…

A PALERMO NASCE VIA SELLERIO

PALERMO INTITOLA UNA VIA PER ENZO E ELVIRA SELLERIO

La celebrazione si svolgerà domenica 28 febbraio, nella strada dove è nata e cresciuta la casa editrice

via sellerio

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enzo e elvira sellerioIn memoria di Elvira Sellerio.

In memoria di Enzo Sellerio

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di Massimo Maugeri

Non è solo una casa editrice. È anche un simbolo. Uno dei più importanti simboli della cultura siciliana, dell’intero Sud Italia e del Paese. Di più: è anche la dimostrazione di come sia possibile operare, con successo, anche in contesti difficili.
Stiamo parlando della Sellerio di Palermo, nata nel 1969 dal sogno e dall’idea di Enzo ed Elvira. Un’idea che è diventata la splendida realtà che tutti conoscono: una delle più influenti case editrici italiane.

Domenica 28 febbraio l’Amministrazione Comunale di Palermo intitolerà a Enzo ed Elvira Sellerio il tratto di via Siracusa dove ha sede la casa editrice.

antonio sellerio«Sicuramente per me, mia sorella Olivia e per tutti i collaboratori della casa editrice è una grandissima soddisfazione”, mi riferisce Antonio Sellerio. “E anche una grande emozione. È un riconoscimento importante per il lavoro che hanno svolto i miei genitori. Noi siamo radicati in questo luogo da più di quarant’anni. La casa editrice è nata qui. Non si è mai mossa da questa strada e da questa città. Il rapporto con la città è testimoniato anche dal fatto che, dopo tutti questi anni, continua a essere citata nelle nostre copertine, che riportano la dicitura “Sellerio editore Palermo”. Una rarità nell’editoria di oggiLeggi tutto…

MARCO PEANO racconta L’INVENZIONE DELLA MADRE

marco peanoMARCO PEANO racconta il suo romanzo L’INVENZIONE DELLA MADRE (Minimum Fax)

Questo testo è stato scritto appositamente per il numero speciale del Breast Cancer Consortium Quarterly, sul quale è apparso tradotto in inglese (a cura di Grazia De Michele)

Dizionari, gatti, enciclopedie

di Marco Peano

Di solito, finché non c’è qualcuno che glielo dice in maniera esplicita, una persona ignora di essere un caregiver. O perlomeno, mio padre e io lo ignoravamo. Anche perché – prima che il cancro facesse irruzione nella nostra quotidianità tramite il corpo di mia madre – non avevamo idea di cosa significasse quella parola.
Eppure di termini nuovi era fatta la realtà che ci circondava, e sempre più lo sarebbe stata: io però li andavo scoprendo soltanto nel momento in cui entravano in relazione con la malattia di mia madre.

Quando le venne diagnosticato un cancro al seno destro era il 1996: lei aveva quarantacinque anni, io diciassette; lei lavorava all’ufficio postale, io frequentavo il liceo; lei aveva ben chiaro il suo quadro clinico, io ero un po’ confuso su cosa fosse un «carcinoma mammario».
All’epoca sul pc di casa non avevamo internet, Google non esisteva ancora. Se avessi avuto a disposizione una connessione sarei andato a cercare informazioni in rete: mi divertiva il fatto che i due motori di ricerca più diffusi in Italia si chiamassero come il personaggio di un mito – Arianna – e con il nome di un poeta – Virgilio. Dovetti invece accontentarmi di sfogliare una più prosaica enciclopedia medica, dalla quale ricavai una serie di dati e di percentuali che non dissipavano troppo la nebbia.
Pochi mesi prima di quella diagnosi avevamo accolto un gattino dal pelo rosso incendio, a cui avevo dato il nome di Socrate. L’animale, capitato nella nostra famiglia quasi per caso, avrebbe tenuto compagnia a mio padre e a me durante la degenza ospedaliera della donna che entrambi amavamo di più al mondo.
Si susseguirono nell’ordine: una mastectomia, due cicli di chemioterapia, una convalescenza tutto sommato abbastanza breve. Dopodiché, mia madre riprese a lavorare. Non prima però di aver deciso di sottoporsi allo svuotamento dell’altra mammella, la sinistra, per motivi precauzionali. Leggi tutto…

NEL NOME DELLA MADRE di Alessandro Greco (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo NEL NOME DELLA MADRE di Alessandro Greco (Miraggi edizioni)

Nel nome della madreLa storia di Alessandro si svolge in una manciata di mesi, tra poche pareti e qualche esterno: le pareti di una casa come tante altre, dove vivono un marito, una moglie e una bambina, ma un po’ speciali, perché sono felici, e quelle di un ospedale, dove lui viene operato di un tumore al cervello, perché a volte sembra davvero che la felicità non possa esistere. Sgomenti, impauriti, arrabbiati anche, Alessandro e Federica si fanno forza, forti del loro amore, di quello per Sara, e per il bambino che sta per venire al mondo. Non basta, e il secondo colpo è ancora più tremendo. Eppure, con lucidità e limpidezza estreme, guardando in faccia ogni cosa e in profondità dentro se stessi, riescono a ritrovare un filo, perfino un senso, non soltanto nel loro rapporto e con la piccola Sara, ma negli altri, nelle vite che incrociano, in ogni minima occasione. Il romanzo che ne è nato, ne porta i segni: un romanzo di vita e di amore per la vita. È questo che mi ha colpito: il coraggio, viene da dire la nobiltà d’animo, di trasformare una tragedia personale in un’esperienza importante per gli altri, di cui si è grati.

(Laura Bosio)

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Un estratto di NEL NOME DELLA MADRE

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[Sono stanco] Leggi tutto…

RATPUS ad AMSTERDAM

ratpusRATPUS ad AMSTERDAM

Mixtree – Overtoom 301 (2 floor), Amsterdam – domenica, 28 febbraio 2016 – h. 20:30 – ingresso: euro 10

“RATPUS” – pièce teatrale nata da un racconto di Massimo Maugeri. Regia di Manuel Giliberti. Interpretazione di Carmelinda Gentile

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“Ratpus” oltrepassa i confini nazionali e approda in Olanda. Abbiamo chiesto alla protagonista, Cetti Curfino, un commento su questo spettacolo. “Signor commissario“, ha riferito la Curfino, interpretata da Carmelinda Gentile, “e che ci devo dire. Qua ci sono tanti emicrati. Giovani come a noi. E o penzato che la mia storia ci puo’ piacere puro qua. Cosi il 28 febraio c’é la racconto tutta, in fondo in fondo“.

