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IL CRISTIANO TRA POTERE E MONDANITÀ: 15 malattie secondo papa Francesco

febbraio 2, 2016

Copertina di 'Il cristiano tra potere e mondanità'Da Il cristiano tra potere e mondanità – 15 malattie secondo papa Francesco (Anna Carfora – Sergio Tanzarella, introduzione di Nunzio Galantino © Il Pozzo di Giacobbe 2015, Collana “Oasi”)

Quelle che il papa ha messo in fila – il narcisismo come l’eccessiva operosità, la durezza di cuore, il funzionalismo, l’alzheimer spirituale che fa perdere lo slancio gioioso dato dall’incontro personale con Cristo e si concentra solo sul presente, la vanagloria, il servilismo cortigiano interessato ad ingraziarsi il potere, il pessimismo sterile, l’accumulare per sentirsi più sicuri, la ricerca di consensi che diventano lo scopo della vita – sono tutte malattie che imputridiscono le esperienze ecclesiali impedendo alla Chiesa di esprimersi come un corpo vivo, in cammino e in trasformazione. […]

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Incipit parte I. “Una diagnosi grave ed urgente”

Fermarsi, scendere, andare incontro

Sono trascorsi poco più di due anni dal 19 marzo 2013, giorno della Messa di intronizzazione a piazza san Pietro. In quella mattina di sole, Francesco sta andando verso l’altare dove ad attenderlo ci sono i grandi della terra: presidenti e teste coronate. All’improvviso rompe il protocollo del cerimoniale. Tra l’imbarazzo e lo stupore dei cronisti di tutto il mondo – e facendo attendere gli illustri ospiti – Francesco fa fermare l’auto, scende da essa e va incontro ad un malato di SLA e lo abbraccia. Sul momento tanti non hanno capito e lo hanno confuso con una qualsiasi generica buona azione. Ma in quel gesto era già racchiuso il senso profondo del programma del pontificato. Un invito a fermarsi dalla corsa di un attivismo fine a se stesso o orientato all’ottenimento di riconoscimenti mondani: solo fermandoci possiamo vedere.

Ma non basta fermarsi, occorre anche scendere da tutti i piedistalli dove ci siamo o ci hanno collocato, perché «resta chiaro che Gesù Cristo non ci vuole come principi che guardano in modo sprezzante, ma come uomini e donne del popolo»[1]. Occorre quindi scendere dalla condizione di superiorità che rischia di non farci sentire umani tra gli umani, scendere per vedere come vedono gli altri il mondo; solo scendendo possiamo incontrare gli altri negli occhi. Ma a questa discesa nella condizione comune della umanità che è rimasta sulla terra, che non appartiene ai vertici della società e del mondo, che non possiede una opzione preferenziale per il cielo, che non assiste mangiando pasticcini dalle terrazze alle messe di beatificazione, che non è socia del “Circolo della caccia” o del “Nuovo circolo degli scacchi”, deve seguire l’andare incontro rompendo ogni muro e barriera, ogni distanza e giustificazione di distanza, ogni codice di separatezza. E andare incontro significa anche toccare, toccare «la carne sofferente degli altri»[2] e non mantenerci «a distanza dal nodo del dramma umano»[3], imparare ad abbracciare le persone. Un abbraccio non di circostanza, di quelli formali e diplomatici che mantengono le distanze, ma di quelli che restituiscono il senso del corpo, cioè la condivisione della sorte degli altri. Per lungo tempo l’illusione del possesso della verità ha prodotto varie forme di alterigia e giustificato ogni violenza; è tempo di capire che la verità ci è solo affidata per quel poco che ci è dato di capirla e che il nostro compito non è agitarla come una clava, ma condividerla semplicemente con gli altri rendendola possibile nella vita ordinaria, rompendo l’anonimato dei condomini dei quartieri senza volto.

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Incipit parte II. Il pontefice e la sua Curia nella storia della Chiesa

Il discorso che il papa ha rivolto il 22 dicembre 2014, in occasione del Natale, all’organo di governo che comprende quelli che dovrebbero essere i suoi più stretti collaboratori, è un discorso la cui portata epocale può essere compresa solo se illuminata opportunamente da una conoscenza di questo organo, delle sue funzioni e della sua relazione con il pontefice e con la Chiesa intera e ciò a partire dalla sua nascita e attraverso tutta la sua storia. In primo luogo, dunque, è necessario tracciare un profilo delle sue connotazioni e trasformazioni nel corso del tempo; operazione che si snoda attorno al nesso ecclesiologico papa-Curia-Chiesa. In secondo luogo è opportuno considerare come la riforma etico-spirituale della Curia si colleghi con la sua riforma giuridico istituzionale e come papa Francesco intende questa relazione.

