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NEL NOME DELLA MADRE di Alessandro Greco (un estratto)

febbraio 24, 2016

Pubblichiamo un estratto del romanzo NEL NOME DELLA MADRE di Alessandro Greco (Miraggi edizioni)

Nel nome della madreLa storia di Alessandro si svolge in una manciata di mesi, tra poche pareti e qualche esterno: le pareti di una casa come tante altre, dove vivono un marito, una moglie e una bambina, ma un po’ speciali, perché sono felici, e quelle di un ospedale, dove lui viene operato di un tumore al cervello, perché a volte sembra davvero che la felicità non possa esistere. Sgomenti, impauriti, arrabbiati anche, Alessandro e Federica si fanno forza, forti del loro amore, di quello per Sara, e per il bambino che sta per venire al mondo. Non basta, e il secondo colpo è ancora più tremendo. Eppure, con lucidità e limpidezza estreme, guardando in faccia ogni cosa e in profondità dentro se stessi, riescono a ritrovare un filo, perfino un senso, non soltanto nel loro rapporto e con la piccola Sara, ma negli altri, nelle vite che incrociano, in ogni minima occasione. Il romanzo che ne è nato, ne porta i segni: un romanzo di vita e di amore per la vita. È questo che mi ha colpito: il coraggio, viene da dire la nobiltà d’animo, di trasformare una tragedia personale in un’esperienza importante per gli altri, di cui si è grati.

(Laura Bosio)

* * *

Un estratto di NEL NOME DELLA MADRE

5
[Sono stanco]

Ci furono segnali?
No.
Forse uno, sbiaditissimo, un ricordo che ho messo in cantina per quanto poco significativo sembrasse.
Aspettavo un cliente nel grande salone della sua azienda vecchio stampo, sudavo guardandomi attorno e smarrendomi nel disegno ingarbugliato della carta da parati. C’era uno specchio appeso sulla parete alla mia destra: mi avvicinai per ingannare il tempo e darmi una sistemata veloce. Restai immerso in quello strano salone pieno di riflessi a studiare me stesso da ogni angolatura, respirando boccate sempre più massicce di aroma alla cannella. Un profumatore alla cannella stava tirando le cuoia da qualche parte; anche la segretaria che mi aveva accolto per poi sparire nel corridoio sembrava imbevuta di quel fetore mielato.
Mi guardai, quel giorno, dapprima di sfuggita, poi con grande bisogno di esaminarmi. Mi aggiustai i capelli e il cappotto, incredulo di fronte al mio aspetto, amplificato e forse deformato dai giochi dispettosi degli specchi. A un tratto apparivo così sciatto. Avevo un’aria incolore e slavata, mi sentivo in disordine e apparivo pallido come un cencio, affaticato e logoro.
Non sono io, sono stanco. Una voce nel petto aveva parlato al posto mio. Quello non sono io, devo farmi una bella dormita. Mi resi conto allora che il gigantesco specchio poteva sbizzarrirsi a distorcere i miei connotati. Ero una persona unica, ma bastava inclinare un po’ la testa per vedere sul mio volto visi estranei. Maschili, femminili, un’intera tribù di sconosciuti. Non siamo unici, in effetti.
Se la luce sfarfalla per un attimo e si posa lì dove non la prevedevamo, la nostra faccia guadagna colore e pallore. C’è dentro di noi un altro uomo che esce allo scoperto solo se spinto con forza contro lo specchio, solo quando interpellato in ogni ruga e in ogni capello che sbianca lentamente. Diventa un risultato inesplorato di pori e pelle allentata, un ritratto picassiano che cambia logica a seconda dell’inclinazione e dell’esposizione alla luce. Possibile che sul fondo di me ci fosse un uomo diverso, stanco e non in pace? L’apparenza diceva il contrario, e all’epoca avevo per l’apparenza un po’ di quella esuberante considerazione che avete anche voi. Quando il cliente arrivò alle mie spalle, la sua presenza scosse il gioco arcano dei riflessi. Era un nuovo invitato allo strano gioco caleidoscopico.
«Salve, si accomodi.»
Notai che pronunciava ogni parola con una forte “s” aspirata e lievemente serpentina. Era il tipetto più buffo che mi si fosse mai presentato davanti: vestiva interamente di nero, con impeccabile eleganza e cura innegabile dei dettagli. Fumava una piccola pipa dorata, decorata su ambo i lati con biscioline dagli occhi di rubino. Aveva un viso paffuto e bonario, sopracciglia chiarissime mettevano in risalto piccoli occhi, simili a bottoni cuciti su di una trapunta. Si leccava spesso il labbro superiore e la sua espressione ricordava quella curiosa di un bambino sul punto di afferrare un biscotto. Era alto a malapena un metro e cinquanta eppure sembrava un uomo adulto, un uomo di sessant’anni almeno. O forse meno? Inspiegabilmente, non si riusciva a capire nulla di lui, neppure l’età. Tanto meno cosa pensasse in quel momento. “Questo mi darà delle grane” pensai staccando gli occhi dal mio riflesso.