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“Ratpus” è una moderna tragedia. Una tragedia dell’ignoranza, della povertà, del pregiudizio e della violenza. In tempi di femminicidio, in questa storia non si uccide alcuna donna, non in senso materiale almeno, ma ugualmente un essere umano di sesso femminile viene distrutto, cancellato, annullato. Il testo di Massimo Maugeri è già teatrale in sé. L’autore, infatti, ha una estrema capacità di narrare rendendo contemporaneamente “visuale” la sua parola. Maugeri, scrivendo, reinventa una lingua e la rende vera, autentica, più di ogni regola grammaticale o di sintassi conosciuta, facendo di Cetti Curfino, la protagonista del racconto, una madre dolorosa dei bassifondi. Carmelinda Gentile è Cetti Curfino. L’attrice sceglie di “divenire” il personaggio piuttosto che interpretarlo, portando nella sua recitazione una sicilianità che è tutta interna, fatta di sentimenti profondi che restituisce subito le caratteristiche che al personaggio ha dato Maugeri. Io ho spesso messo in scena testi nei quali la donna fosse il tema centrale dello spettacolo: con “Ratpus” vado oltre. In questo testo contemporaneo – e, direi, neorealista – si racconta una storia specifica e insieme se ne fa un manifesto programmatico: un racconto di donne vessate o vittime, invisibili alla società che le circonda. Vorrei che il pubblico portasse con sé questa consapevolezza della ingiustizia che spesso vive accanto ad ognuno di noi e che non vediamo quasi mai, insieme alla voglia di capire ciò che ci circonda e divenirne parte attiva per cambiare, ove possibile, tutto ciò che non è civile e contemporaneo.

Manuel Giliberti

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IL PROMO su YouTube Leggi tutto…

PER SEMPRE di Piergiorgio Pulixi (intervista all’autore)

PER SEMPRE di Piergiorgio Pulixi (Edizioni E/O – collezione Sabot/Age)

Intervista all’autore – un estratto del libro è disponibile qui

di Massimo Maugeri

Da qualche settimana è in libreria in nuovo romanzo di Piergiorgio Pulixi, fresco vincitore del Corpi Freddi Award 2015 (nelle due categorie: Miglior Romanzo, con “Il canto degli innocenti”, e “Miglior Autore Italiano”); si intitola “Per sempre” ed è pubblicato nell’ambito della collezione Sabot/Age delle edizioni E/O. Si tratta del terzo romanzo che vede per protagonista l’ispettore Biagio Mazzeo (dopo “Una brutta storia” e “La notte delle pantere“).
Ne discutiamo con l’autore che, peraltro, di recente ha rappresentato l’Italia al ‘Crime Writers Festival’ di New Delhi.

– Caro Piergiorgio, parlaci della nascita di Biagio Mazzeo, il tuo personaggio letterario. In che modo si è affacciato alla tua mente?
Biagio Mazzeo nasce da uno spunto reale legato alla cronaca nera del nostro Paese: un arresto eclatante di un’intera sezione della polizia: sedici agenti indagati per associazione a delinquere arrestati dai loro stessi colleghi dell’Anticrimine. Questa notizia mi incuriosì tantissimo. Cercai di documentarmi, e scoprii che tra questi poliziotti ce n’era uno attorno a cui tutti gli altri gravitavano. Un uomo dal carisma magnetico, dalla personalità forte e affascinante che teneva coesa tutta la squadra. Una sorta di figura paterna e di riferimento che rendeva questa squadra quasi una famiglia. Fui subito affascinato da questa figura, e decisi che volevo raccontare – attraverso la finzione narrativa – un personaggio di questo genere. Un uomo disposto a tutto pur di proteggere i suoi uomini. Un uomo preda delle proprie debolezze che si traducevano in una personalità complessa e violenta,sfaccettata e sanguigna. Da quella scintilla di realtà è nato Biagio Mazzeo. Un personaggio tragico nella sua volontà di amare così come di vivere senza arrendersi a un destino già scritto per lui. Mazzeo vive in modo violento, totale. Ho iniziato a costruirlo e a scoprirlo giorno dopo giorno, finché non mi sono accorto che era diventato una presenza costante e ingombrante nella mia vita. A quel punto ho capito che era arrivato il momento di dargli lo spazio e la vita che bramava ed esigeva. Così è nato l’ispettore superiore della Polizia di Stato, Biagio Mazzeo.

– Proviamo a tracciare il suo identikit. Come lo descriveresti?
Un uomo preda delle sue debolezze e dei suoi sensi di colpa che cerca di esorcizzare con un atteggiamento molto violento, autoritario. Minimizza e in qualche modo ignora le sue ferite psicologiche e i suoi problemi personali, mostrandosi per quello che forse non è: un uomo forte, duro, all’antica per certi versi, con valori imprescindibili come la famiglia (sebbene la sua non sia una famiglia di sangue, ma ciò non gli importa: “la vera famiglia non è quella in cui nasci ma quella per cui moriresti” è solito dire), il rispetto per la parola data, e il coraggio e la dedizione alla sua missione. È un uomo che indossa tante maschere pur di nascondere la sua indole reale. A tratti è una persona molto piacevole, generosa, dalla battuta sempre pronta. Qualche secondo dopo può mostrare la sua personalità violenta, bugiarda, incostante. È un uomo che non ha mai avuto dei punti di riferimento solidi e quindi è cresciuto sotto i venti iracondi della sua stessa personalità in cerca costante di affermazione. L’unico punto fermo della sua vita sembra essere questa strana famiglia che si è creato intorno.

– Nel nuovo romanzo che vede per protagonista Mazzeo – “Per sempre” – compare Vatslava Demidov, compagna del mafioso ceceno Sergej Ivankov, morto nel precedente libro. Cosa puoi dirci di lei? E che ruolo svolge in questa storia? Leggi tutto…

OMAGGIO A HARPER LEE

OMAGGIO A HARPER LEE: (Monroeville, 28 aprile 1926 – Monroeville, 19 febbraio 2016)

Ci lascia Harper Lee: la scrittrice statunitense, celebre per il suo romanzo “Il buio oltre la siepe” con cui vinse il premio Pulitzer.

Per ricordarla proponiamo questo video in cui si raccontano – in sintesi – i segreti del successo del suo bestseller e come è nato “Va’, metti una sentinella” (volume pubblicato da Feltrinelli, così come “Il buio oltre la siepe“). A seguire il trailer italiano dell’omonimo film nato dal celebre romanzo e la biografia di Harper Lee secondo Wikipedia Italia. In chiusura, la segnalazione di vari approfondimenti attraverso link ai siti dei principali quotidiani e magazine nazionali.

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LA BIOGRAFIA DI HARPER LEE Leggi tutto…

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GIOVANI LIBRAI CRESCONO

GIOVANI LIBRAI CRESCONO: DAL SOGNO ALL’IMPRESA

I DATI, LE STORIE E I DETTAGLI DEL CORSO DI ALTA FORMAZIONE

I DATI. Il mercato del libro in Italia torna positivo, dopo cinque anni. Lo dicono i dati dell’Ufficio Studi dell’Associazione italiana editori (Aie). Torna a crescere, a sorpresa, la lettura di libri di carta (+0,7%), mentre cala quella legata ai prodotti digitali.
Tre quarti degli italiani i libri li comprano in libreria e quelle indipendenti registrano nel 2015 un segnale positivo, seppur lieve: il loro peso si attesta intorno al 31% contro il 41,2% delle grandi catene.
Le fasce dei bambini e ragazzi (6-14enni: 46,5%), le fasce pre-scolari (63%) e gli Young Adults (52,5%) continuano a leggere più libri rispetto alla media della popolazione italiana, che si attesta al 42% (lettori di almeno un libro non scolastico nell’anno), il che fa ben sperare nel futuro della lettura e delle librerie in Italia. Quelle esistenti in tutto il territorio nazionale sono poco meno di 2mila; l’ALI-Confcommercio ne rappresenta oltre mille. Se la crisi ne ha cancellate molte, altre ne stanno nascendo, soprattutto grazie alla passione e all’intraprendenza delle giovani generazioni: le stesse che da 10 anni si avvicendano nel Corso di Alta Formazione in gestione della libreria indetto dalla Scuola Librai di Ali-Confcommercio con l’obiettivo di trasformare il sogno in impresa.
“La media annuale di iscritti – spiega Aldo Addis, direttore tecnico della SLI-Scuola Librai Italiani – è di circa venti allievi. Ogni anno, legate al corso, registriamo l’apertura di una media di 3 librerie in tutta Italia. Molti dei nostri allievi poi hanno trovato impiego come dipendenti anche ad alti livelli”.

