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BALLANDO CON AVERROÈ – intervista alla scrittrice TONI MARAINI

febbraio 5, 2016

BALLANDO CON AVERROÈ. Racconti di viaggio in un mondo musulmano che non fa paura” (Poiesis)

Intervista alla scrittrice TONI MARAINI

di Ilaria Campodonico

Ballando con Averroè” sono racconti di viaggio in un mondo musulmano che non fa paura, pubblicati dalla casa editrice Poiesis. Storica dell’arte, scrittrice, poetessa, saggista, studiosa del Maghreb, l’autrice è figlia dell’antropologo Fosco Maraini e della pittrice Topazia Alliata.

Vissuta in Marocco per oltre vent’anni, Toni Maraini torna a descrivere – come in “Ultimo tè a Marrakesh” e “I sogni di Atlante” – minareti, oasi e attraversamenti, mantenendosi libera e sempre in contatto con se stessa: un esempio di letteratura-letteratura, intesa come esercizio continuo (regola e forma) e modo di essere tra le cose del mondo.
Il valore di questo libro risiede non soltanto nella costanza e intensità con cui Toni Maraini si dedica alle verità storiche, ma anche nel tentativo di trasformare temi consueti – proposti il più delle volte come una visione monolitica e minacciosa – in spazi di discussione comune, dove appare davvero imprudente avanzare una visione chiusa e definitiva.
La sua scrittura a più voci – poetica, raffinata, avvolgente come un incantesimo – esplora la vita quotidiana dei cortili interni, di certi universi familiari, ritrovando pensieri densi, tesori di corpi e vestiti, avventure, abitudini, affetti. Sullo sfondo di un paesaggio in trasformazione che è geografico e umano. Un libro come questo consente un viaggio nello spazio e nel pensiero, sul mare tra le due sponde, con lo sguardo sempre avanti all’incrocio delle correnti: il Mediterraneo, le vie del sale e delle spezie, dell’arte e delle armi, della sapienza e della conoscenza, di santi, profeti e religioni.
Una storia entra dentro l’altra, i personaggi s’incastrano come scatole cinesi e taluni fatti lontani possono aiutarci a capire, a vedere realmente, gli occhi chiusi per immaginare meglio. La nostra guida simbolica è Averroè, il filosofo, giurista, medico e astronomo, che dopo cento giorni dalla sepoltura a Marrakesh, venne riesumato e trasportato (secondo le sue volontà) su un mulo fino a Cordova, città d’origine, insieme a tutti i suoi manoscritti.
Così accade che descrivendo piani d’intersezione e invocando la ragione, la laicità, il dialogo – parlate e non gridate, la scelta è tra conformarsi o impegnarsi – le cose prendano una luce nuova, aumentata. La scrittrice sembra svegliarci dal torpore nel quale siamo spesso abbandonati: guardate, quante cose non conoscete! Il suo è un invito all’andare.

– Racconti di viaggio e di incontri, con personaggi che si muovono nella geografia e nel tempo, nel paesaggio e nella memoria. Partendo dal Marocco, guardando al Mediterraneo, storia grande e storia piccola si incontrano nel suo libro: intere famiglie, vita quotidiana, saggi, asceti, tesori, cavalieri, marinai, datteri, canti, palmeti, vie. Quale sentimento la lega a quei luoghi?
Il sentimento, che dovrebbe essere quello di tutti coloro che realmente viaggiano (cioè, non si ‘spostano’ soltanto) o realmente soggiornano e vivono (cioè, non ‘stanno’ soltanto) in un luogo. Il rapporto che si istaura è quello che lo scrittore del Marocco Abdelkébir Khatibi ha sintetizzato – nel suo libro ‘Figures de l’Etranger’ – nella formula ‘loi de l’hospitalité’, per la quale ‘io sono il tuo ospite cordiale e tu ne diventi il mio’. Legge che ci porta ad un incontro, nel reale e nell’immaginario, nella storia e nel vissuto. Richiede uno sforzo di conoscenza reciproca e rispetto delle proprie singolarità – talvolta all’inizio soltanto una stretta di mano, un sorriso e qualche parola nelle reciproche lingue -, e che è necessario tra culture e civiltà, e fondamento del loro interagire millenario. Il sentimento che mi lega ai luoghi del Maghreb è di siffatta natura. Non parte da un presupposto teorico ma è nato e si è consolidato nel tempo nutrito dal sentimento di una reciproca ospitalità compiutamente avvenuta.

