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LA FORTUNA SCENICA DI LUIGI CAPUANA di Maria Valeria Sanfilippo

febbraio 18, 2016

Maria Valeria Sanfilippo,LA FORTUNA SCENICA DI LUIGI CAPUANA, Salvatore Sciascia

pp. 208, euro 20.00, prefazione di Sarah Zappulla Muscarà.

Il libro sarà presentato a Catania il 4 marzo, ore 16.30, presso il Coro di notte del Monastero dei Benedettini.
Intervengono: Rosaria Sardo e Sergio Sciacca – Coordina: Sarah Zappulla Muscarà – Legge: Agostino Zumbo

La “duplice bestia nera”. Così Luigi Capuana soleva definire il pubblico e la stampa, destinatari ultimi delle sue opere drammaturgiche. Pubblico e stampa diedero del filo da torcere al teatro del mineolo, tanto osannato quanto bistrattato. La ricezione della sua fortuna è ora contenuta nel neonato volume “La fortuna scenica di Luigi Capuana” di Maria Valeria Sanfilippo, edito per i tipi di Salvatore Sciascia, con una succosa prefazione a firma Sarah Zappulla Muscarà e in copertina un dipinto di Mario Attilio Cristaldi. Fogli di un diario collettivo, scritto a due mani, quella del critico e quella del pubblico, con tutto quello che comporta tale convivenza, a volte pacifica a volte conflittuale.

Il lavoro di ricerca della giovane italianista Maria Valeria Sanfilippo (foto in basso) traccia un puntuale, ricco, documentato itinerario della fortuna scenica del teatro in lingua e in dialetto di Capuana, costellato di successi (è il caso di commedie in dialetto quali Malìa e Lu paraninfu, molte delle quali divenute cavalli di battaglia di intere generazioni di Compagnie) ma pure di rovinosi fischi (è la sorte toccata a commedie in italiano quali Il piccolo archivio, Serena, Gastigo, Ribelli). Dal debutto di Giacinta nel 1888 al Teatro Sannazaro di Napoli a Quacquarà, andata in scena postuma alla morte dell’autore nel 1916 al Teatro Alfieri di Torino è possibile immergersi nella febbrile attività drammaturgica del Capuana. A nudo ingranaggi e dinamiche del mondo dello spettacolo coevo, gli orientamenti di una società composita espressi da ‘penne’ di primo piano (Edoardo Boutet, Annibale Gabrielli, Stanislao Manca, Gaetano Miranda, Domenico Oliva, Giulio Piccini, Eugenio Torelli e molti altri nomi illustri celati da pseudonimi). Il meticoloso e sistematico spoglio di quotidiani e riviste a cavallo fra Otto e Novecento, condotto presso le emeroteche di Archivi e Biblioteche di svariate città italiane (fra le altre Bologna, Catania, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino), unitamente al corpus di carteggi, i tanti documenti di prima mano reperiti, ci restituiscono il giudizio della critica, le reazioni del pubblico, il clima culturale dell’epoca. Si chiariscono e si completano finalmente le esigue e spesso contraddittorie indicazioni bibliografiche, le supposizioni e gli equivoci sulla fortuna scenica capuaniana reiterati sino ad oggi.

m.v sanfilippoDa Malìa a Quacquarà, in un arco di tempo più che decennale, Capuana si è occupato di teatro dialettale sia sul versante creativo che su quello ermeneutico. Anche se, sempre più deluso da attori infedeli (in primo luogo Angelo Musco), – come annotato da Sarah Zappulla Muscarà nella nota introduttiva – finirà col paragonarsi a “quel giardiniere che ha veduto accestir bene una nuova pianta presa amorosamente a coltivare, che ne ha seguito ogni giorno il vigoroso sviluppo e che da certi cattivi indizi, dall’inaridimento di qualche foglia, dalle malefiche insidie d’insetti roditori ne vede minacciato lo sviluppo e forse l’esistenza”. Ma la presente pubblicazione è anche un invito da parte dell’autrice a rileggere il teatro capuaniano in lingua italiana, per scoprirne o riscoprirne, alla luce dell’esperienza novecentesca, i tanti spunti precorritori di modernità e d’interesse. Ripercorrere la fortuna scenica del mineolo, alla confluenza di un’epoca di trapasso in cui convergono elementi vecchi e germi nuovi, significa non solo attraversare le diverse fasi del pensiero storico e sociale del tempo, ma anche seguire le alterne vicende teatrali che portano il drammaturgo a imbastire una sintassi di conferme, di incaponimenti o di ripensamenti che lo spingono ad operare sui testi modifiche, tagli, interventi a-posteriori nel tentativo di sovvertire talora la tiepida ricezione di pubblico e critica o di semplificare il lavoro di taluni attori spesso incapaci di tradurre sulle scene le intenzioni dell’autore, alle prese con personaggi che vivono di un’esistenza tutta interiore.

La fortuna scenica di Luigi Capuana accende, per ogni testo teatrale, una piccola storia momentanea, che parla dei milieux culturali e degli umori di ciascuna comunità mano mano che le compagnie si spostano in tournée, ma è anche un’occasione, per chi lo volesse, per scavare più a fondo il dibattito culturale del tempo non soltanto nazionale. Per tale ragione il volume s’impone all’attenzione del lettore comune come pure degli addetti ai lavori, storici, filologi, linguisti e degli appassionati della storia della cultura tout court.

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