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STEFANO SANTARSIERE racconta LA MAPPA DELLA CITTÀ MORTA

marzo 2, 2016

STEFANO SANTARSIERE racconta il suo romanzo LA MAPPA DELLA CITTÀ MORTA (Newton Compton)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Stefano Santarsiere

stefano santarsiereC’è stato un tempo in cui non tutto era noto.
Oltre la linea immaginaria che chiamiamo orizzonte v’erano intere e sconosciute regioni, da avvistare dietro una cortina di liane, oltre le cime di una cordigliera. Mondi alla portata di uomini abbastanza folli da avventurarsi dove uno sconosciuto Diomede poteva darli in pasto ai suoi cavalli. Ci siamo spinti in quei luoghi, abbiamo portato indietro frammenti di conoscenza, tessere di un immenso mosaico composto con caparbietà fin quando non abbiamo avuto sotto gli occhi ogni particolare del mondo visibile.
Ho immaginato, per un istante, che qualcosa ci fosse sfuggito, che esistessero, sepolti sotto coltri di nubi o colonne d’acqua scura, angoli ancora sottratti al nostro sguardo. Recessi che custodissero le silenziose testimonianze di un’altra umanità, dissolta nella spirale dei millenni ma sublimata nei nostri miti più antichi. Mi sono chiesto: cosa accadrebbe se tale scoperta incontrasse l’avidità più feroce?
Su un piano visuale, mi figuravo le domande del libro come scintille scaturite dallo scontro fra il desiderio di conoscenza e la volontà di sopraffazione. Mi chiedevo continuamente come e quando si accendevano, quanta energia sprigionassero e in quale direzione volteggiassero man mano che la storia andava avanti. Nel seguire la doppia caccia all’uomo che anima il romanzo, ho scoperto che le forze in conflitto venivano entrambe trascinate nella roboante tenebra che è la foresta pluviale; ed è nel cuore di essa, sorprendentemente glabro e quasi sospeso nel tempo, che dovevo assistere allo scontro finale e scoprire chi era destinato a sopravvivere alla catàbasi.
Ma dietro il conflitto, oltre il vortice di scintille, avvertivo anche un desiderio di purezza. Era nella tenacia dell’archeologo, ossessionato da una civiltà scomparsa quindici millenni prima. Era nello sguardo febbrile degli indigeni che si nascondono nella foresta e difendono i loro bambini ‘speciali’ dai rapimenti. Era nell’ostinazione dell’antropologa che accetta di compiere il suo pellegrinaggio sulle orme dell’amato, di cui non osa sperare l’esistenza in vita. La violenza che pervade la storia, la guerra tra la compagnia mineraria e gli avventurieri improvvisati, mossi unicamente dall’amicizia verso l’archeologo scomparso, tracciava dinanzi a me la linea del fuoco fra la bramosia cieca e il sogno di un mondo recuperato alla sua verginità: un’Arcadia dove la fratellanza è ideale così forte da proiettarsi oltre l’apocalisse.
undefinedCorruzione e innocenza, sopruso e diritto alla vita, distruzione e rinascita: scrivendo mi accorgevo di come il romanzo attingesse la propria energia da quell’oscuro cuore dell’esistenza dove si decide, da sempre, chi nasce e chi muore. Un territorio che appartiene alla natura, alla quale vuol tuttavia sostituirsi l’uomo con i suoi calcoli di progresso e profitto infinito. E ogni scena mi riportava puntualmente a questo nocciolo, dove i diritti dell’uomo come abitante egemone del pianeta assumono una connotazione ambigua, oscillando fra la deferenza e uno spregiudicato ius possessionis.
La storia che stavo scrivendo era dunque un reticolo a più livelli. A quello più alto trovavo l’intreccio, con il classico conflitto tra gruppi di individui organizzati intorno a un obbiettivo, la compagnia mineraria da un lato, l’associazione a tutela degli indigeni dall’altro. Il conflitto era ovviamente qui e le forze si fronteggiavano su questo piano per così dire collettivo. Al livello inferiore c’erano i singoli personaggi, con il loro passato, le motivazioni e soprattutto i loro desideri. Il sogno dell’Arcadia si configurava a questo stadio più intimo.
Infine un terzo livello, che era quello del protagonista, l’occhio attraverso il quale osservavo le vicende. Lì c’era tutto il resto, in particolare la mia necessità di esprimere la paura e insieme il fascino dell’ignoto, riflesso a sua volta di un desiderio complementare al sogno di purezza che pervade gli altri personaggi del libro: e cioè la necessità di ritrovare quel tempo in cui non tutto era noto e l’immaginazione aveva la funzione di elevare l’uomo verso una conoscenza di natura mistica.
Se ripenso a quando ho deciso di iniziare il romanzo, posso dire che riconosco in questo bisogno l’impulso iniziale. L’oscuro desiderio di sbirciare la parte buia della luna. Ma per farlo avevo bisogno di punti di riferimento precisi, che trovai in due figure realmente esistite: l’esploratore britannico Percy Fawcett, morto nelle foreste del Mato Grosso nella primavera del 1925 mentre era alla ricerca di una fantomatica città perduta, e lo scrittore e ricercatore del paranormale Charles Fort. Il primo ha finito per ispirare il personaggio dell’archeologo, Angelo Laurenzi; il secondo è confluito parzialmente nel mio protagonista, di cui ha lo stesso nome.
Quanto al libro, la spinta definitiva è arrivata dalla lettura di un documento denominato ‘Manoscritto 512’, il resoconto di un esploratore portoghese del diciottesimo secolo.
Non restava che iniziare.
E forse non ho ancora finito.

(Riproduzione riservata)

© Stefano Santarsiere

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Il libro

Il manoscritto di un esploratore del Settecento e un antico planetario: due oggetti che sembrano un regalo dall’oltretomba, ma che per il professor Laurenzi sono la prova che il figlio Angelo, archeologo scomparso fra le montagne del Mato Grosso, è ancora vivo. Convinto dal professore ad affrontare un’impresa ai limiti dell’impossibile, Charles Fort, direttore di un giornale online che indaga tutto ciò che è avvolto dal mistero, abbandona la sua casa bolognese e si mette in viaggio, con l’intenzione di svelare un enigma inseguito per secoli da avventurieri, studiosi e criminali: cosa ha provocato l’improvvisa glaciazione dell’Antartide e la scomparsa del popolo…

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Stefano Santarsiere  è nato nel 1974, vive e lavora a Bologna. Ha pubblicato il suo primo romanzo, L’arte di Khem, nel 2005 e il secondo, Ultimi quaranta secondi della storia del mondo, nel 2011. Ha diretto il cortometraggio Scaffale 27, aggiudicandosi il premio di miglior corto nel contest Complete Your Fiction 2012. La mappa della città morta, inizialmente autopubblicato, ha scalato le classifiche dei libri digitali più venduti sul web.

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