«Mi scusi» si affrettò a dire lui. «L’ho invitata a sedersi e non c’è nemmeno una sedia libera.»
«Nessuna sedia, infatti – commentai io – ma molti specchi, in compenso.»

Molti specchi. Ho un ricordo nitido e chiaro di quell’uomo, in ogni piccolo dettaglio e in ogni calibrata parola che ci portò alla firma del contratto. La sudata firma del contratto. Lo ricordo bene, lo respiro, è come se lo rivivessi. Forse lo faccio soltanto per sfuggire all’altro uomo che avevo visto. Quello che mi fissava stanco dall’altra parte del lago ghiacciato appeso al muro.

* * *

6
[Un normalissimo sabato]

C’è che uno pensa che gli istituti di oncologia esistano solo nei serial tv americani, tipo Dottor House. Uno crede che certe scene, gente che gira con la mascherina, persone che piangono in silenzio o pregano a voce alta, barelle che passano con sopra bimbi di due, tre anni o anche meno, intubati che ti guardano e ti sorridono mentre vanno a sottoporsi a prove il cui solo pensiero ti annienta e tanto, tanto altro (di peggio) esistano solo viste attraverso uno schermo. Nessuno immagina, nessuno può immaginare che, invece, succedono. E succedono senza preavviso alcuno.
In Dottor House funziona così: c’è un ragazzo, o una ragazza, che sta tipo giocando a basket. Tutto scorre tranquillo, ma d’improvviso parte la sigletta e il tizio crolla al suolo, sbavando o tremando. La scena successiva è Gregory House che analizza la TAC o la Risonanza Magnetica e si confronta con Foreman, Wilson e gli altri medici. Insieme, via via, escludono possibili diagnosi e, con dialoghi e frasi di un cinismo unico, stabiliscono la cura. Se c’è.
«Credo sia uno stracazzum bacillum delle asturie.»
«Impossibile, gli tremava la gamba.»
«Allora deve essere auto-immune. Sarà Lupus?»
«No. Non avrebbe le transamine e i globuli bianchi così alti.»
Ecco. Nella realtà funziona più o meno allo stesso modo. Solo che la colonna sonora non c’è.
È il 16 marzo del 2013, sono più o meno le 10 del mattino di quello che sembra un normalissimo sabato. Sei in fila a un parcheggio in attesa che l’omino ti dia l’ok per entrare. Tua moglie, per “fortuna” è stanca di stare in fila e allora preleva tua figlia dal seggiolino e «Ti aspetto su, amore». Dieci secondi dopo hai la percezione inequivocabile di quello che succede. Senti distintamente un brufolo esplodere. Un brufolo? Ma come? Parli di oncologia, bambini intubati, Dottor House e poi racconti di un brufolo che scoppia? Sì, perché il brufolo lo senti esplodere dentro al cranio. Un istante dopo il cuore accelera vertiginosamente, senti che biascichi e non controlli la mano che fa su e giù per i cazzi suoi. Sei cosciente, lucido. Hai il pieno – oddio, quasi – controllo della situazione. Con la mano che non trema prendi il telefono, ma siccome non hai la più pallida idea di cosa ti stia succedendo chiami tua moglie dicendole l’unica cosa che sai capirà: «Amore, ho una tachicardia pazzesca. Chiama l’ambulanza». In realtà credo di aver detto grosso modo «Move, ho uba tachivaddia pazzefca», ma lei ha capito lo stesso e poco dopo è arrivato mio suocero. Immagino che emozione deve essere stata per lui vedermi sbavare e tremare seduto alla guida ma tant’è. Vi risparmio i dettagli del nostro dialogo, cioè delle sue domande che capivo perfettamente, ma alle quali rispondevo con strani suoni indecifrabili che sentivo altrettanto bene nella loro incomprensibilità. Ripeto: capivo tutto. Quello che non potevo proprio capire, neppure lontanamente, era che nella migliore delle ipotesi la mia vita era già tutta, ma proprio tutta, tutta, tutta, tutta cambiata. Completamente. Nella peggiore, be’…
Arriviamo in ospedale e a me, praticamente, è passato ogni sintomo. Passato, però, è un concetto curioso. Passato significa che “c’è stato” e in ambito medico, qualcosa che c’è stato… lascia tracce. Ed
ecco che le analizzano. Proprio come fa il Dr. House, ma con dialoghi un po’ più normali.

