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IL FIGLIO MASCHIO di Giuseppina Torregrossa (recensione)

febbraio 2, 2016

Il figlio maschioIL FIGLIO MASCHIO di Giuseppina Torregrossa (Rizzoli)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Giovanni Parlato

La vita continua, tutti i giorni. La libreria Cavallotto di Catania apre la mattina per chiudere la sera. Clienti nuovi e abitudinari fanno il loro ingresso, gente che esce con un libro da portare a casa: vendere libri, ecco cosa fanno Adalgisa e le figlie. Dietro questa giornata, c’è una storia raccontata da Giuseppina Torregrossa nel suo ultimo libro “Il figlio maschio” pubblicato da Rizzoli. Dopo la lettura del libro, entrare in libreria non sarà più come prima, non si potrà più guardare soltanto con gli occhi del presente, ma anche con gli occhi del passato.
Possiamo facilmente immaginare Adalgisa e le figlie che raccontano a Giuseppina Torregrossa la storia di famiglia, una carrellata di ricordi dove la scrittrice intuisce che c’è materia per il suo lavoro. Da una parte le persone e i fatti di per sé carichi di sogni e coraggio, dall’altra i personaggi del libro che conservano i nomi della storia: i fatti sono quelli, veri, cui Giuseppina Torregrossa tesse la sua tela immaginando e fantasticando, passando dal piano della verità del racconto orale alla verosimiglianza della parola scritta. Un’operazione che si regge, come un palazzo sulle sue fondamenta, su un linguaggio compenetrato d’italiano e siciliano perché come ha spiegato la stessa autrice “il siciliano è la lingua del cuore, l’italiano la lingua della ragione”.
I capitoli portano tutti il nome di uno o più personaggi. Appare quasi un omaggio al teatro, un’apparizione scenica dove sul palco arrivano di volta in volta, loro, i personaggi del romanzo raccontando se stessi e Giuseppina Torregrossa li ascolta donandoli al lettore in terza persona. Un distacco necessario per mantenere la coralità del libro e, soprattutto, per comunicare i sentimenti di cui vive ogni pagina.
Concetta Russo è il primo forte personaggio che incontriamo. Dalla sua unione col marito don Turiddu Ciuni nascono dodici figli. Siamo a Sommatino nel 1924. Il figlio prediletto è Filippo su cui cade il destino della famiglia. Il padre vuole che sia Filippo a guidare il feudo di Testasecca, a curare la terra e i suoi frutti. La moglie Concetta ha mandato a scuola tutti i figli, maschi e femmine, nessuno escluso. Il percorso si deve ora concludere e Filippo non è uomo in grado di raccogliere l’eredità del padre. Si chiude, definitivamente, l’era del verismo narrato da Verga, del possesso della roba. I tempi sono cambiati e Concetta lo ha capito a differenza della caparbia ostinazione dello sposo che ama. È giunto il tempo di passare dalla zappa ai libri, dalla terra alla cultura. Perché le donne e i libri, in questo romanzo, vanno di pari passo. La madre, la figlia, la moglie, la vedova non sono soltanto avvolte dalla sensualità della carne, ma anche dalla sensualità della parola e i libri diventano il contenitore naturale. Il figlio maschio, Filippo in questo caso, è il risultato di questa gestazione che solo le donne potevano compiere. Filippo apre una bancarella di libri in piazza Bologni a Palermo, affitta un mezzanino nel principesco palazzo Alliata, apre poi una libreria davanti al Teatro Massimo. Con lui, la sorella Concettina appassionata anche lei di libri. Filippo sposa la bella contessa Luisa Sarcinelli con il conseguente arretramento di Concettina. Filippo Ciuni, è storia vera, diventa anche un editore che, nonostante abbia aderito all’ideologia fascista, pubblicherà Benedetto Croce. Morirà, infine, in montagna con i partigiani.Il figlio maschioUna morte che getta nel dolore la madre Concetta la quale