LE STORIE. Tra le storie più recenti c’è quella di Sara Quattrini, che ha frequentato il 9° Corso e con un team tutto al femminile ha aperto la libreria “Soffiasogni” di Albano Laziale che organizza anche eventi e laboratori di arte e archeologia sperimentale soprattutto per bambini. Maura Romeo, che ha frequentato la 1^ edizione del Corso con già un’ampia esperienza maturata all’estero, ha allargato gli orizzonti con nuove competenze diventando, tra l’altro, responsabile commerciale di Minimum fax, a Roma. Marco Sarti, con Alessandro Lanferdini, ha frequentato il 9° Corso e a dicembre del 2015 ha aperto una libreria a Modena. Ci sono anche storie d’amore sbocciate tra i banchi della Scuola di Alta Formazione, sfociate nel coronamento del sogno comune di aprire una libreria.
Segnali concreti di un percorso che è terra d’incontro, di relazioni, di crescita personale che diventa progetto di vita.
“Il fatto inoltre che diverse librerie abbiano assunto in questi mesi alcuni allievi della SLI dimostra che il settore si sta aprendo a nuove realtà, più dinamiche e più orientate all’evoluzione – dichiara il presidente di Ali-Confcommercio Alberto Galla – Solo con un’adeguata formazione che prepari professionalmente chi vuole intraprendere il mestiere di libraio, si può pensare di dare al mondo del libro la speranza di uscire da una crisi duplice, legata alla recessione economica e alla rivoluzione digitale che sta modificando in modo tangibile le abitudini di lettura. Per queste ragioni la Scuola Librai Italiani è sostenuta da tutto il mondo editoriale italiano”.

IL CORSO – Chi, come, dove, quando. Leggi tutto…

FLAVIO SANTI racconta LA PRIMAVERA TARDA AD ARRIVARE

FLAVIO SANTI racconta il suo romanzo LA PRIMAVERA TARDA AD ARRIVARE (Mondadori)

Flavio Santi

di Flavio Santi

Da estimatore di grappe, posso dire che La primavera tarda ad arrivare è in realtà un distillato. Sì, un distillato della raccolta di poesie in friulano Rimis te sachete (Poesie in tasca), uscita per Marsilio nel 2001. Lì c’era già tutto: la campagna, l’osteria, i microfatti di paese, la Storia, la morte. Ma visto che sono un diesel, ci ho messo i miei annetti a capirlo. Oh, nel frattempo ho fatto e soprattutto scritto molto altro, di vampiri, precari, supereroi, cloni, moto Guzzi; ho avuto l’onore di tradurre Balzac, Fitzgerald, Melville. Ma intanto, sotto cute, o meglio fra le pieghe del mio cervello e del mio cuore, fermentava il distillato… Finché, uscendo da un folle progetto che mi aveva ossessionato per anni (dal quale ho capito che i thriller io non li so scrivere, ma probabilmente nessun italiano li sa scrivere, davvero, se non scimmiottando gli americani), rinunciando a un lauto contratto con un grande editore, mi sono messo a scrivere, senza rete e senza garanzie, così perché era urgente, quello che sarebbe diventato La primavera tarda ad arrivare. Era un limpido settembre del 2013. Sono stati mesi bellissimi. Non mi sono mai divertito tanto – l’“allegro entusiasmo” nel fare arte di cui parla Robert Walser, ecco l’ho provato. E commosso. Riso e pianto si alternavano sul mio viso. Chi era al mi fianco doveva pensare che fossi impazzito.

Volevo raccontare il Friuli, la mia terra. E attraverso il Friuli, l’Italia. E il mondo. Quale forma scegliere? Il giallo è la moderna epica, e l’ispettore è il suo eroe. Il giallo, dice Umberto Eco, nasce da una profonda esigenza conoscitiva, tipica dell’uomo: vogliamo capire il perché delle cose. Il giallo poi è un’immensa distilleria di scrittura: c’è la costruzione della storia, la suspense; ci sono i personaggi e l’ambientazione, che devono essere interessanti; c’è la psicologia – perché il tale si è comportato così? Perché quell’altro ha ucciso? Perché tizio mente?

Si poneva il problema Montalbano. Che fare? Leggi tutto…

LA FORTUNA SCENICA DI LUIGI CAPUANA di Maria Valeria Sanfilippo

Maria Valeria Sanfilippo,LA FORTUNA SCENICA DI LUIGI CAPUANA, Salvatore Sciascia

pp. 208, euro 20.00, prefazione di Sarah Zappulla Muscarà.

Il libro sarà presentato a Catania il 4 marzo, ore 16.30, presso il Coro di notte del Monastero dei Benedettini.
Intervengono: Rosaria Sardo e Sergio Sciacca – Coordina: Sarah Zappulla Muscarà – Legge: Agostino Zumbo

La “duplice bestia nera”. Così Luigi Capuana soleva definire il pubblico e la stampa, destinatari ultimi delle sue opere drammaturgiche. Pubblico e stampa diedero del filo da torcere al teatro del mineolo, tanto osannato quanto bistrattato. La ricezione della sua fortuna è ora contenuta nel neonato volume “La fortuna scenica di Luigi Capuana” di Maria Valeria Sanfilippo, edito per i tipi di Salvatore Sciascia, con una succosa prefazione a firma Sarah Zappulla Muscarà e in copertina un dipinto di Mario Attilio Cristaldi. Fogli di un diario collettivo, scritto a due mani, quella del critico e quella del pubblico, con tutto quello che comporta tale convivenza, a volte pacifica a volte conflittuale.

Il lavoro di ricerca della giovane italianista Maria Valeria Sanfilippo (foto in basso) traccia un puntuale, ricco, documentato itinerario della fortuna scenica del teatro in lingua e in dialetto di Capuana, costellato di successi (è il caso di commedie in dialetto quali Malìa e Lu paraninfu, molte delle quali divenute cavalli di battaglia di intere generazioni di Compagnie) ma pure di rovinosi fischi (è la sorte toccata a commedie in italiano quali Il piccolo archivio, Serena, Gastigo, Ribelli). Dal debutto di Giacinta nel 1888 al Teatro Sannazaro di Napoli a Quacquarà, andata in scena postuma alla morte dell’autore nel 1916 al Teatro Alfieri di Torino è possibile immergersi nella febbrile attività drammaturgica del Capuana. A nudo ingranaggi e dinamiche del mondo dello spettacolo coevo, gli orientamenti di una società composita espressi da ‘penne’ di primo piano (Edoardo Boutet, Annibale Gabrielli, Stanislao Manca, Gaetano Miranda, Domenico Oliva, Giulio Piccini, Eugenio Torelli e molti altri nomi illustri celati da pseudonimi). Il meticoloso e sistematico spoglio di quotidiani e riviste a cavallo fra Otto e Novecento, condotto presso le emeroteche di Archivi e Biblioteche di svariate città italiane (fra le altre Bologna, Catania, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino), unitamente al corpus di carteggi, i tanti documenti di prima mano reperiti, ci restituiscono il giudizio della critica, le reazioni del pubblico, il clima culturale dell’epoca. Si chiariscono e si completano finalmente le esigue e spesso contraddittorie indicazioni bibliografiche, le supposizioni e gli equivoci sulla fortuna scenica capuaniana reiterati sino ad oggi. Leggi tutto…