Attualmente la Curia Romana è costituita dalla Segreteria di Stato, da 9 Congregazioni, alcune delle quali si articolano in diverse commissioni (9 in totale), 3 Tribunali, 12 Pontifici Consigli, 3 Uffici, 14 Istituzioni collegate che vanno dall’Archivio Segreto alla Radio Vaticana, 11 Accademie Pontificie, 2 Pontifici Comitati, oltre al Segretariato del Sinodo dei Vescovi, al Corpo delle Guardie Svizzere e all’Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica. Tale organizzazione è il frutto delle ultime riforme attuate nella seconda metà del ’900 e di cui tratteremo più avanti. Le sue origini, o almeno ciò che al termine Curia si associa, risalgono all’epoca medievale [84] laddove questo termine viene impiegato per designare persone e organismi che coadiuvavano, già dal tardo antico, il vescovo di Roma e via via si estende a tutta la Corte papale e alla Famiglia pontificia.

Essa non è l’unico organo che affianca il Papa. Con la riforma dell’XI secolo più importante della Curia diviene il collegio dei cardinali che costituiva il primo organo coadiutore del pontefice.

La storia che proviamo a delineare mostra come – attraverso un processo in cui si riconoscono oltre che distinzioni spesso sovrapposizioni e trasversalità – la Curia assumerà progressivamente un ruolo preponderante rispetto al Concistoro fino al presente, momento in cui si pone con inderogabile urgenza la questione di un autentico collegio che circondi il papa.

(Riproduzione riservata)

© Il Pozzo di Giacobbe

[1] Francesco, Evangelii gaudium 271.

[2] 2 Ib. 270.

[3] 3 Ib.

[84] Il termine Curia Romana compare per la prima volta in un documento del 1089, quando era pontefice Urbano II. Cf E. Pásztor, «La Curia Romana», in Le istituzioni ecclesiastiche della «societas cristiana» dei secoli XI e XII: papato, cardinalato, episcopato, Atti della quinta Settimana internazionale di studio, Mendola, 26-31 agosto 1971, Vita e Pensiero, Milano 1974, 491.

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Il Libro

Copertina di 'Il cristiano tra potere e mondanità'Nel discorso del 22 dicembre 2014 – «un discorso a lungo pensato, dove ogni immagine suggerisce storie e avvenimenti che attraversano tutta la storia della Chiesa» –, papa Francesco ha elencato 15 gravi malattie che affliggono la curia, lasciando intravedere una riforma della Chiesa e della curia stessa.

Quelle che il papa ha messo in fila – il narcisismo come l’eccessiva operosità, la durezza di cuore, il funzionalismo, l’alzheimer spirituale che fa perdere lo slancio gioioso dato dall’incontro personale con Cristo e si concentra solo sul presente, la vanagloria, il servilismo cortigiano interessato ad ingraziarsi il potere, il pessimismo sterile, l’accumulare per sentirsi più sicuri, la ricerca di consensi che diventano lo scopo della vita – sono tutte malattie che imputridiscono le esperienze ecclesiali impedendo alla Chiesa di esprimersi come un corpo vivo, in cammino e in trasformazione.[…]

Ogni progetto di riforma, per essere efficace, dovrà includere una terapia che agisca in profondità sugli atteggiamenti del singolo così come della comunità. È questa la terapia indicata da Francesco per curare le malattie che impoveriscono il corpo della Chiesa e che ne possono fare un luogo di umanesimo negato, come nella storia passata fino al presente è purtroppo avvenuto.

[…] Di fronte ai cambiamenti ai quali stiamo assistendo bisogna sapere conservare la freschezza di una Chiesa del popolo, che promuove l’impegno sociale, in vista di quella promozione umana sempre più urgente.

(Nunzio Galantino)

Il papa individua in un rapporto sbilanciato con il potere la comune origine delle malattie curiali e compie, così, l’ultimo atto di una denuncia ultramillenaria della corruzione della Chiesa.

Sin dai primi secoli dopo Cristo, la curia – l’insieme degli organismi che costituisce il governo centrale della Chiesa è in balìa della corruzione, corruzione che finisce per travolgere tutto il clero. Sotto Costantino si assiste a quel fenomeno denominato dagli studiosi “imperializzazione del Cristianesimo”, dove modelli di relazione e gerarchia, fino ad allora a esso estranei, emergono a tal punto da diventare insostituibili. Ben presto con curia viene a intendersi la struttura che regola tutti gli aspetti esecutivi-amministrativi, burocratici e fiscali della Chiesa, così come la deriva temporalistica che ne consegue. Tra il XV e il XVI secolo, quando la decadenza raggiunge picchi vertiginosi, alcuni papi cercano di opporle progetti di riforma, che però riguardano unicamente ambiti determinati, mentre resta saldo il sistema curiale, grazie alla sua notevole capacità di trasformismo nonché di adattamento ai diversi pontificati e alle mutate situazioni storiche. Anche nel 1900 si registrano alcuni tentativi di riforma, che, come i precedenti, non mettono in discussione la natura del rapporto tra curia, papa ed episcopato, risultando, piuttosto, azioni di riordino e aggiustamento, prive di rilevanza ecclesiologica. Discorso a parte è quello sul Concilio Vaticano II, che ha il grande merito di valorizzare la presenza e il ruolo del cristiano nella società, assegnando maggiore spazio alla partecipazione dei laici alla vita della Chiesa.

