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UNA STORIA QUASI SOLO D’AMORE di Paolo Di Paolo (recensione)

marzo 25, 2016

UNA STORIA QUASI SOLO D’AMORE di Paolo Di Paolo (Feltrinelli)

Le prime pagine del libro sono disponibili qui

di Eliana Camaioni

Ruvido, scomodo, carico di tensione, una sfida continua per il lettore. Bellissimo.
Con “Una storia quasi solo d’amore” (Feltrinelli 2016) Paolo di Paolo opera un vero e proprio cambio di passo, lasciandosi alle spalle quel periodare sereno e rassicurante che tanto ci aveva fatto amare i suoi romanzi precedenti, ma porta con sé i temi a lui più cari: la Storia, le storie individuali, i giornali e i telegiornali, le polaroid di sere in famiglia, le adolescenze inquiete, l’amore e la morte, Dio, la caducità dell’essere umano, la memoria, la giovinezza, l’impegno civile.
Cinematografico nell’impianto – una narrazione che sa di montaggio: play, rewind e avanti veloce, play di nuovo, tagli, scene – e innovativo nella forma, fino al punto di fondere le esigenze del narratore (autodiegetico che sa farsi eterodiegetico, con una focalizzazione zero eppure parallittica, interna ed esterna al contempo, attenta a raccontare senza svelare) con l’uso dello spazio bianco, della posizione fisica del testo all’interno del foglio. Perché i capitoli non hanno nome né numero, iniziano in alto a sinistra anziché, convenzionalmente, al centro a destra: e ciò fa sì che il racconto sembri – cosa che vuole e deve essere- un discendere dall’alto, il grandangolo di un drone che tutto sa e ovunque vede, ma che all’occorrenza atterra in mezzo alla scena, divenendo personaggio fra i personaggi, se non protagonista fra i protagonisti.
I protagonisti, appunto.
Chi sono i protagonisti di questa storia quasi solo d’amore? Nino e Teresa, verrebbe da rispondere in coro, due giovani che per caso si incontrano, ‘fra due miliardi di esseri umani’, un lunedi pomeriggio di fine ottobre dopo le sette, e si innamorano, ‘assecondando la corrente che scava l’estraneità e la trasforma in confidenza, che fa diventare i due sconosciuti meno sconosciuti’.
Nulla di più sbagliato: qui protagonisti sono tutti. La zia-narratore Grazia, gli anziani allievi del corso di teatro, i personaggi de “Le false confidenze” di Marivaux, la Santa Teresa del Bernini: tutti, interpreti e comparse, divengono primi attori; tutti vivono – in un’osmosi continua ed indispensabile – ‘storie quasi solo d’amore’ che si sommano e si intersecano fino a crearne una unica, corale e collettiva: quella che dà origine al titolo.
“Potete scrivere un grande libro anche raccontando la più classica delle storie, quella d’amore, purchè lo facciate bene, e in un modo che sia il vostro” disse qualche tempo fa Paolo di Paolo, durante una lectio magistralis alla scuola Holden, ai suoi allievi scrittori. Ed è esattamente ciò che avviene in questo suo nuovo, straordinario romanzo, che mette al centro il tema dell’amore, declinandolo però in tutte le sue forme, spazzando via i luoghi comuni: ci sono anziani che trasudano amore recitando ruoli di giovani, a dispetto del fatto che ‘con un gruppo di vecchi non può essere una storia d’amore’; ci sono trentenni che si innamorano di ventenni, in una simbiosi dove la curiosità e la vitalità dei vent’anni crea quella giusta differenza di potenziale con i dieci anni in più della vita dell’altro, e mette in moto una dinamica di confronti, domande, interrogativi, esplorazioni, parentesi che si aprono e non si chiudono, aprendone altre.
Il romanzo è diviso in tre sezioni, con altrettante epigrafi introduttive che le annunciano e ne contengono le chiavi interpretative. Ed è nella sezione di mezzo che la vita vera che irrompe improvvisa, come promette l’epigrafe (‘tutti giù per lo scivolo / come dannati uccelli liberi’): arriva un dialogo fra Nino e Teresa, in presa diretta e senza virgolette come piace a Paolo; senza filtri, senza intermediari che raccontano, consegnato al lettore così come lo ascolterebbe, dalla platea di un teatro o dal tavolo accanto, nel bar in cui si svolge. È un nucleo centrale che costituirà –nella forma e nella sostanza- l’essenza di tutto il romanzo: per ciò che Nino e Teresa dicono, per come lo dicono, per la (parvenza di) verità che quella scena trasuda: dieci pagine di dialogo, occhi negli occhi, che il lettore-spettatore vivrà assieme ai due giovani innamorati –palpitando, esitando, emozionandosi- e durerà giusto il tempo che la creta del giudizio indurisca, si consolidi, diventi certezza per il lettore; perché un attimo dopo arriverà di nuovo il narratore onnisciente e la sua visione dall’interno a ribaltare i piani, sbriciolando quella creta, svelando tutto ciò che nell’intimo dei protagonisti avveniva mentre pronunciavano quelle parole. Sarà un’epifania, che rivelando una realtà altra e parallela – tanto diversa eppure altrettanto veritiera – confonderà il lettore, distruggerà le sue certezze, e mescolando il confine fra verità e verità – la verità di ciò che si dice, la verità di ciò che si vorrebbe dire, la verità di ciò che si prova – dimostrerà l’assunto di fondo del libro: il confine sottile e sfuggente fra teatro e vita, questo continuo stare dentro e fuori, in bilico fra il proprio essere più autentico e il teatro del quotidiano, dove ‘qualunque nostra azione, se non viviamo nel mezzo del deserto, ha un pubblico (…) ed è questo pubblico di merda a tenerci vivi, a farci vivere. E il lettore si domanda quanto teatro ci sia nella vita vera, e quanta verità ci sia in ‘quella metamorfosi straordinaria’ compiuta dai grandi attori, che non recitano ruoli ma diventano i personaggi che interpretano, ‘tutta una vita spesa a viverne altre’.
In una sorta di mappa concettuale aperta, che ha Dio al centro e le opposizioni vero vs falso, vivere vs recitare agli estremi, dove la morte incombe come un’ombra sulle vite di chi giovane non è più, la resurrezione sarà la risposta: laddove risorgere significa riavere la propria vita, trasmutare da qualcosa in qualcos’altro di nuovo che ha il sapore di una promessa, l’odore di quella giovinezza che ‘agli occhi di chi l’ha perduta è sempre un miracolo che fa tremare e incazzare’.
E sarà il mese di Aprile –che capronianamente ‘trema’, come tutte le cose nuove, come un salto nell’abisso del destino- l’emblema della giovinezza ritrovata (di Nino per la sua età, di Teresa che la riscopre in Nino, di Grazia che l’ha persa e la ritrova nell’amore di Nino e Teresa e nella passione dei suoi allievi teatranti, degli anziani che la rivivono per il tramite dei personaggi che interpretano): giovinezza come ‘meravigliosa confusione del corpo e della mente, incertezza e slancio, coglioneria totale, inesperienza e feroce presunzione, capacità di sentire e di godere’. Quel miracolo di sentimenti che costituisce ‘un piccolo guscio di noce, al centro di noi, dove il meglio di cui siamo capaci è al sicuro. È la parte più viva e più umana. Mentre il resto precipita nell’incuria e nel degrado’. Aprile col suo campo semantico di attese simili a rischi, di nuovi inizi, di resurrezioni, di vita che continua, rinnovata e nuovamente vera, laddove sembrava essersi degradata ed interrotta; e si nutre di mistero, comunica senza parole, ‘da silenzio a silenzio’, come nella più classica – e straordinaria – di tutte le storie d’amore.