«Sospetto si tratti di una lesione gliale di alto grado e per questo ho
consigliato una biopsia escissoria per un successivo esame istologico.»

Traduco: «Alessandro, hai un tumore al cervello. Per capire che tipo di tumore è – e quindi, se sei vivo oppure no – dobbiamo asportarne il più possibile (asportare = aprirti il cranio e prelevare quanto più
cervello danneggiato possibile senza toccare, pardon, stando attenti a non toccare, le parti vitali, seppure infette, tipo quella che controlla il movimento o la parola, visto che tremavi e biascicavi sono le più coinvolte) e poi fare un esame istologico che ci dirà che tipo di male hai, se si cura, e come.
Se non fai parte degli uno su duecentocinquantamila che crepa all’anestesia generale;
se l’intervento va bene;
se riusciamo a rimuovere chirurgicamente la maggior parte del “glioma”; se riusciamo a farlo senza paralizzarti o renderti muto;
se poi magari ti risvegli pure, facciamo le analisi e ti diciamo che cazzo hai in testa.
In alternativa, spieghiamo ai tuoi parenti come si chiama la cosa che ti ha ucciso».
Sì, perché glioma di alto grado può voler significare anche quarto grado a seguito della cui diagnosi chiamano il Prete.
Incurabile.
Inguaribile.
Sei mesi, a volte, “miracolosamente”, dodici. Più spesso, due. Mentre scrivo non ho la più pallida idea di cosa stiano facendo le cellule malate nel mio opercolo parietale e se abbiano intenzione solo di farmi cagare addosso e permettermi di vivere una seconda vita con un’intensità e una percezione completamente diverse o se, banalmente, hanno già vinto la loro assurda lotta contro di me, un nemico che non solo non gli ha mai fatto nulla ma che le ha bellamente ignorate per anni e anni.
Fatto sta che non lo so.
Lo sapremo tra qualche giorno.
E forse lo saprò anch’io.

(Riproduzione riservata)

© Miraggi edizioni

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Alessandro Greco (Pescara 1974), lavora nel marketing di una multinazionale dell’energia. Scrittore e blogger, ha pubblicato diversi racconti, oltre ad aver curato alcune antologie, tra cui (con Alberto Gherardi) Siria, scatti e parole (Miraggi 2014). È stupendamente sposato con Federica, con cui ha scritto tre romanzi: Sara, uscito il 5 gennaio 2012, Edoardo, un brevissimo capolavoro pubblicato il 26 settembre 2013 e Veronica, ultima uscita del 5 agosto 2015. Nel nome della Madre è il suo primo romanzo da solista.

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© Letteratitudine

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