L’AMORE È UNA FAVOLA di Annarita Briganti (intervista all’autrice)

Intervista a ANNARITA BRIGANTI sul romanzo L’AMORE È UNA FAVOLA (Cairo editore)

di Eliana Camaioni

L’amore vero, l’uomo dei sogni, le amiche del cuore, e quel sentimento estatico di chi è innamorata- finalmente- della persona giusta: è un sogno o una possibile realtà? Ce lo racconta Annarita Briganti nel suo “L’amore è una favola” (Cairo), sequel di “Non chiedermi come sono nata” (Cairo 2014), romanzo d’esordio della freelance napoletana. Dopo il calvario della procreazione assistita, topic del primo romanzo, adesso Gioia –la protagonista- ha finalmente ripreso in mano le redini della sua vita: “sono stufa di compagni occasionali, di amanti passeggeri; sogno un fidanzato che mi protegga, che mi salvi dagli altri”. E Guido Giacometti, artista fascinoso, qualche pagina dopo, arriva nella vita di Gioia come un principe azzurro a cavallo: “Cosa vuoi che sia per te? Posso essere tutto” le dice, davanti ad un cappuccino, al loro primo incontro di lavoro.
Strutturato come un diario, versi di canzoni che chiudono ogni capitolo, L’amore è una favola seguirà senza filtri la storia di Gioia&Guido, con gli occhi e il cuore della protagonista, dentro e fuori quell’alone incantato dell’innamoramento, della vita che improvvisamente sembra colorarsi di rosa. Ma L’amore è una favola non è solo questo: è soprattutto un focus impietoso sulla condizione di Gioia, giornalista freelance. “Noi freelance, i precari di lusso del giornalismo e dell’editoria, siamo pagati sempre meno, ai limiti della dignità umana e della sussistenza. Nonostante migliaia di articoli importanti, gli scoop e un libro, ho sempre il conto in rosso. Con la Cultura non si mangia e gli effetti sul nostro paese e sulla nostra vita privata si vedono. Da intellettuali precari a precari sentimentali è un attimo”. Quello della condizione dei giornalisti è un tema molto caro alla Briganti, tanto da divenire il vero trait d’union col primo romanzo; e la presenza corrosiva di uno stalker che perseguita Gioia con telefonate, messaggi e pacchi dono indesiderati chiuderà il retroscena ruvido che fa da contraltare alla storia d’amore, calandola in un bagno di realtà che rende ogni pagina viva e pulsante.

-“Ormai sono cotta, andata, innamorata persa come una sedicenne. Ho bruciato la moka (…) ho saltato la fermata della metro. Ho buttato l’abbonamento che non era scaduto. Mi sono fatta trovare al numero civico sbagliato…”: l’amore travolge Gioia, come nelle migliori favole? Leggi tutto…

MERICA, MERICA (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del volume “MERICA, MERICA. Viaggio verso il nuovo mondo. Con CD Audio” – a cura di Salvatore Ferlita e Maurizio Piscopo (Sciascia editore)

Il libro sarà presentato a Catania il 23 febbraio 2016, h. 19:30, presso il Centro Fieristico “Le Ciminiere” (sala E7)

MIGRANTI SULLA VIA DELLA MERICA – Le condizioni sanitarie nelle traversate oceaniche

 di Alessandro Russo

«Non trovo parole adeguate per descriverle per l’intiero lo sconvolgimento del Piroscafo, i pianti, i rosari e le bestemmie di coloro che hanno intrapreso il viaggio involontariamente, in tempo di burrasca. Le onde spaventose si innalzano verso il cielo, e poi formano valli profonde, il vapore è combattuto da poppa a prua, è battuto dai fianchi. Non le descriverò gli spasimi, i vomiti (con riverenza) e le contorsioni dei poveri passeggieri non assuefatti a cositali complimenti. Tralascio dirle dei casi di morte, che in media ne muoiono 5 o 6 per 100, e pregare il Supremo Iddio che non si sviluppino malattie contagiose, che allora non si può dire come andrà».

Lettera di Francesco Costantin, Colonia Angelica, San Paolo del Brasile, 8 giugno 1889

“Ieri doveva partire per il suo primo viaggio al Brasile, il piroscafo Giulio Cesare, con circa 900 passeggeri, ma un fortuito incidente ne rimandò la partenza a stamane. Gli emigranti erano già quasi tutti imbarcati, allorché dopo il primo pasto a bordo, una quarantina di essi vennero soprappresi da dolori acutissimi di ventre, da vomito ecc. Indagata la causa di tale malore, si venne alla conclusione che si doveva trattare di avvelenamento prodotto dalla recente stagnatura delle gamelle. Le gamelle vennero subito sostituite con altre nuove, ed inviate alla Commissione sanitaria per le opportune verifiche. Iersera alle 11, appena la Commissione ebbe dato il suo responso, il piroscafo fece i preparativi per la partenza”

“Il Secolo XIX” 13-14 novembre 1892

 

Parto da qui.
Dall’ultimo pezzettino dell’Ottocento e da un’impressione di disgustosa ripugnanza.
Chiusi nel fetidume della stiva di bordo un fiume di zappaterra, lustrascarpe e poveri cristi. Sguardo senza luce e scialle sul capo, li accerchiano una miriade di valigie di cartone strette con i legacci di spago. Un formicaio umano, un garbuglio di cenci: non somigliano a conquistatori ma a una massa di disgraziati uniti dal sottile filo di seta della sorte. Hanno nomi e cognomi italici e sono analfabeti. Un’angosciante fioritura di odissee da passar al setaccio istoriografico di una singola lente di ingrandimento; un arcipelago di microstorie ramificate con l’artiglio della miseria, della disoccupazione e dell’usura.
Mollo gli ancoraggi e prendo il largo. Leggi tutto…

UMBRIA POESIA 2016

NASCE UMBRIA POESIA

Il 18 febbraio, alle ore 11, la presentazione del progetto e il calendario degli incontri di Umbria Poesia con una conferenza stampa presso la libreria di Umbrò (Via S. Ercolano, 4 – Perugia)

