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I CAVALIERI CHE NON FECERO L’IMPRESA di Fabio Izzo (un estratto)

aprile 4, 2016

I cavalieriPubblichiamo un estratto del volume I CAVALIERI CHE NON FECERO L’IMPRESA di Fabio Izzo (Terra d’Ulivi edizioni)

A giorni di distanza dal dolore della perdita, provava così a ricordare gli ultimi momenti di vita del nonno. Buffo, pensava, solo ora aveva scoperto che non c’è un’altra parola per dire nonno. Il padre da duro può diventare morbido, innalzando la sua dolcezza, lievitando fino a papà, ma nonno no, forse perché i nonni, al contrario dei genitori che non sono infallibili, sanno solo essere dolci.
Provava così a ricordare sfogliando il dizionario dei sinonimi. Ricordava la stanza bianca, asettica, invasa da quell’odore urticante di candeggina, usata per tenere lontana la morte?
Il suo sguardo ora cadeva sulla scrivania, tra un disordine e l’altro, fissava quella bustina di Oki.
Un antidolorifico.
L’unico oggetto che gli aveva lasciato suo nonno.
Tutta la sua eredità.
-Ti servirà più di tante altre cose.
Furono queste le sue parole mentre gli consegnò la bustina nella mano, quasi come se si stessero scambiando i testimoni in questa corsa a ostacoli chiamata vita.
Cercò di ricordarsi l’ultimo elenco del nonno: Giosuè Carducci, Aleramo, Sibilla, Raffaele Ottolenghi, Luigi Tenco, Divisione Acqui, Ravizza, Francesco Della Chiesa e Ravizza.
Li recitava, per ricordarseli, come una formazione di calcio.
Certo, non erano facili da ricordare come Didì, Vavà e Pelè, ma in questo modo se li portava dentro. Si portava dentro quel mondo appena scomparso e che avrebbe provato, in qualche modo, alla sua maniera, a raccontare.
Guardò infine fuori dalla finestra:
-Ritorna la neve.
Scende sempre nella realtà e sale solo nei nostri pensieri.
Quando poi si presenta di domenica, mischiando il suo bianco al verde dormiente del Monferrato, a Hildebrando viene infine un gran sonno.
Cerca di spegnere i suoi pensieri soffermando lo sguardo su una finestra sola, un’apertura chiusa. Così le assordanti incursioni della luce nel suono prendono fiato nei lampioni là fuori, slanciati geometricamente a torto contro ogni finestra, mondo chiuso pronto a respingere ogni altra intima proposta.
Mangia.
Mangia una caramella dietro l’altra.
Senza trovare sorpresa nel gusto.
Una dietro l’altra.
Come se non ci fosse un domani, aspettandosi quel che deve aspettare.
Odia l’attesa perché poco prima della fine gli fa credere di avere ancora una speranza.
Questo è Hildebrando Aristolakis.
Questo è il suo canto, la sua ballata e quella che segue è la sua storia.
La storia indeterminata di uno qualunque che non vuole arrivare a esser nessuno ma che vuole arrivare da qualche parte facendo quello che più gli piace, cioè i fumetti.
Perché è lì che esiste, nelle pagine di un libro, di un suo libro o per meglio dire, di un suo romanzo a fumetti, o graphic novel, che dir si voglia.
Mangia caramelle e scrive lui, solo questo sa fare, certo, poteva fumare, ma alla fine ha scelto il peggiore dei vizi.
Questa non è la storia semplice di uno scrittore difficile, ma è molto altro e qualcosa meno.

Ogni tanto finisce con lo scrivere qualcosa per necessità di vita, per assoluta necessità di comunicare… La sua storia è la potenza del novellare, lo sforzo ultimo dell’incredulità di fronte al mondo, ovvero di come l’incredulità stessa arrivi a sfociare nella meraviglia, nella purezza unica di quell’attesa da lui tanto odiata, tra una caramella e l’altra c’è sempre troppo da aspettare.
Hildebrando lo sapeva bene in realtà ma non è che lo avesse sempre saputo.
Si tratta di una cosa che aveva imparato lungo il suo percorso esistenziale tra molti sbagli e qualche sporadica fortuna, com’è tipico nella vita di chi cerca di campare di espedienti culturali.
Il suo spirito d’osservazione… buffo, sorrideva sempre a questo frammento di pensiero, gli piaceva l’idea che dentro di lui aleggiasse uno spirito, un’entità ultraterrena capace di poter arrivare con il suo senso della vista a dare un senso all’universo… si diceva, il suo spirito di osservazione aveva notato nella particolarità invernale della terra che la neve era qualcos’altro da quello che aveva sempre pensato. Era un legame tra la terra e il cielo.
La neve annuvola, avrebbe voluto dirlo, ma lui disegnava e il concetto di annuvolamento viene meglio con il lapis e con la china. Annuvolare vuol dire rendere tutto simile a una nuvola. Coprire lo spazio tra cielo e terra, cadendo giù dall’incredulità alla meraviglia per l’appunto.

