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85 anni dalla nascita di ALDA MERINI

marzo 21, 2016

In occasione dell’85° anniversario della nascita di ALDA MERINI (Milano, 21 marzo 1931 – Milano, 1º novembre 2009) riproproniamo la puntata di “Uno scrittore allo specchio” a lei dedicata.

di Simona Lo Iacono

Lo specchio lascia solo un angolo libero, quello in basso a destra, per il resto è un corpo carico di segnali.
Numeri di telefono, per lo più, scritti alla rinfusa e con il rossetto. Li traccio velocemente e senza mai annotare a chi appartengano, e adesso sono un inno alla mia smemoratezza. Vagano orfani, in cerca di un nome.
Anche io sono così, non faccio che cercarmi, e tutti i giorni invoco un padre, come i miei numeri. Non l’ho trovato, perché Lui è stato più veloce e ha trovato me, si è chinato su questi capelli indisciplinati, sulle unghie lunghe e laccate imperfettamente, sull’indice e sul medio con cui trattengo la sigaretta.
Gli è piaciuta la collana lunga di perle finte, la bocca arrossata, il disordine della mia casa sul naviglio, dove Milano si riflette sempre attraverso un velo di nebbia. Gli è piaciuto che lo invocassi in certe sere di solitudine, vieni Padre, parlami Padre, scendi sulla carne addolorata, sul passo incerto da viandante, sui martirii della mancanza di compassione.
Così, adesso, ci crogioliamo insieme allo specchio, io e il Padre, ci facciamo spazio tra i numeri dipinti e sbavati, io non vedo me stessa ma vedo Lui, e Lui non vede se stesso, ma vede me.
Mi piace perché è un esperto delle asimmetrie, ama senza essere riamato, parla senza essere ascoltato, versa lacrime che nessuno asciuga. S’impiglia in questa nostra umanità feroce e sgraziata, la benedice, la perdona.
Per il mondo è pazzo come il peggiore dei visionari, ed è per questo che – in fondo – mi piace, perché in manicomio ho imparato ad amare proprio queste esagerazioni che nessuno vuole ricondurre alla ragione, che i più bollano come follia. Anche se proprio lì, nei luoghi della mancanza di senno, ho trovato la vera saggezza.
Non sarà allora che questa pazzia che fa tanta paura, è solo una di quelle asimmetrie che sperimenta il Padre? E che nasca da chi, amando, non è amato, parlando, non è ascoltato, piangendo, non è consolato? Non sarà, Padre, che i pazzi sono i più tumefatti?
E mentre blatero allo specchio, i numeri arrancano in salita, prendono a muoversi e a ballare, si trasformano in lettere dell’alfabeto e poi in versi.
D’altra parte perché stupirsi. E’ questa la poesia: numeri che – per la magia del Padre – si umanizzano.
Così riprendo il lavoro del poeta, gli ardori di mille innamoramenti e mille parti di figli indesiderati. Non posso fare a meno di generarli, gli amanti e i figli, proprio come il Padre non può fare a meno di amarli.
Alla fine, non siamo che due sguardi che si incrociano in questo specchio, io e il Padre. Io scrivo e Lui ama, Lui prende me e io prendo Lui, a furia di incontrarci nel riflesso finiremo per mescolarci.
Me lo diceva sempre padre Turoldo, in quelle nostre chiacchierate che erano invisibili altari, preghiere sussurrate al Dio di tutti i poeti: Dio fa una cosa sola: disperde il nostro profumo nell’infinito per dare vita al suo respiro(*).
E allora disperdimi, Padre, respirami, nomina le cose affinché vengano alla luce, affinché prendano identità, trovandola in te. Chiamami da questo specchio che trasforma il razionale nell’emotivo, il sano nel malato, il saggio nel pazzo. E il peccatore nel santo.
Nella prova o nella pace, nella caduta o nella resurrezione, nella pienezza o nell’abbandono, chiamami. E io ti risponderò: sono qui, ostaggio della poesia, di questa carceriera medicamentosa che con le sue stimmate mi serra e mi libera. Il mio nome lo sai, pronuncialo, sospiralo, Padre.
Sono Alda Merini.

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(*) Il verso riportato in corsivo è tratto da “Padre mio” di Alda Merini, Frassinelli editore.

[Articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”]

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