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LE STREGHE DI LENZAVACCHE di Simona Lo Iacono – un estratto (presentazione del libro a Catania il 7 marzo 2015)

febbraio 29, 2016

LE STREGHE DI LENZAVACCHE di Simona Lo Iacono (Edizioni E/O)

Pubblichiamo il primo capitolo del romanzo, in uscita a marzo…

Lunedì 7 Marzo, alle 18:00, alla Feltrinelli di Catania, Simona Lo Iacono incontra il pubblico per la presentazione del suo nuovo romanzo Le streghe di Lenzavacche (E/O). Ad affiancare l’autrice, Massimo Maugeri. L’incontro sarà arricchito da un contributo a cura di Monica Felloni e Piero Ristagno dell’associazione culturale Neon.

Le streghe di lenzavacche - feltrinelli ct

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LE PRIME PAGINE DI LE STREGHE DI LENZAVACCHE di Simona Lo Iacono (Edizioni E/O)

PARTE PRIMA

CAPITOLO PRIMO

La prima volta in cui ti vidi eri talmente imperfetto che pensai che nonna Tilde avesse ragione. Avrei dovuto mettere sotto la tua culla otto pugni di sale, bere acqua di pozzo e invocare le anime del purgatorio. Poi dire tre volte: «Maria Santissima abbi pietà di lui», affidarti alle mani del primo angelo in volo e assicurarti al collo una catena della buona morte.
Non lo avevo fatto.
D’altra parte eri un imprevisto, e con gli imprevisti non si allestiscono scongiuri e preparativi. Al più qualche rimedio per i tuoi occhi allungati, la fronte bitorzoluta, il broncio spellato dalle troppe spinte. Nonna Tilde ti ha guardato scettica ed è corsa a chiamare un sacerdote pontificando che solo gli esorcismi ti avrebbero salvato dalla malasorte. Poi ti ha sciacquato dal sangue del parto, ti ha sistemato sul mio seno ed è sparita per andare a seppellire la placenta sotto il vecchio noce. In silenzio, ha invocato i nomi degli antenati. Ma la luna calava invece che alzarsi, non era tempo di marea né di santi, i fantasmi tacevano e non una stella brillava nella notte. Tutti cattivi presagi, figlio mio, ma tu eri nato, e pur squadernato da un vento di sfortuna, ti chiamai Felice, e decretai che quello era il primo passo per ribaltare il destino.

 

Infatti si comincia sempre col nome. Poi si passa al resto, alle discendenze e ai ricordi di chi ci ha preceduto, reliquie che adesso raccolgo per spiegarti il tuo passato.
La casa in cui sei nato, per esempio. Appartiene alla mia famiglia da molte generazioni. Una villino della caccia in cui campeggia lo stemma nobiliare, sormontato dal nome: Rinauro Astolfo. All’interno si susseguono saloni lastricati da ceramiche, soffitti a volta, quadri da cui occhieggiano i bisavoli. È un casaleno bucato da cunicoli e porte girevoli, cucine di maiolica, refettori in legno. Ogni sedia ha un segnale diverso, e una numerazione al femminile su cui puoi leggere in successione: prima, secunda, tertia.
Nei primi mesi di vita sbirciavi i gradoni dipinti con fronte aggrottata, spiavi la piramide di riccioli sotto cui gli antenati lanciavano occhiate, cercavi una somiglianza lontana con il tuo sangue.
Ma non c’era, figlio mio. Nessuno somigliava a te, agli zigomi montagnosi, alla testa ciondolante che i medici non riuscivano a raddrizzare.
Ne avevo consultati a decine fin dall’inizio, ignorando nonna Tilde che preparava estratti di finocchio e pensava che ai difetti fisici si rimediasse con le erbe. Vi trovavo in cucina tra fumi di decotti, con te legato a un palo per tenere la rotta e la nonna che armeggiava trascurando ogni diagnosi. Era convinta che le tue mancanze fossero in fondo benefici e che a non camminare ti saresti risparmiato i calli che affliggevano il trisavolo Ferdinando, a non parlare correttamente avresti guadagnato pace e salute. Quanto al fatto che non avresti compreso il mondo, trovava che fosse un sollievo e non faceva che blaterarti in faccia: ti invidio, Felice, nipote sciancato e senza angeli.