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Il libro
Si incontrano una sera di ottobre, davanti a un teatro. Lui, rientrato da Londra, insegna recitazione a un gruppo di anziani. Lei lavora in un’agenzia di viaggi. Dal fascino indecifrabile di Teresa, Nino è confuso e turbato. Starle accanto lo costringe a pensare, a farsi e a fare domande, che via via acquisiscono altezza e spessore. Al di là dell’attrazione fisica, coglie in lei un enorme mistero, portato con semplicità e scioltezza. L’uno guarda l’altra come in uno specchio, che di entrambi riflette e scompone le scelte, le ambizioni, le inquietudini.
Tanto Nino è figlio del suo tempo (molte passioni spente, nessuna tensione ideologica), tanto Teresa, con il suo segreto, sembra andare oltre. Ostaggi di un mondo invecchiato, si lanciano insieme verso un sentimento nuovo, come si trattasse di un patto, di una scommessa. Accade sotto lo sguardo lungo e partecipe di Grazia, zia di Teresa e insegnante di teatro di Nino, attor giovane allo sbando. Proprio mentre crescono l’attesa e il desiderio, Grazia esce di scena, creando una sorta di “dopo” che rilegge l’intera vicenda di Nino e Teresa, il loro cercarsi là dove sono più profondamente diversi.
Paolo Di Paolo entra nel teatro della contemporaneità cogliendo i segni di un bene inaspettato, di una luce che si accende dove smettiamo di esigere garanzie, dove viene voglia di mettersi alla prova. E di capire se siamo in grado di vivere.
E certo uno poteva aver visto nascere i fiammiferi e la locomotiva a vapore, il primo lampione a elettricità, il telefono, il televisore o il primo computer grosso come un comodino, ma nulla poteva essere più stupefacente di te, stasera, davanti a me.

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Il video

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Paolo Di PaoloPaolo Di Paolo è nato nel 1983 a Roma. Finalista nel 2003 al Premio Italo Calvino per l’inedito e al Campiello Giovani, è autore dei romanzi Raccontami la notte in cui sono nato (2008), Dove eravate tutti (2011, Premio Mondello e Super Premio Vittorini) e Mandami tanta vita (2013, Premio Salerno Libro d’Europa, Premio Fiesole Narrativa e finalista Premio Strega), tutti nel catalogo Feltrinelli dove, nella collana digitale Zoom, sono anche compresi gli scritti La meravigliosa stranezza di essere vivi (2012) e L’Italia del pomeriggio (2014). Per l’Universale Economica ha curato un’antologia di Piero Gobetti, Avanti nella lotta, amore mio! Scritture 1918-1926 (2016). Molti suoi libri sono nati da dialoghi: con Indro Montanelli, a cui ha dedicato Tutte le speranze (2014, Premio Benedetto Croce), con Antonio Debenedetti, Dacia Maraini, Raffaele La Capria, Antonio Tabucchi, di cui ha curato Viaggi e altri viaggi (Feltrinelli, 2010), e Nanni Moretti. Ha pubblicato tra l’altro Ogni viaggio è un romanzo (2007), per bambini La mucca volante (2014, finalista Premio Strega Ragazze e Ragazzi) e Giacomo il signor bambino (2015; Premio Rodari), per il teatro Istruzioni per non morire in pace (2015). È tradotto in diverse lingue europee.

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