va a Palermo in cerca dei luoghi abitati dal figlio. Un pellegrinaggio fatto di dolore e speranza. E qui incontriamo alcune fra le pagine più belle del romanzo. Concetta entra nella chiesa di Sant’Agostino, è il 22 maggio, giorno di Santa Rita, la santa delle cose impossibili. “Se fossi credente ti chiederei di farmi rivedere anche solo per un momento mio figlio Filippo” fa dire Giuseppina Torregrossa a Concetta. In chiesa, la donna incontra “un vecchio malmesso” e Concetta ha paura, teme prima che sia un pazzo poi un ladro. Invece, il vecchio – che ha letto la disperazione negli occhi della donna e dice di essere un uomo ricco – le offre un aiuto economico, ma l’unico desiderio di Concetta è di rivedere il figlio. Il vecchio offre un fiore alla donna, le chiede di pregare Santa Rita e chiedere alla santa una grazia che le sarà concessa. In questo passaggio surreale (il vecchio è forse un angelo? È questa la vera ricchezza?) consiste la vetta più alta della creatività di Giuseppina Torregrossa che non scrive una cronistoria, ma un romanzo che condensa gli episodi più significativi di una saga familiare lunga un secolo.
Dopo Filippo Ciuni, ci sarà un secondo figlio maschio: è Vito Cavallotto. E’ il figlio di Concettina (la sorella di Filippo) che sposa Giuseppe Cavallotto. Vito apre una libreria a Caltanissetta e sposa Adalgisa D’Ambra. Alla fine degli anni Sessanta, apre anche una libreria a Catania. Fra le pagine fanno capolino scrittori come Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Leonardo Sciascia. E’ la Sicilia dei grandi scrittori (e di altri librai-editori come Flaccovio) con cui questa storia s’intreccia. Inoltre, con grande leggerezza, l’autrice descrive il periodo più felice della famiglia di Vito Cavallotto: la villeggiatura al campeggio La Playa con la roulotte che, col tempo, si arricchisce di nuovi ambienti. E’ la vita bella e spensierata che ogni famiglia vorrebbe vivere e, ora, fra i ricordi più preziosi.
Vito, come Filippo, non si accontenta di fare il libraio, ha anche lui lo spirito dell’editore. Ma il destino lo attende sulla strada da Catania a Palermo. Adalgisa resta sola con le figlie Cetti, Anna e Luisa: i parenti le stanno pianificando il futuro, mentre si aggirano iene e sciacalli. La mafia aveva programmato di fare saltare la vetrina del negozio. E’ ormai una parabola giunta alle ultime battute. Ma il coraggio prende il sopravvento. Il binomio donne-libri affronta la vita. La madre Concettina non vuole che quanto fatto da Vito vada perso. Adalgisa incontra il suo uomo in sogno. Con lui parla, si fa consigliare, aspetta un abbraccio. Un amore che continua a vivere. Vito prende per mano la sua donna confidandole: “Amore mio, io sarò sempre accanto a te”. In queste pagine, Giuseppina Torregrossa narra la storia di un grande amore, di un rapporto sentimentale che continua, perché l’amore non può scomparire. Un tema attualissimo affrontato anche da Giuseppe Tornatore nel suo ultimo film “La corrispondenza”. Nel grande schermo ci sono video, mail, sms, buste affrancate, c’è soprattutto la tecnologia che può prolungare la vita oltre la morte. Ma è sempre l’amore il motore di quella spinta. Ed è questo sentimento che Giuseppina Torregrossa coglie nel cuore di Adalgisa come nel cuore delle figlie. Un coraggio che si anima di speranza per il prossimo figlio maschio.

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Giuseppina Torregrossa è nata a Palermo, vive tra la Sicilia e Roma, ha tre figli e un cane.

Ha esordito nel 2007 con L’assaggiatrice, cui sono seguiti, tra gli altri, Il conto delle minne (2009), Manna e miele, ferro e fuoco (2011), Panza e prisenza (2013) e La miscela segreta di casa Olivares (2014).

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