Nonostante tutto, poteva dire di aver avuto una vita semplice.
Tutto lo lasciava sempre in sospeso e lui lasciava sempre in sospeso tutto, incapace forse di concludere, ma capacissimo a sforzarsi nella meraviglia, come un bambino sul tetto del mondo a guardare in giù.
Si meravigliava sempre di più, come il suo nome l’aveva abituato da sempre allo stupore.
Un passato lineare, un presente curvo e un domani, già un domani…il domani non è mai cosa semplice o almeno non così semplice come i suoi pensieri.
Una laurea arrivata lì dove portano tutte le aspettative della gioventù che poi era sfociata nella foce a delta di un posto di lavoro temporaneo e in una serie di colloqui stralunati con personaggi degni di poca nota in ogni altri epoca, tranne che in questa.

-Hildebrando Aristolakis? Lei deve essere del Monferrato, giusto?

Giustissimo.
D’altronde come non si poteva non associare il blasone fantasma della grande casata degli Aristolakis al Monferrato? Il Monferrato è quel tipo di territorio che rigetta al mondo personaggi come lui per poi tenerseli stretti tra colline a forma di capezzoli, narrate meglio da Pavese, e vini desiderati dagli dei, quando la nebbia fitta scende e assopisce, rendendo morbida la sonnolenza di una campagna monotona.

Hildebrando Aristolakis, la cui forza segreta è racchiusa tutta nella ripetizione del nome perché ripetere è un altro modo per ricordare e ricordare è un altro modo per concludere, ma anche la via più veloce per cominciare, ma non per ricominciare.
Lo faceva, cioè ripeteva il suo nome e cognome guardandosi allo specchio imitando Jean-Pierre Léaudche in Baci Rubati di Truffaut ripeteva ipnoticamente il nome del suo alter ego Antoine Doinel, Antoine Doinel, Antoine Doinel.

Lui ricorda ancora quando in un viaggio scolastico delle scuole medie superiori scoprì Roma, il mondo e di conseguenza di come il mondo lo scoprì. Avvenne tutto con noncuranza in una sera di maggio, soffiava un ponentino che non aveva mai più riassaporato allo stesso, che rimase indissolubilmente legato al ricordo sonoro del suo nome pronunciato nella seguente maniera:

-Hildebrà Aristolà.

Seguì il solito e ovvio:

– Il signore deve essere per forza del Monferrato.
Ma questo era tanto tempo fa mentre oggi nevicava e Hildebrando Aristolakis pensava a tutto ciò sotto questa neve che annoda la pesantezza della terra alla libertà del cielo.

L’ incredula, meravigliosa e fitta neve degli eterni inverni nelle terre effimere di racconti precedenti già ascoltati, in altre parole, la neve. Quella contenuta a forza nello scrigno degli antichi inverni, l’arma dei giganti di ghiaccio che solo il Thor, massicciamente disegnato da Walter Simonson, marito di Louise, barbuto scaldo di origini norrene in forza alla Marvel, aveva potuto fermare.

Guardava scendere giù tutto e un desiderio stava malamente nascendo in lui, come solo i desideri, quelli armati dall’istinto, sanno fare. A questo punto avrebbe voluto chiedere a ogni fiocco se anche lui o lei…oggi era arrivato a porsi dubbi anche sulla sessualità di questi angeli caduti, scacciati dal paradiso sotto forma di fiocchi di neve e sulle cose tutte, quasi come se non si sentisse originario del Monferrato e quasi come se avesse un aristoqualcosa nel cognome, quasi come se tutte le certezze che si erano col tempo radicate in lui, stessero calando giù, nel valzer androgino dei fiocchi di neve…angeli sulla punta di uno spillo. Quella danza viennese asessuata lo riportò in un altro tempo, in un altro salone da gran ballo della memoria.

Era un altro giorno, un giorno solo ad un colloquio di lavoro dove sembrava di essere accolti lì, per grazia ricevuta, davanti ad un tizio ben vestito, ma a cui Hildebrando non avrebbe mai dato nessuna fiducia, figurarsi cedere il futuro. Futuro che nell’oroscopo del quotidiano precedentemente consultato era tutt’altro che positivo. A questo pensava mentre il tizio ben vestito stava giocherellando da minuti con la penna per darsi un tono, era una Montblanc, uno strumento di scrittura che deve essere messo in mostra e non usato.
Chi domina la vita: un assicuratore o un artista?
Inquadrature di sguardi, occhi gelidi, alla Sergio Leone, per fare un duello rusticano all’arma ad inchiostro nella vera storia di chi ha sì spalancato al mondo il suo Monferrato all’immobilità del terzo millennio.