Umbria Poesia nasce con l’idea di far luce sul valore della poesia come arte che sappia parlare ai contemporanei, per dar vita a uno spazio di dialogo, incontro, intrattenimento fra poeti, poesia e pubblico. Un’arte che dalla nicchia della diffusione tra specialisti possa farsi portavoce di una comunicazione più ampia, in modo da mettere a frutto la ricchezza del suo linguaggio, riscoprire il valore del letterario, realizzando un circuito di interazione viva che difenda il senso formativo e culturalmente fondante della letteratura. L’aspetto creativo, immaginifico, ma anche di pensiero che ha la letteratura sono spesso adombrati da sistemi mediatici che filtrano le opere in un setaccio di informazioni, per ridurle a una sorta di referto o catalogo. La complessità e la ricchezza, al contrario, si auspica possano risaltare in un incontro diretto, nella disponibilità di un faccia a faccia reale tra autore e lettore.
Con cadenza mensile, gli appuntamenti si svolgeranno nell’unione della poesia a un tema specifico, dall’attualità alla letteratura, presentando una scala di argomenti simbolici e fluidi. Tra i temi che abbiamo pensato di affrontare ci limitiamo a menzionare: poesia e frontiera, poesia e scienza, poesia e danza, poesia e social network. Ciò che ci proponiamo non è solo che gli autori leggano i loro testi, ma che possano anche dialogare con i loro modelli di riferimento nella cornice del tema della serata.
Ogni serata prevede la presenza di un autore già noto al vasto pubblico al quale saranno affiancate voci emergenti della più recente poesia italiana e straniera. Le letture dureranno circa un’ora, puntando sulla mescolanza generazionale, sull’interartistico e sull’interdisciplinare come elementi di forza. Ci auguriamo che a questo progetto possano aderire anche le scuole del territorio per dare l’opportunità ai giovani studenti di confrontarsi con la poesia contemporanea e con l’esperienza artistica degli ospiti.
L’iniziativa si realizza grazie alla generosità e al sostegno economico di Umbrò, al quale va la nostra più viva riconoscenza.

Maria Borio, Marco Paone, Carlo Pulsoni Leggi tutto…

STEFANO CRUPI racconta A OGNI SANTO LA SUA CANDELA

STEFANO CRUPI racconta il suo romanzo A OGNI SANTO LA SUA CANDELA (Mondadori)

di Stefano Crupi

Dicono che in Italia non si trovi lavoro. Lo ripetono in televisione, se ne discute in ogni salotto, le statistiche sono impietose. Ernesto invece la pensa diversamente. Lui, che è nato nei quartieri spagnoli di Napoli, un lavoro lo troverà e il perché è molto semplice: ha capito come funzionano le cose. Bisogna tirare le leve adatte, mettersi dietro ai santi giusti, sua madre Maristella l’ha istruito per bene.
Per ottenere quello che vuoi, gli ripete spesso, per prima cosa mettici qualcosa di soldi, che vedi che poi te la trovi, senti a mamma tua.
Così Ernesto si è laureato, pure se all’inizio di studiare non teneva genio. Ma sua madre insisteva. Mica vuoi finire come quella fetenzia che se ne sta nei vicoli a ciondolare tutto il giorno senza un’occasione che sia una? gli diceva. Ti serve una laurea, una laurea in Economia per esempio. Che poi è quella che secondo lei serve a fare i soldi, mica inutile come tutte le altre. D’altronde, che senso ha laurearsi se poi non trovi lavoro manco se sei Gesù Cristo sceso in terra? Nella vita bisogna essere pratici, massimizzare, valutare bene cosa ti può tornare utile e cosa no.
Al colloquio che sta andando a fare in un’agenzia interinale del centro direzionale Ernesto si è portato dietro il suo curriculum e le fototessere, ma pure del denaro, perché non si sa mai, potrebbe sempre servire. Sua madre lo ha detto e sua madre non sbaglia.
Nel frattempo lei pure si è messa all’opera. Si è informata, ha parlato con le persone giuste; quel suo povero figlio ha bisogno di un aiutino e lei sa dove trovarlo. Sa cosa in quell’agenzia di lavoro interinale sta per accadere e gli ha detto di tenersi pronto, di non essere avventato ma gentile ed efficace come si deve. Scegli il momento giusto, gli ha ripetuto, fa la tua mossa poi stai a vedere quello che succede e comportati di conseguenza.
E così, mentre la marmaglia di ragazzi che popola il suo quartiere sguazza nell’inedia più annichilente, Ernesto passa le selezioni e viene assunto. Entra nella giostra, che poi è quello che gli interessava. In fondo è stato facile, se sei furbo vai avanti. Che importa se all’inizio è solo uno sportellista? No che non importa, da qualche parte bisogna pure iniziare la scalata.
Una volta che sei dentro al carrozzone, gli dice Maristella, non si scende più, nessuno lo fa mai. Ora bisogna muoversi con lungimiranza, puntare ai capi, arruffianarseli, mamma tua ti aiuta.
Lei è il suo punto di riferimento, l’asse intorno al quale gira la sua vita, l’unico asse visto che Ernesto ha perso il padre quand’era un bambino. Per questo sua madre tutto avvolge, tutto protegge, tutto sa, pure i suoi desideri, lei non si sbaglia. Leggi tutto…

IL PAESE DELL’ALCOL di MO YAN (recensione)

Il paese dell'alcolPubblichiamo una recensione del romanzo IL PAESE DELL’ALCOL di MO YAN (Einaudi)

Mo Yan è premio Nobel per la Letteratura nel 2012 – un estratto del libro è disponibile qui

di Lorenzo Marotta

Il tema è sconvolgente: a Jiuguo, un paese della Cina, rinomati ristoranti servono ad una clientela particolare – funzionari corrotti, ricchi burocrati, alti dirigenti di partito, ospiti di riguardo – prelibati piatti a base di carne di bambini. Un orrendo traffico di neonati cui non si sottraggono i genitori allettati da alti guadagni. Per verificarne la fondatezza viene inviato sul posto l’ispettore Ding Gou’er. “Era il migliore investigatore della Procura suprema, apprezzato dai superiori. Alto circa un metro e sessanta, magro, scuro di carnagione, aveva gli occhi un po’ sporgenti. Fumatore accanito, gli piaceva bere ma non reggeva l’alcol”. Inizia da qui il romanzo di Mo Yan, Il Paese dell’alcol, apparso a Pechino nel 1992 e ora pubblicato, a cura di Maria Rita Masci, da Einaudi, con la traduzione di Silvia Calamandrei. Un romanzo che mette a dura prova il lettore che, tuttavia, rimane incollato alle pagine per la formidabile inventiva immaginativa dell’autore che alterna crude descrizioni di sangue a splendide immagini oniriche e fantastiche. “La pallottola sparata da Ding Gou’er aveva colpito il bambino brasato alla testa. Dal cranio spaccato la materia cerebrale era schizzata sui muri, imbrattandoli di macchie rosse e bianche che esalavano vapore profumato, scatenando ogni sorta di sensazioni”. Non così quando preso dai fumi dell’alcol “la sua coscienza se la rideva, sospesa alle decorazioni del soffitto, finché non fu proiettata ancora più in alto… Staccata dal corpo, la sua coscienza dischiuse le ali e si mise a volteggiare nella sala sfiorando le tende di seta delle finestre – le ali erano più fini, più soffici, più luminose della seta delle tende. Nel volo sfiorava anche le gocce di cristallo che pendevano dal lampadario, che irradiavano fasci di luce. E sfiorava le labbra rosse carminio delle cameriere in rosso, i loro capezzoli rossi, e altri luoghi più nascosti”. Una esemplare prova di quel “realismo allucinato” per il quale è stato insignito nel 2012 del Premio Nobel per la letteratura. Un noir a tinte forti che vuole essere una metafora di come la corruzione e il degrado morale pervadano, dopo la liberalizzazione delle riforme, tutta la società cinese, travolta da uno sviluppo tumultuoso e protesa al successo e al guadagno ad ogni costo. Leggi tutto…