 

Cara zia,
sono arrivato questa mattina col treno delle cinque. Ad attendermi, come previsto, c’erano i proprietari della pensione, che mi hanno scortato fino in paese. Un piccolo centro, che gravita intorno a una chiesa e a una piazza. In apparenza nessuno ha badato a me. Ho saputo dopo, invece, che al mio passaggio i vecchi che dondolavano sulle sedie hanno alzato la testa, e che improvvisamente, come se un ordine invisibile fosse volato di bocca in bocca, la notizia che il nuovo maestro era arrivato a Lenzavacche non era sfuggita a nessuno.
Prima ancora di registrare il mio nome in pensione, tutti sapevano che Alfredo Mancuso era lì, e che il giorno dopo avrebbe preso servizio presso l’istituto Maria Montessori.
Ti abbraccio, cara zia, e aspetto di ambientarmi per farti avere altre notizie.
Da Lenzavacche, 3 settembre 1938
Tuo, Alfredo

(Riproduzione riservata)

© Edizioni E/O

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Il libro
È il 1938. Ululano le sirene che inneggiano al fascio. A Lenzavacche, minuscolo paese della Sicilia, vivono Felice, un bimbo disabile ma vivacissimo, la madre Rosalba e la nonna Tilde. Una famiglia stranissima, di sole donne, frutto di una misteriosa discendenza da streghe perseguitate nel 1600. Felice – che è il frutto di un amore appassionato della madre con un arrotino di passaggio, il Santo – grazie all’estro e alla originalità dei famigliari, riesce a vivere in pienezza nonostante i disagi fisici e l’emarginazione, in un periodo – come quello fascista – in cui è sommamente esaltato il valore della perfezione fisica. Si muovono accanto a lui i personaggi dell’intero paese, primo fra tutti il farmacista Mussumeli, donnaiolo incallito ma protettore degli ultimi, ridanciano e umilissimo nella sua veste di benigno tutore della famiglia. E poi nonna Tilde, zelante sostenitrice del potere benevolo delle streghe, delle quali si dichiara orgogliosa discendente e a cui si ispira costantemente per offrire al nipote disabile rimedi portentosi e anticipatori del futuro. Mentre il piccolo Felice compie progressi e i suoi cari s’ingegnano ad escogitare metodi che possano regalargli movimento, parola, indipendenza, arriva a Lenzavacche un nuovo maestro elementare. Giovane e innamorato della cultura, fantasioso ma dominato da un dolore lontano, questo maestro, in aperto contrasto con il regime dell’epoca, non accetta i luoghi comuni sull’insegnamento, è un assertore convinto del valore spirituale dei libri, scrive lunghe lettere a una misteriosa zia, a cui narra le difficoltà di inserimento nel paese.

In una Sicilia viziosa, ma pronta a giudicare, carnale e insofferente alla diversità, religiosa e pagana, Felice, sua madre e il maestro Mancuso, amanti della fantasia e dei libri, finiscono per diventare i simboli di una controtendenza dirompente, quella che decide di andare al di là delle apparenze e di scommettere sul valore della pietà umana. La loro parabola finisce allora per somigliare proprio a quella delle streghe, un gruppo di donne vissute a Lenzavacche nel 1600 che decise di vivere in castità e in obbedienza e di riunirsi   per fronteggiare eventi difficili della vita, affratellandosi in un vincolo di solidarietà umana. Mogli abbandonate, spose gravide, figlie reiette o semplicemente sfuggite a situazioni di emarginazione, si riunirono infatti in un casaleno ai margini dell’abitato e iniziarono a condividere una vera esperienza comunitaria e anche letteraria. Furono però fraintese, bollate come folli, viste come corruttrici e istigatrici del demonio. Finirono per essere ricordate come “Le streghe”…ma – ciò nonostante – sia Felice che il maestro Mancuso sperimenteranno, sotto gli occhi compiaciuti di Tilde, la forza della loro portentosa vitalità. Metafora del coraggio, della fantasia, della seconda opportunità di vita che la narrazione e la compassione offrono all’uomo, le streghe assurgono allora a simbolo di quella che la società bolla e perseguita come diversità, perdendo così l’occasione di amarla e riconoscerla come possibilità di crescita interiore e morale.

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Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970. Magistrato, presta servizio presso il tribunale di Catania. Ha pubblicato diversi racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Sul blog letterario Letteratitudine di Massimo Maugeri cura una rubrica che coniuga norma e parola, letteratura e diritto, dal nome “Letteratura è diritto, letteratura è vita”. Il suo primo romanzo, Tu non dici parole (Perrone 2008), ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 le sono stati conferiti il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa. Nel 2011 ha pubblicato Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande. Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo Effatà, vincitore del Premio Martoglio e del premio Donna siciliana 2014 per la letteratura. Attualmente conduce sul digitale terrestre un format letterario dal nome BUC, trasmissione che mescola al libro varie discipline artistiche, e cura sulla pagina culturale della Sicilia la rubrica letteraria “Scrittori allo specchio”. Presta inoltre servizio presso il carcere di Brucoli come volontaria, tenendo corsi di letteratura, scrittura e teatro, tutti mezzi artistici con i quali intende attuare il principio rieducativo della pena sancito dall’art 27 della Costituzione.

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© Letteratitudine

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