Ma il deterioramento della Chiesa è denunciato soprattutto da personalità materialmente distanti dalla curia: come il vescovo Ilario di Poitiers o il domenicano Girolamo Savonarola; come il filosofo Antonio Rosmini, il quale, con le sue Cinque piaghe della Santa Chiesa (1833), poi messo all’Indice, condanna in specie la commistione tra potere politico e clero, o come lo scrittore Antonio Fogazzaro che, ne Il Santo (1905), suo romanzo più noto, anch’esso messo all’Indice, parla di quattro spiriti maligni dentro la Chiesa – menzogna, dominio del clero, avarizia, immobilità; fino a figure esemplari di religiosi contemporanei, i quali pagano il prezzo del loro dissenso con l’emarginazione, l’isolamento, se non proprio con la vita stessa – Oscar Romero, Juan José Gerardi Conedera, Lorenzo Milani, Tonino Bello, Ignacio Ellacuría, solo pe ricordarne alcuni.

A una Chiesa sempre più convinta della propria autosufficienza, nella presunzione di un centralismo in grado di fornire indicazioni tassative e soluzioni per il mondo intero, non si oppongono, però, soltanto i singoli individui ma anche le comunità come, per esempio, quella fiorentina dell’Isolotto. Comunità, la quale – alla fine degli anni ’60 del secolo scorso –, volendo vivere appieno le istanze di rinnovamento postconciliare, subisce l’accanimento della curia cittadina, intollerante a dei fedeli che non si piegano né a verità precostituite né a obbedienze cieche e che al diritto canonico antepongono il Vangelo.

Proprio la libertà e l’imprevedibilità della forza del Vangelo acquistano nuova linfa con Francesco. Il papa, prima, nell’Evangelii Gaudium e, poi, nel discorso natalizio alla curia del 2014, restituisce alla fede cristiana il significato originario e fondativo di servizio e condivisione con i fratelli, specialmente quelli più fragili, richiamando al senso del limite e della provvisorietà.

La trasformazione della curia non può che essere, quindi, uno dei tanti aspetti della riforma della Chiesa auspicata da Bergoglio. Come afferma il teologo Severino Dianich: «È indispensabile e non più derogabile che la forma di vita evangelica si instauri e traspaia anche e soprattutto dalla Chiesa istituzione, di cui la curia stessa non è che un aspetto. […] Le umiliazioni che hanno afflitto la Chiesa […] devono contribuire a trasformare una chiesa umiliata in una chiesa umile».

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Anna Carfora (Napoli 1959), teologa, è docente di Storia della Chiesa presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e membro dell’Istituto di Storia del Cristianesimo. Tra le sue pubblicazioni: I cristiani al leone. I martiri cristiani nel contesto mediatico dei giochi gladiatorii (Il Pozzo di Giacobbe 2009), La Passione di Perpetua e Felicita. Donne e martirio nel cristianesimo antico (Lepos 2007) e Morte e presente nelle Meditazioni di Marco Aurelio e negli Atti dei Martiri contemporanei (Istituto Italiano per gli Studi Filosofici-La Città del Sole 2001).

Per Il Pozzo di Giacobbe ha curato, insieme a Sergio Tanzarella, Teologhe in Italia. Indagine su una tenace minoranza (2010) e, insieme a Enrico Cattaneo, Figure profetiche nel cristianesimo del II secolo (2008).

 

Sergio Tanzarella (San Felice a Cancello, Caserta, 1959), insegna Storia della Chiesa presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, dove dirige l’Istituto di Storia del Cristianesimo, ed è professore invitato presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Tra le sue pubblicazioni: Chiesa e società nel secolo XX (coautore con Piersandro Vanzan e Pierluigi Mele, Edizioni Dehoniane 1993), La purificazione della memoria. Il compito della storia tra oblio e revisionismi (Edb 2001), Gli anni difficili. Lorenzo Milani, Tommaso Fiore e le “Esperienze pastorali” (Il Pozzo di Giacobbe 2008). La grande menzogna. Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla I guerra mondiale (coautore con Valerio Gigante e Luca Kocci, Dissensi 2015). Sempre per i tipi del Pozzo di Giacobbe, è uscito di recente Francesco e i pentecostali. L’ecumenismo del poliedro, di cui è coautore assieme a Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta. Per la Treccani, ha collaborato a Cristiani d’Italia (2011) e a Costantino I (2013).

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