ELENA MEARINI racconta BIANCA DA MORIRE

ELENA MEARINI racconta il suo romanzo BIANCA DA MORIRE (Cairo editore)

Elena Mearini

di Elena Mearini

Questo romanzo nasce da una riflessione su Bene, Male e posizione nello spazio.
Il buono è colui che si mette da parte? A lato? Sopra, sotto? E che succede invece se pretendiamo di stare nel mezzo, al centro esatto di tutto? Forse, il male sta proprio nel punto massimo di luce, anche lui sotto a quel riflettore che tentiamo a tutti i costi di richiamare ed inseguire.
Forse, il centro della scena corrisponde a una botola che s’apre sull’abisso.
Bianca da morire” indaga le pulsioni che spingono a raggiungere lo spazio d’inevitabile attrazione, il cerchio illuminato a cui nessuno sguardo può fuggire.
Bianca, la protagonista del romanzo, è un’adolescente che ha tutte le caratteristiche per non passare inosservata, bella, brillante, seducente, una naturale predisposizione a catturare gli occhi e i pensieri della gente. Eppure, in famiglia pare non venga vista, come se girasse per casa con il cappuccio del boia in testa. I lineamenti del suo viso, i tratti delle sue verità, tutto il desiderare della sua faccia risulta sconosciuto ai genitori. Una madre e un padre che si ostinano a non vedere la verità della figlia.
Lei vorrebbe fare l’attrice, riconosce in sé un talento che nessuno dei due mette a fuoco, perché le dieci diottrie sono riservate al figlio maschio, Valerio. E’ lui l’asso su cui puntare, la promessa del calcio su cui scommettere.
Valerio gira per casa a viso scoperto, è pienamente visto e riconosciuto. Bianca no, per lei c’è il buio sulla faccia, c’è il cappuccio del boia, l’uomo nero che di mestiere taglia le teste, decapita per campare. Il “cattivo” con cui Bianca s’identificherà per rivendicare il proprio diritto a esistere. Leggi tutto…

LA CAPITANA DELL’ISOLA DI NESSUNO di Mario Di Caro (recensione)

La capitana dell'isola di nessunoLA CAPITANA DELL’ISOLA DI NESSUNO di Mario Di Caro (Mursia)

di Alessandro Russo

Lontano da tutte le rotte del mondo, c’è un posto dove il sole è più testardo d’un mulo e i suoi raggi acuminati sono lame bollenti: un isolotto che odora di capperi e pare un presepe. Una manciata di rocce nere e case bianche abitate da pescatori in attesa di riempire le loro reti e da peccatori dalle facce di terra e salsedine. Un piccolo spazio magico preda dei capricci dei venti dove la risacca s’intestardisce e s’arruffiana il mare. Dalle nostre parti, nella capitale dell’isola di Sicilia, vive un abile scrittore che con la sua penna aguzza plana giornalmente sopra quell’oasi fatata e prova a scrutarne gli accadimenti con occhi femminili. Intanto una donna dai lunghi capelli neri diventa la protagonista del romanzo che lui sta scrivendo. Vede così la luce una fiaba narrata con ritmi sudamericani: La Capitana dell’isola di nessuno (Mursia Ed, pg133, €12) del giornalista Mario Di Caro da Palermo. S’alternano colà tempeste e piaceri, pirati e gelsomini, sfavillanti luci erotiche e ombre buie di malaffare. Fragori di trombe e vassoi ricolmi di cocco, pannocchie fumanti e piatti di ceramica adorni di polpi; e poi petali di pomelie, cestini di fichidindia e grappoli di variopinti pupari e giullari. Un tripudio di colori e profumi di un luogo tenero e selvaggio annientato però da bisbigli taglienti come scimitarre e velenosi più dei serpenti. Avvince la trama del romanzo e si lascia assaporare con gusto; la prosa è colorata di rosa e tutto il testo ha una seducente andatura a tempo di musica. Leggi tutto…

ALESSANDRO BERTANTE racconta GLI ULTIMI RAGAZZI DEL SECOLO

ALESSANDRO BERTANTE racconta il suo romanzo GLI ULTIMI RAGAZZI DEL SECOLO (Giunti)

Un estratto del libro è disponibile qui..

di Alessandro Bertante

La macchina segue il corso del fiume, è il luglio del 1996, questo è l’ultimo viaggio della mia giovinezza. Siamo nei Balcani e la nostra meta è Sarajevo. Il mio amico e io abbiamo preso una decisione istintiva che ci porterà dentro l’ultima guerra europea del secolo.
Prima ci furono gli anni Ottanta, il decennio rutilante che cambiò l’Italia. L’unica verità sta nella strada diceva Henry Miller, sapendo di mentire in nome della letteratura. Questa nostra strada è sempre in salita e fra qualche chilometro arriveremo a Mostar. Le immagini si sovrappongono frenetiche mentre valle della Neretva lascia spazio ai ricordi di Milano Metropoli degli anni Ottanta. Quando tutto sembrava essere proiettato verso il futuro, quando molti sperimentavano, osavano, cercavano di stupire o sorpassare barriere non più vincolati da fardelli ideologici. Quando circolava denaro, gli stipendi aumentavano, la borsa saliva tumultuosa, si moltiplicavano le opportunità di lavoro, la moda italiana s’imponeva ovunque diventando industria da esportazione; quando, trascinata dal nuovo flusso energetico, la realtà si mostrava sempre enfatizzata, dando forma a un’idea estetica del futuro incrinata sulla via dell’eccesso e della bizzarria; quando eravamo finalmente un paese moderno, senza complessi d’inferiorità, avevamo finito di vergognarci, noi gli italiani mangia spaghetti mafiosi buoni a nulla eravamo la quinta economia del mondo, sempre in crescita, sempre in movimento; quando ognuno poteva reclamare il proprio ruolo nel mondo, accendere la propria fiaccola per infiammare il cielo. Vivevamo dentro all’istante da cogliere, il nostro presente luminoso proiettato verso un angolo cieco.
Ma non era vero niente, sui tornanti bosniaci la rivelazione diventa dolorosa.
Il ponte di Mostar è stato abbattuto dai colpi del mortaio, non c’è più nessuna memoria della sua bellezza. Noi continuiamo il nostro viaggio. Leggi tutto…

OMAGGIO A TECLA DOZIO

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Sabato 6 febbraio è scomparsa Tecla Dozio: fondatrice della Libreria del Giallo Sherlockiana di Milano e editor della casa editrice Todaro. La ricordiamo proponendo questo video.
Approfondimenti su Il Corriere della Sera e su la Repubblica Leggi tutto…

BALLANDO CON AVERROÈ – intervista alla scrittrice TONI MARAINI

BALLANDO CON AVERROÈ. Racconti di viaggio in un mondo musulmano che non fa paura” (Poiesis)

Intervista alla scrittrice TONI MARAINI

di Ilaria Campodonico

Ballando con Averroè” sono racconti di viaggio in un mondo musulmano che non fa paura, pubblicati dalla casa editrice Poiesis. Storica dell’arte, scrittrice, poetessa, saggista, studiosa del Maghreb, l’autrice è figlia dell’antropologo Fosco Maraini e della pittrice Topazia Alliata.