Si potevano inventare molte cose al mondo, tutto era riempibile di fantasia e Hildebrando, da autore squattrinato, questo lo sapeva bene. Molte volte avrebbe voluto inventarsi un’altra vita, una vita non sua, una vita differente da romanzo economico o da soap televisiva, una vita dove non un attimo di tregua e dove i pensieri sono compressi da azione e donne mozzafiato, ma a mozzare il fiato monferrino c’era solo la noia e quella casa che si chiama nebbia tra le colline.
Si potevano inventare vite intere, riempire curriculum vitae di fantasia e raggiungere così il successo.
Si poteva usare la fantasia, ma alla fine si doveva e si poteva solo mentire.
Mentire?
Un Aristolakis di certo non lo fa, gente umile ma integerrima.
Infatti il credo di famiglia era: “Un Aristolakis non mente, subisce”.
Non c’erano bugie o menzogne nella famiglia e quindi di conseguenza mancavano blasoni, stemmi, stendardi, icone, santi, vescovi, fanti, politici, emblemi e ricchezza nella famiglia.
Mancava l’azione nel Monferrato, no, non era vero, l’azione c’era, la miseria umana c’era pure quella, solo che la gente solida di questa parte di mondo non vuole parlare, preferisce lasciare tutto ad altre latitudini, prestare tutto ciò ad altre longitudini, nascondersi dietro città visibili da lontano e comprensibili solo attraverso attenti sguardi vicini.

– Veniamo al dunque, come mi convincerebbe a firmare una polizza?

– Non so, non saprei.

– Male, male, lei deve essere convinto. Si deve adoperare. Impegnare. Questo manca a voi giovani.
– Ma lo vuole o no questo lavoro?

– Sì, beh sì.

– Bene proviamo allora. Mi faccia vedere cosa sa fare.

– In che senso?

– Simuliamo, facciamo finta che io sia un cliente, mi deve convincere ad assicurarmi con voi.

– Questo e il modulo e questa la penna, mi raccomando, faccia attenzione alla penna che è una Montblanc.

– Ok…dunque.

Afferra il foglio di carta prestampato e la penna da collezione:

– Cosa le piace?

– Mah, quello che piace a tutti.

L’assicuratore fa cadere il suo sguardo sul Curriculum di Hildebrando e quasi a deriderlo continua:

– Quello che piace un po’ a tutti, letteratura, cinema, musica, viaggi.

– Ok, mettiamo caso che sia in viaggio e perde il volo, con la nostra assicurazione è coperto.

– Eh no, assicuro solo il biglietto che è più economico.

– Anche per il concerto del suo cantante preferito assicura solo il biglietto?

– Sì, coi Loyd di Londra.

– Eh, ma lei è un cliente difficile allora non posso farci nulla, ecco tenga.

E così dicendo gli ritorna il foglio e la penna. Afferrando la preziosa stilografica, questa schizza, eruttando inchiostro sul vestito bianco dell’assicuratore che subito si adira

– Ma cosa fa, cosa ha combinato? Costa un occhio della testa questo vestito, molto probabilmente più di quanto potrà mai guadagnare lei in tutta la sua vita.

– Può essere vede, ma è stato sfortunato, se avesse firmato prima il modulo ora sarebbe assicurato e non si dovrebbe preoccupare delle spese per il vestito.

– Ma non ho firmato, potrei firmare ora?

– Questa sarebbe una truffa, lo sa?

-Sì, lo so e cosa fa un buon assicuratore in questo caso?
– Non lo so, non sono un assicuratore e se le condizioni sono queste, forse non lo sarò mai, ma lei può sempre dire in giro che il suo vestito è lindo, che è stato realizzato apposta in qualche laboratorio speciale della Nasa, che solo gli sciocchi, vedono la macchia sul vestito.

– Bello, mi piace, lei, figliuolo è più sveglio, di quel che sembra, mi piace, potrebbe funzionare.

Poi bofonchia qualcosa: -Solo nelle favole.

– Come scusi?
Fa finta di non aver capito e lo incalza:

– Che ha detto?

– Nulla.

– Sa cosa le dico, le dico che le potrei davvero offrire il lavoro, sempre ammesso che lo voglia. .

– No, penso di no, non è quello che volevo fare da bambino.

– E cosa voleva fare da bambino?

– Mettere a nudo l’imperatore

Le stelle dell’oroscopo non si erano sbagliate, nemmeno stavolta. Riprovare, sarebbe stato più fortunato. Così era stato stampato il quotidiano oggi nella sezione dedicata all’astrologia, la più consultata della nazione.

(Riproduzione riservata)

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