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ROMANO LUPERINI racconta LA RANCURA

marzo 11, 2016

ROMANO LUPERINI racconta il suo romanzo LA RANCURA (Mondadori)

Le prime pagine del libro sono disponibili qui

romano luperini - la rancura

IL DISAGIO DI UN AUTORE AVVENTIZIO

di Romano Luperini

1.
Per un critico e un saggista saltare il fosso e collocarsi dall’altra parte, quella di chi è valutato e giudicato, non è facile. Il rischio è quello di rovinarsi una identità già assodata, di avventurarsi in un campo nuovo e inesplorato. Come autore di romanzi, insomma, sono un autore avventizio.
Perché dunque? Cosa me lo ha fatto fare?
Ho patito una gravissima malattia che mi ha condotto due volte sulla soglia della morte. Ho avuto una lunghissima convalescenza (a dire il vero, dopo più di tre anni, non ancora conclusa), ho lasciato l’università e sono andato in pensione. Sono entrato così come in un limbo in cui motivi esistenziali e psicologici, a lungo tenuti sotto controllo, sono emersi con forza. Per quali travasi del sangue io sono io? Che rapporto c’è fra le generazioni, fra mio nonno, mio padre e me? Quale continuità, quale rottura? E anche: esiste una ragione valida per continuare a vivere, a dare senso (un qualche precario e provvisorio senso) alla vita?
Nello stesso tempo ho avvertito sempre di più il bisogno di superare il muro di vuoto e di silenzio contro cui, da trenta anni a questa parte, batte la testa il critico letterario. Quando ero un saggista esordiente o alle prime armi, dopo il Sessantotto e ancora per tutti gli anni Settanta, i miei scritti avevano un’eco nella società civile e nei movimenti di lotta. Ancor oggi mi capita di incontrare medici, insegnanti, avvocati, a volte anche operai, che conservano il ricordo di quei saggi che evidentemente, pur occupandosi di temi letterari e culturali, avevano per loro anche un interesse in qualche modo politico. Poi l’impatto con la società si è ridotto sin quasi a scomparire: oggi un libro di critica o di teoria letteraria circola perlopiù solo in un ambito asfittico, molto ristretto e specialistico. Così da un lato mi trovavo senza più interlocutori, dall’altro argomenti e temi che in questi ultimi anni hanno suscitato in me interrogativi e riflessioni rischiavano di restare inespressi. Per esempio: cosa è cambiato dagli anni del fascismo a oggi? Perché avverto una rottura antropologica non con mio padre e nemmeno con mio nonno, ma con quanti sono nati dopo gli anni settanta del Novecento?
Come rispondere contemporaneamente a queste domande esistenziali e politiche? Scrivere un romanzo mi è sembrata una risposta plausibile, un romanzo che affrontasse, insieme, la storia d’Italia dal fascismo a oggi, quella delle generazioni che si sono succedute e dei conflitti che le hanno contrapposte, e anche la ricerca privata e contraddittoria di un senso nelle uniche cose che per me contano: i rapporti degli uomini fra loro e con la natura, il confronto con i padri e quello che avvicina e spesso contrappone uomini e donne, il maschile e il femminile.

 

2.
Il romanzo è La rancura, l’editore Mondadori. Il titolo rinvia a un verso in cui Montale vede nella “rancura” o rancore il segno del rapporto fra figli e padri. Però “rancura” è termine attestato anche da Dante che lo usa nel Purgatorio per indicare lo stato di sofferenza dei superbi. Indica in questo caso “sofferenza”, “dolore”, “rovello interiore”. Entrambe queste accezioni caratterizzano i tre protagonisti del libro, a ciascuno dei quali è dedicata una parte del romanzo. Essi però ritornano anche nelle due parti in cui essi non hanno un ruolo principale, seppure con un cambiamento di prospettiva: mentre, infatti, nella parte in cui sono protagonisti sono visti dall’interno in modo simpatetico, nella parte successiva sono giudicati dall’esterno, spesso con polemico rancore. I tre personaggi così risultano volutamente sfaccettati, complessi, contraddittori. Mai chiusi in un giudizio, mai univoci.
Sotto l’apparenza di un romanzo generazionale, si succedono, nelle sue tre parti, tre romanzi, ciascuno dei quali segnato da uno stile e da un tipo di scrittura diversi. Il primo romanzo rientra nel genere del “memoriale” e del romanzo storico, e si riferisce a Luigi Lupi, prima contadino, poi maestro negli anni del fascismo, infine comandante partigiano in Istria, fra combattenti titini e repubblichini di Salò, negli anni delle foibe. Il secondo è un romanzo autobiografico o meglio un’autofiction. Protagonista è il figlio di Luigi, Valerio, che in prima persona racconta la propria vita dall’infanzia e dalla giovinezza sino al Sessantotto, agli anni di piombo e alla morte del padre. Il terzo è un racconto oggettivo in terza persona. Protagonista è il figlio del figlio, Marcello, che all’inizio dell’estate del 2005, in piena epoca berlusconiana, ritorna in Italia da Londra dove vive per cercare di vendere la casa del padre. Fra il secondo e il terzo romanzo c’è una ellissi, un vuoto: si passa bruscamente dal 1982 al 2005.
In questo vuoto è avvenuto qualcosa, una sorta di rottura antropologica che rende Marcello, personaggio cinico e anaffettivo, del tutto diverso dal padre come dal nonno che, pur contrapponendosi fra loro, avevano tuttavia aspettative e speranze comuni, non più condivise dall’ultimo rappresentane della famiglia.