Mediterraneo, da “culla di civiltà” a “muro d’acqua”. Può raccontare questa immagine? Esistono ancora elementi per una comune cultura mediterranea?
Sul concetto di ‘culla’ delle civiltà hanno scritto tanti emeriti mediterraneisti che non hanno mancato di ricordare come l’Europa vi affondi le sue radici storiche. Gli alternanti periodi di antagonismo non hanno mai fermato il millenario processo di scambio e di trasmissione di conoscenze. Il costituirsi dopo Scheghen di un’Europa che gira le spalle al Mediterraneo volgendosi politicamente ed economicamente verso Est, ha spostato il baricentro. Guai, aveva avvertito Predrag Matvejevic, a creare un’Europa senza più politiche mediterranee… o interessarsi soltanto a vendere armi o sfruttare risorse. Una delle tante perniciose conseguenze è aver relegato nell’illegalità l’attraversamento del mare, un mortifero ‘muro d’acqua’ – ‘Acheronte di sangue’, ha scritto un poeta albanese – che ha causato ad oggi, come recensisce il sito ‘Fortress Europe’, più di 25 mila morti, tra cui molte centinaia di bambini. Uno scandalo e una vergogna storica e umanitaria. Che la coscienza media qui non se ne offuschi significa che qualcosa si è infranto nella percezione del Mediterraneo, e non soltanto… Ma la comune cultura fondante è un DNA inaggirabile e prima o poi un Mediterraneo unito da politiche sostenibili, memorie condivise e accordi di partenariato sarà visto come auspicabile e necessario.

Il capitolo finale è dedicato a una lunga conversazione tra commensali – invitati e casuali – in una casa marocchina. Quel dialogo appare come un antidoto e riconduce alla figura di Averroè. Qual è la sua centralità nel nostro tempo?
Sul ruolo di Averroè nella storia del pensiero occidentale e universale molto è stato scritto. A me interessava ricordare come oggi egli abbia fatto ‘fragorosamente ritorno tra i pensatori musulmani contemporanei’ – cosi scrive il filosofo del Marocco El Jabri – in veste di figura ‘moderna’ e baluardo della ragione, figura cui si volgono sempre più le correnti che operano in senso inverso alla deriva fondamentalista.

Oggi che il mondo musulmano viene, il più delle volte, raccontato in maniera indifferenziata e parziale, qual è la funzione dell’intellettuale – inteso come passeur, “traghettatore” – per contribuire al superamento di un’immagine che provoca diffidenza e paura?
toni
Per disinnescare la spirale attuale di guerre, odio, disinformazione, violenze e paure è necessario connettersi, e dare visibilità, a quante e quanti, nel mondo musulmano, resistono a questa spirale, si oppongono alle derive fanatiche, e vogliono vivere e convivere in pace. È con loro che dobbiamo fare ponte. Purtroppo media e geo-politica vanno in senso inverso. Avremmo bisogno di molte più voci qui per dirlo, e di politiche di sviluppo, cultura, disarmo, accordi etc. da varare, come avremmo bisogno di dare spazio a quante e quanti, sull’altra riva, rappresentano un mondo molto più vivace, desideroso di convivenza e consapevole di quanto da qui si colga. Solo congiuntamente si potrà andare oltre – e riparare ferite e derive – al rovinoso disastro in corso. Quanti di noi vivono tra culture diverse devono fare un sforzo per essere ‘traghettatori’ di pacifica conoscenza.

Autoritratto con orizzonti, a cavallo tra due mondi. Una figura come la sua – di donna, madre, studiosa vissuta per vent’anni in un luogo, che spesso appare simile a un altrove – come interpreta le diverse rappresentazioni che arrivano dalle due sponde? Cosa sente quando attiva lo sguardo interno verso Sud? E cosa vede quando si trova dall’altra parte? O forse non è più possibile fare una distinzione…
Innanzi tutto, un mondo senza più ‘altrovi’ sarebbe una triste monotonia uniformata. L’antropologia culturale ci diceva che l’altrove portava anche arricchimento d’esperienza esistenziale e cognitiva, oltre che una bella e variegata produzione di arti. Con la mondializzazione quell’epoca è finita? Di certo gli equilibri si sono alterati. Nel portare oggi lo sguardo verso Sud non si può non provare sgomento per l’impasse in cui si trova la politica Nord-Sud e, anche, quella inversa Sud-Nord. L’aver vissuto, insegnato, fatto ricerca ‘dall’altra parte’ della riva Mediterranea mi ha aiutata ad osservare dal di fuori la politica occidentale e, pertanto, a decriptare quanto da decenni si andava delineando col ‘Nuovo ordine mondiale’ (titolo di uno scritto critico di Noam Chomsky). Se il cittadino medio occidentale riflettesse su come sono state scardinate (Del Boca scrive ‘somalizzate’) intere aree del mondo (dall’Afghanistan al Corno d’Africa e, oggi, oltre) e il perché e quali responsabilità abbiamo, meglio capirebbe il problema dei fuggiaschi e rifugiati, con più forza chiederebbe, a monte, strategie di pace (mettere fine alle ‘guerre infinite’ si può…), un ritorno alle politiche di sviluppo, agli accordi di partenariato e intese diplomatiche, e meglio coglierebbe le distinzioni oggi da fare e gli accorgimenti ragionati necessari per contrastare le derive armate e fanatiche nate da tanto subbuglio.