Vissuta in Marocco per oltre vent’anni, Toni Maraini torna a descrivere – come in “Ultimo tè a Marrakesh” e “I sogni di Atlante” – minareti, oasi e attraversamenti, mantenendosi libera e sempre in contatto con se stessa: un esempio di letteratura-letteratura, intesa come esercizio continuo (regola e forma) e modo di essere tra le cose del mondo.
Il valore di questo libro risiede non soltanto nella costanza e intensità con cui Toni Maraini si dedica alle verità storiche, ma anche nel tentativo di trasformare temi consueti – proposti il più delle volte come una visione monolitica e minacciosa – in spazi di discussione comune, dove appare davvero imprudente avanzare una visione chiusa e definitiva.
La sua scrittura a più voci – poetica, raffinata, avvolgente come un incantesimo – esplora la vita quotidiana dei cortili interni, di certi universi familiari, ritrovando pensieri densi, tesori di corpi e vestiti, avventure, abitudini, affetti. Sullo sfondo di un paesaggio in trasformazione che è geografico e umano. Un libro come questo consente un viaggio nello spazio e nel pensiero, sul mare tra le due sponde, con lo sguardo sempre avanti all’incrocio delle correnti: il Mediterraneo, le vie del sale e delle spezie, dell’arte e delle armi, della sapienza e della conoscenza, di santi, profeti e religioni.
Una storia entra dentro l’altra, i personaggi s’incastrano come scatole cinesi e taluni fatti lontani possono aiutarci a capire, a vedere realmente, gli occhi chiusi per immaginare meglio. La nostra guida simbolica è Averroè, il filosofo, giurista, medico e astronomo, che dopo cento giorni dalla sepoltura a Marrakesh, venne riesumato e trasportato (secondo le sue volontà) su un mulo fino a Cordova, città d’origine, insieme a tutti i suoi manoscritti.
Così accade che descrivendo piani d’intersezione e invocando la ragione, la laicità, il dialogo – parlate e non gridate, la scelta è tra conformarsi o impegnarsi – le cose prendano una luce nuova, aumentata. La scrittrice sembra svegliarci dal torpore nel quale siamo spesso abbandonati: guardate, quante cose non conoscete! Il suo è un invito all’andare.

– Racconti di viaggio e di incontri, con personaggi che si muovono nella geografia e nel tempo, nel paesaggio e nella memoria. Partendo dal Marocco, guardando al Mediterraneo, storia grande e storia piccola si incontrano nel suo libro: intere famiglie, vita quotidiana, saggi, asceti, tesori, cavalieri, marinai, datteri, canti, palmeti, vie. Quale sentimento la lega a quei luoghi? Leggi tutto…

UN LIBRO DA CANTARE

UN LIBRO DA CANTARE: in collegamento con il forum di Letteratitudine dedicato a “Letteratura e Musica”

letteratura-e-musica

Perché un libro si può anche cantare…

“Un libro da cantare” è un nuovo progetto volto a diffondere la lettura presso un pubblico ampio, stimolandone e incentivandone l’accostamento al libro in modo piacevole. Perché anche una canzone può contribuire ad accrescere la voglia di letture e poi… un libro si può anche cantare!
È l’idea di una coppia di docenti liceali, lei di Lettere, lui di Matematica e Fisica, spesso chiamati a presentare libri in diverse occasioni e in diverse città, inizialmente nata per avvicinare alla lettura gli studenti, ma poi ampliatasi a un pubblico più ampio e vario di lettori.

In particolare, i testi sono composti da Marinella Fiume (foto accanto), scrittrice e lettrice onnivora, musicati e cantati da Piero Romano che si accompagna con la chitarra e l’armonica, e spesso arricchiti dagli arrangiamenti del musicista Nino Scionti. Le canzoni si trasformano poi in audiovisivi arricchiti dalle foto inedite dello stesso Piero Romano, appassionato fotografo di paesaggi etnei e di astri. Così, da qualche libro da presentare per rendere più varia e divertente la serata, l’idea si è estesa anche a libri autonomamente letti senza richiesta dell’Autore o dell’editore o delle librerie di riferimento. Per il piacere appunto di… cantare un libro, e senza scopo di lucro!
Spesso i titoli delle canzoni recano il titolo stesso del libro e vi si ispirano direttamente, altre volte il titolo è diverso ed evocano piuttosto che raccontarlo; qualche volta la canzone è stata composta precedentemente e poi accostata a un libro per assonanza d’ispirazione. Leggi tutto…

LA LETTERATURA GIALLA E LA TUNISIA DEL DOPO “RIVOLUZIONE”

I COLORI DELLA LETTERATURA E LA TUNISIA DEL DOPO “RIVOLUZIONE”: le vicende del Bardo e Susa

Omaggio alle vittime del Bardo e Susa

giallo tunisi

di Khadija Selmi

La letteratura come qualunque altro mondo ha i suoi colori. Infatti, anche in ambito letterario il colore assume un’accezione emblematica: esso diventa la chiave di lettura dell’indicibile, dell’inesprimibile e dell’insondabile. I colori non esprimono solo le emozioni, le sensazioni e gli stati d’animo degli scrittori, ma identificano anche generi di romanzi come il noir (romanzo nero), il rosa, il giallo. Tra la materia trattata da questi generi e la significazione convenzionale del colore non c’è, per forza, un perché reale e, a volte, nello stesso genere si intrecciano molti colori per tingere la stessa trama. Il che sembra naturale giacché i colori si usano proprio per legare sentimenti confusi e talora opposti.
In quest’ambito, scegliamo di trattare il colore giallo che viene studiato ed interpretato oltre la sua semplice e convenzionale significazione ed emblematicità. Parleremo appunto del genere giallo in relazione alle sanguinose vicende del Bardo e di Susa. Si tratta di un incontro tra la letteratura e la Storia. È un incontro cromatico tra la letteratura italiana gialla e la storia tunisina gialla. In realtà, la storia e la letteratura sono sempre in contatto, ma questa volta il loro incontro è più reale e concretamente vissuto.

1. Il giallo
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SCRIVIAMOCI 2016

Premio SCRIVIAMOCI 2016 –  20 ANNI NEL 2020: Racconta come sei, racconta come sarai

scriviamoci 2016

Roma, 3 febbraio 2016. Il nuovo anno porta con sé propositi e progetti per costruire giorno dopo giorno il proprio futuro: ma come sarà davvero? Il Premio Scriviamoci, promosso dal Centro per il libro e la lettura in collaborazione con la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e con il sostegno di SIAE – Società Italiana degli Autori e degli Editori, nella sua seconda edizione lancia una sfida di immaginazione agli studenti delle scuole superiori di tutta Italia e di quelle italiane all’estero: 20 ANNI NEL 2020: Racconta come sei, racconta come sarai. “Inventa una situazione in cui, tra qualche anno, mettendo in ordine le tue cose, troverai un oggetto della tua adolescenza: un cellulare, un diario scolastico, una foto, il biglietto di un concerto. Prendi spunto da questo episodio per riflettere su come sei ora e su come potresti diventare” – questo l’invito del bando di concorso. Leggi tutto…

IL FIGLIO MASCHIO di Giuseppina Torregrossa (recensione)

Il figlio maschioIL FIGLIO MASCHIO di Giuseppina Torregrossa (Rizzoli)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Giovanni Parlato