 

3.
romano luperiniSinora avevo scritto di narrativa con la mano sinistra, di nascosto, quasi vergognandomene, piccole opere uscite presso editori minori (Manni, Sellerio, Transeuropa). Questo invece è un vero romanzo, pubblicato da un grosso editore. Ma mi resta dentro un senso di disagio. E non solo perché, come scrittore, mi sento fatalmente un autore avventizio.
Il romanzo si è esaurito a un mese dall’uscita e attualmente è in ristampa. Diceva Saba che per l’autore il successo è l’assoluzione dal peccato di aver pubblicato. Non so. Il successo non è più quello di allora, quando esisteva ancora una società letteraria ed esso era decretato da un pugno di persone che era facile conoscere e riconoscere. Oggi queste mediazioni non esistono più, l’autore ha davanti a sé solo un pubblico anonimo e indifferenziato, e la lista dei top ten contiene figure spesso, sotto il profilo etico ed estetico, poco raccomandabili. Sono confuso. Ho paura che vergogna e disagio continueranno ad accompagnarmi.

(Riproduzione riservata)

© Romano Luperini

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Il libro
Rancura. La parola – rocciosa, ruvida, restia a dichiararsi – è usata da Montale per descrivere il sentimento che ogni figlio prova, in forme diverse, nei confronti del padre, per misurarsi con lui, per comprenderlo, per raccoglierne l’eredità spesso scomoda. È in questa prospettiva umana, lungo quasi un secolo di storia italiana, dal fascismo a oggi, che tre generazioni di padri e di figli attraversano le pagine del romanzo di Romano Luperini. Tre protagonisti. Il padre è Luigi Lupi, maestro elementare e figlio di contadini, che dopo l’8 settembre combatte in Istria alla guida di una formazione partigiana, vivendo i giorni più nitidi ed eroici della propria esistenza, in una zona di confine segnata dapprima dai crimini di guerra dei generali italiani e poi dall’odio antitaliano e dalle foibe. Il figlio è Valerio, docente universitario e militante comunista che partecipa al Sessantotto e al tentativo di creare in Italia un partito rivoluzionario negli anni di piombo. Il figlio del figlio, Marcello, è un quarantenne che da Londra torna in Italia negli anni di Berlusconi e del “Grande fratello” per vendere la casa paterna nella campagna toscana. In questa casa trova un diario del padre e, in esso, emozioni, fragilità e desideri insospettabili. In questo romanzo i figli scoprono – a volte con sgomento, a volte con fastidio – tracce impreviste dei genitori (foto, appunti, lettere, diari, somiglianze fisiche) che provocano in loro reazioni di sfida, di ammirazione, di nostalgia o di odio, ma comunque un impulso a meglio conoscerli. Perché, per quanto incolmabili siano le distanze e forti i segni di disillusione e disimpegno che marcano il mondo presente, a resistere nel passaggio delle generazioni è la volontà di comprendere, di cercare un qualche senso della vita, di raccontare la propria versione dei fatti. È quanto Romano Luperini fa in questo grande “romanzo-bilancio”, con una scrittura asciutta e nervosa nel memoriale bellico, venata di lirismo nella descrizione dei paesaggi toscani, serrata eppure lacerata da scorci improvvisi e inquietanti nella messa in scena delle contraddizioni e del disincanto di questi rancorosi eroi (o, forse meglio, antieroi) della contemporaneità.

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Romano Luperini, noto studioso e critico letterario, è nato e vive in Toscana. Ha pubblicato presso Laterza saggi su Verga, Pirandello, Montale e sul tema dell’incontro nel romanzo europeo, ha insegnato in università italiane e straniere ed è autore di un manuale di storia e antologia della letteratura molto diffuso nei licei. Dirige due riviste di teoria e critica della letteratura, “Allegoria” e “Moderna”, e il blog www.laletteraturaenoi.it. Come narratore, nel 2013 ha vinto il premio Volponi con il romanzo L’uso della vita. 1968 (Transeuropa).

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© Letteratitudine

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