Nelle società musulmane vi sono componenti di secolarizzazione. L’Islam, che dialoga con le democrazie e le costituzioni occidentali, e la società civile – che lei descrive in “Ballando con Averroè” – hanno la forza per opporsi in maniera positiva e produrre un reale cambiamento?
Forza e cambiamenti ci sono, e sono vivaci e operosi, e così un iter storico di secolarizzazione e avanzamento sociale. Come ci sono altre modalità di vivere, concepire e interpretare la materia religiosa. Ma non sono qui resi visibili forse anche perché l’immaginario occidentale ha bisogno di un antagonista, e il cosiddetto e autoproclamato Isis ne è uno. Quasi mezzo secolo fa lo storico Norman Daniel scriveva che nell’evocare millenarismi apocalittici i polemisti occidentali “hanno parlato sempre nello stesso modo dei musulmani dal nono al secolo ventesimo”. A questo riguardo sarebbe urgente – oltre ad evitare di usare il termine ‘islamici’ invece di ‘islamisti’ – adoperarsi per de-costruire le spirali insensate, verificare la vera origine dei proclami mediatici, la reale consistenza di gruppi in rapporto al tessuto sociale (una recente autorevole inchiesta diffusa da un giornale del mondo arabo evidenziava che il 98% della gente aborre e ripudia il cosiddetto e autoproclamato Isis che minaccia in primis i musulmani stessi) e così via. Questo stato di cose non aiuta coloro che su questa e all’altra riva operano in maniera pacifica e positiva nonostante le tragedie in corso. La sacrosanta sicurezza dei cittadini occidentali va coordinata con varie strategie, una è quella culturale.

Il fatto che lei abbia vissuto all’estero in maniera prolungata, integrando la conoscenza profonda di genti e luoghi lontani e vicini, il lessico familiare dal quale proviene, un certo gusto per l’andare con attenzione per le culture altre, in che modo ha influenzato la grammatica del suo sguardo? E come la mescolanza di lingue ha agito sulla sua voce narrante?
La grammatica del mio sguardo è semplicemente umana (mi sento ‘cittadina del mondo’), umanista (in tempi post-umanisti è azzardato dirlo..) nel senso che presuppone un minimo di sintassi culturale. Ed è antropologicamente consapevole, attenta cioè a non essere soltanto ‘grammatica’ o ‘narrazione’ ma articolarsi con concetti, dati, punti di percezione storica, senza i quali i fenomeni – buoni o cattivi che siano – restano incomprensibili. Questa è la ragione per la quale alcuni miei racconti sembrano brevi saggi… ma nel deserto di conoscenze reali mi conforta se chi mi legge chiude il libro dicendo di avere imparato delle cose utili…. Se poi andiamo alla mescolanza di lingue, cerco di gestirla come posso… Detto ciò, non pretendo fare buona letteratura italiana… mi basta, restando saggiamente ‘outsider’, di non mentire e contribuire secondo le mie alchimie esperienziali.

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Il libro
Averroè è il filo conduttore simbolico di questi nuovi racconti di Toni Maraini. In effetti il filosofo arabo vissuto fra Cordoba e Marrakesh può davvero invitare a un giro di ballo oltre i valichi dell’incomprensione. Oggi più che mai abbiamo bisogno di riferimenti che incarnino i legami e le confluenze, e siano un antidoto alla paura fra le civiltà e le culture. Narrati a partire dal Marocco, i racconti si volgono al Maghreb e al Mediterraneo con documenti di storia e itinerari di viaggio, anche metaforici, e danno voce a donne e uomini che rappresentano realtà positive poco sostenute o messe in luce dall’Occidente. La tela di fondo tessuta dall’autrice è la gente di un mondo musulmano che vuole vivere e convivere in pace, non vuole invadere nessuno o essere invaso, che vuole risolvere i propri problemi, contrastare le derive fanatiche e resistere al terrorismo d’ogni fronte. Minacciata, invece, da cruente conflittualità, guerre devastanti e geopolitiche insensate, la percezione di quanto potrebbe unirci con la pace, la cultura e l’interscambio va alla deriva come gli esuli e i rifugiati tra frontiere e abissi marini. Con alcune ampie pennellate, e piccoli tasselli di memoria storica, il libro invita a riflettere su questi temi.

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Toni Maraini, scrittrice, saggista e studiosa del Maghreb, in Italia ha pubblicato fra gli altri:
Anno 1424 (Marsilio 1976), n.e La Murata (prefazione di A. Moravia, La Luna 1990), Imago, Intervista a Fellini (Semar 1992), Ultimo tè a Marrakesh (Edizioni Lavoro 1994), Poema d’Oriente (Premio Donna Città di Roma, Premio Sabaudia, Semar 2001), Diario di Viaggio in America tra Fondamentalismo e Guerra (La Mongolfiera 2003), Ricordi d’arte e prigionia di Topazia Alliata (Sellerio 2003), Fuga dall’Impero (La Mongolfiera 2004), La Lettera da Benares (Sellerio 2007, Premio Mondello 2007). Con Poiesis Editrice sono pubblicati: I Sogni di Atlante, Pandemonio Blues (2009), Da Ricòrboli alla Luna (2012). Tra il 1991 e il 2007 ha diretto il Fondo Moravia curandone i Quaderni. Nel 2008 le è stata assegnata in Marocco la Palme de Marrakesh per i suoi scritti sull’arte. Ha tradotto numerosi autori e autrici del Maghreb.

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