La vita continua, tutti i giorni. La libreria Cavallotto di Catania apre la mattina per chiudere la sera. Clienti nuovi e abitudinari fanno il loro ingresso, gente che esce con un libro da portare a casa: vendere libri, ecco cosa fanno Adalgisa e le figlie. Dietro questa giornata, c’è una storia raccontata da Giuseppina Torregrossa nel suo ultimo libro “Il figlio maschio” pubblicato da Rizzoli. Dopo la lettura del libro, entrare in libreria non sarà più come prima, non si potrà più guardare soltanto con gli occhi del presente, ma anche con gli occhi del passato.
Possiamo facilmente immaginare Adalgisa e le figlie che raccontano a Giuseppina Torregrossa la storia di famiglia, una carrellata di ricordi dove la scrittrice intuisce che c’è materia per il suo lavoro. Da una parte le persone e i fatti di per sé carichi di sogni e coraggio, dall’altra i personaggi del libro che conservano i nomi della storia: i fatti sono quelli, veri, cui Giuseppina Torregrossa tesse la sua tela immaginando e fantasticando, passando dal piano della verità del racconto orale alla verosimiglianza della parola scritta. Un’operazione che si regge, come un palazzo sulle sue fondamenta, su un linguaggio compenetrato d’italiano e siciliano perché come ha spiegato la stessa autrice “il siciliano è la lingua del cuore, l’italiano la lingua della ragione”.
I capitoli portano tutti il nome di uno o più personaggi. Appare quasi un omaggio al teatro, un’apparizione scenica dove sul palco arrivano di volta in volta, loro, i personaggi del romanzo raccontando se stessi e Giuseppina Torregrossa li ascolta donandoli al lettore in terza persona. Un distacco necessario per mantenere la coralità del libro e, soprattutto, per comunicare i sentimenti di cui vive ogni pagina.
Concetta Russo è il primo forte personaggio che incontriamo. Dalla sua unione col marito don Turiddu Ciuni nascono dodici figli. Siamo a Sommatino nel 1924. Il figlio prediletto è Filippo su cui cade il destino della famiglia. Il padre vuole che sia Filippo a guidare il feudo di Testasecca, a curare la terra e i suoi frutti. La moglie Concetta ha mandato a scuola tutti i figli, maschi e femmine, nessuno escluso. Il percorso si deve ora concludere e Filippo non è uomo in grado di raccogliere l’eredità del padre. Si chiude, definitivamente, l’era del verismo narrato da Verga, del possesso della roba. I tempi sono cambiati e Concetta lo ha capito a differenza della caparbia ostinazione dello sposo che ama. È giunto il tempo di passare dalla zappa ai libri, dalla terra alla cultura. Perché le donne e i libri, in questo romanzo, vanno di pari passo. La madre, la figlia, la moglie, la vedova non sono soltanto avvolte dalla sensualità della carne, ma anche dalla sensualità della parola e i libri diventano il contenitore naturale. Il figlio maschio, Filippo in questo caso, è il risultato di questa gestazione che solo le donne potevano compiere. Filippo apre una bancarella di libri in piazza Bologni a Palermo, affitta un mezzanino nel principesco palazzo Alliata, apre poi una libreria davanti al Teatro Massimo. Con lui, la sorella Concettina appassionata anche lei di libri. Filippo sposa la bella contessa Luisa Sarcinelli con il conseguente arretramento di Concettina. Filippo Ciuni, è storia vera, diventa anche un editore che, nonostante abbia aderito all’ideologia fascista, pubblicherà Benedetto Croce. Morirà, infine, in montagna con i partigiani. Leggi tutto…

IL CRISTIANO TRA POTERE E MONDANITÀ: 15 malattie secondo papa Francesco

Copertina di 'Il cristiano tra potere e mondanità'Da Il cristiano tra potere e mondanità – 15 malattie secondo papa Francesco (Anna Carfora – Sergio Tanzarella, introduzione di Nunzio Galantino © Il Pozzo di Giacobbe 2015, Collana “Oasi”)

Quelle che il papa ha messo in fila – il narcisismo come l’eccessiva operosità, la durezza di cuore, il funzionalismo, l’alzheimer spirituale che fa perdere lo slancio gioioso dato dall’incontro personale con Cristo e si concentra solo sul presente, la vanagloria, il servilismo cortigiano interessato ad ingraziarsi il potere, il pessimismo sterile, l’accumulare per sentirsi più sicuri, la ricerca di consensi che diventano lo scopo della vita – sono tutte malattie che imputridiscono le esperienze ecclesiali impedendo alla Chiesa di esprimersi come un corpo vivo, in cammino e in trasformazione. […]

* * *

Incipit parte I. “Una diagnosi grave ed urgente”

Fermarsi, scendere, andare incontro

Sono trascorsi poco più di due anni dal 19 marzo 2013, giorno della Messa di intronizzazione a piazza san Pietro. In quella mattina di sole, Francesco sta andando verso l’altare dove ad attenderlo ci sono i grandi della terra: presidenti e teste coronate. All’improvviso rompe il protocollo del cerimoniale. Tra l’imbarazzo e lo stupore dei cronisti di tutto il mondo – e facendo attendere gli illustri ospiti – Francesco fa fermare l’auto, scende da essa e va incontro ad un malato di SLA e lo abbraccia. Sul momento tanti non hanno capito e lo hanno confuso con una qualsiasi generica buona azione. Ma in quel gesto era già racchiuso il senso profondo del programma del pontificato. Un invito a fermarsi dalla corsa di un attivismo fine a se stesso o orientato all’ottenimento di riconoscimenti mondani: solo fermandoci possiamo vedere.

Ma non basta fermarsi, occorre anche scendere da tutti i piedistalli dove ci siamo o ci hanno collocato, perché «resta chiaro che Gesù Cristo non ci vuole come principi che guardano in modo sprezzante, ma come uomini e donne del popolo»[1]. Occorre quindi scendere dalla condizione di superiorità che rischia di non farci sentire umani tra gli umani, scendere per vedere come vedono gli altri il mondo; solo scendendo possiamo incontrare gli altri negli occhi. Ma a questa discesa nella condizione comune della umanità che è rimasta sulla terra, che non appartiene ai vertici della società e del mondo, che non possiede una opzione preferenziale per il cielo, che non assiste mangiando pasticcini dalle terrazze alle messe di beatificazione, che non è socia del “Circolo della caccia” o del “Nuovo circolo degli scacchi”, deve seguire l’andare incontro rompendo ogni muro e barriera, ogni distanza e giustificazione di distanza, ogni codice di separatezza. E andare incontro significa anche toccare, toccare «la carne sofferente degli altri»[2] e non mantenerci «a distanza dal nodo del dramma umano»[3], imparare ad abbracciare le persone. Un abbraccio non di circostanza, di quelli formali e diplomatici che mantengono le distanze, ma di quelli che restituiscono il senso del corpo, cioè la condivisione della sorte degli altri. Per lungo tempo l’illusione del possesso della verità ha prodotto varie forme di alterigia e giustificato ogni violenza; è tempo di capire che la verità ci è solo affidata per quel poco che ci è dato di capirla e che il nostro compito non è agitarla come una clava, ma condividerla semplicemente con gli altri rendendola possibile nella vita ordinaria, rompendo l’anonimato dei condomini dei quartieri senza volto. Leggi tutto…