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DOPPIA INTERVISTA A CATERINA BONVICINI E ROSSELLA MILONE

aprile 5, 2016

Pubblichiamo una doppia intervista alle scrittrici CATERINA BONVICINI e ROSSELLA MILONE

Caterina Bonvicini ha pubblicato di recente TUTTE LE DONNE DI. Un uomo e tutte le donne della sua vita” (Garzanti) 

Rossella Milone ha pubblicato di recente “IL SILENZIO DEL LOTTATORE” (Minimum Fax)

Bonvicini - Milone

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a cura di Ilaria Campodonico

Queste sono le storie incrociate di due scrittrici-scrittrici, Caterina Bonvicini e Rossella Milone, e dei loro libri, Tutte le donne di e Il silenzio del lottatore: un romanzo e una raccolta di racconti.

Entrambe le autrici – guidate dallo studio, dal piacere per l’avventura e da una speciale predisposizione all’ascolto – curano lingua e struttura con stile e talento; si sporcano le mani, sono complici, raccolgono cose osservate e collegano con la fantasia presenze, situazioni, possibilità.

Tutte le donne di comincia con una sparizione che porta scompiglio e crea subito un nuovo ordine: assistiamo a passaggi di consegne, ricordi e segreti. La trama è fittissima con improvvisi stravolgimenti fino all’ultimo capitolo. E’ la cena di Natale, sette figure femminili si trovano attorno alla stessa tavola: madre, sorella, moglie, ex moglie, amante, figlia adulta e figlia adolescente; Vittorio che decide inspiegabilmente di non presentarsi.

Il silenzio del lottatore è una galleria contemporanea di destini e magie, fanciulle, signore, matrimoni, tradimenti, grandi amori e nuove fascinazioni, tutti insieme per descrivere un’educazione sentimentale a più voci. Il senso della sfida, il desiderio di libertà e il coraggio dei personaggi accompagnano la trasmissione – volontaria o inconsapevole – di saperi e conoscenze, una vita che entra nell’altra.

Bonvicini e Milone appaiono due lottatrici senza stanchezza, che passano all’azione per trasformare la lettura nel luogo in cui abitare, la casa delle storie. Due libri belli per assumere punti di vista che sono altro da noi, riconoscere l’invenzione e chiamare le cose vicine e lontane. Accade così che credendo di sognare, facciamo sorprendentemente visita alla realtà concentrati nella nostra ricerca confusa della felicità. Avanti a noi abbiamo territori forse non ancora completamente conosciuti, stupefacenti e minacciosi nell’attesa di qualcosa ancora da leggere e vivere. Le scrittrici affondano le dita negli universi costruiti con le parole e accostano con grazia le vicende umane. Esempi di una letteratura che si prende lo spazio e il tempo, che apre finestre sul mondo per far entrare qualche volta la luce.

-Quando hai cominciato a interessarti alla scrittura?

Caterina Bonvicini: Ho cominciato a scrivere alle elementari, erano graphic novel perché allora ero brava a disegnare (poi ho perso completamente la mano). Il passo successivo è stato un giallo, che ho iniziato a dieci anni. Credo di non averlo mai finito, però. Di sicuro l’ho perso. Era scritto a matita, su un quaderno.

Rossella Milone: Bho. Non me lo ricordo. Penso sia stato da quando ho imparato a scrivere. Forse dopo; da quando ho capito che con la scrittura si poteva fissare una delle cose che più amavo fare: inventare delle storie. Col tempo ho imparato a impossessarmi dello strumento sempre con maggiore consapevolezza, ma un momento preciso non c’è. Mi ricordo che amavo scribacchiare tutte le cose che mi inventavo, ed erano tante; poi le scrivevo per bene, poi le leggevo agli altri che dovevano ascoltare. Ma l’occasione in cui ho capito che la scrittura poteva diventare qualcosa di serio e di essenziale nella mia vita, e che era qualcosa di cui doversi prendere cura è stata durante un corso di scrittura.

 

-Puoi raccontare quando e come scrivi? Esiste una stanza della scrittrice? Cosa vedi dalla tua finestra?

CB: Riesco a lavorare molto bene nella mia casa di Roma, in cucina. E’ anche la stanza dove mi piace di più chiacchierare con gli amici. Di solito, preferisco scrivere di pomeriggio e di sera. Dalla finestra vedo un albero ma non sono ancora riuscita a scoprire che albero è e questa cosa mi fa impazzire di rabbia.

RM: Preferisco scrivere di mattina. E’ il momento in cui mi sento più lucida, e poi ho tutto il resto della giornata per ritornare su quello che ho scritto, se mi viene in mente altro: una nuova idea, una correzione, un’immagine da approfondire. Prima scrivevo nel mio studio, che però adesso è diventata la stanza di mia figlia. Per cui ora scrivo nello studio di mio marito, che è diventato lo studio di tutti e due. Ma in realtà io una stanza tutta per me non la voglio; sono un po’ una raminga e a stare troppo ferma per troppo tempo non ci riesco, per cui mi porto il portatile in giro per la casa continuamente. Anche perché la mia casa è piena di lunghe finestre da cui traggo luce e silenzio: da lì vedo un grosso parco poco alberato, con un piccolo laghetto.

 

-Che relazione ti rimane con il tuo ultimo libro? E con gli altri che hai scritto? Come ci si separa da questi?

https://i2.wp.com/static.lafeltrinelli.it/static/frontside/xxl/838/6371838_790352.jpgCB: Ho un rapporto intenso solo con il libro che sto scrivendo. Quando finisco un romanzo, finisce automaticamente anche il mio rapporto con lui: dato che non posso più modificarlo, smetto di pensarci in continuazione.

RM: Li abbandono. Sono una che si affeziona tantissimo alle persone ma ai miei libri no. Mentre li scrivo è diverso, sono totalmente simbiotica con loro e chiuderli è una sofferenza; ma quando vengono lanciati per il mondo quasi non ne voglio sapere. Sono maniacale, molto pignola durante le stesure e le fasi di editing, ma una volta mandato in stampa poi provo una sorta di liberazione. Forse è una forma di difesa, forse è un modo mio per affrontare il distacco. Ma mi piace pensare che diventino altro da me, che possono anche vivere da soli. Questo mi è successo con tutti i libri che ho scritto, forse un po’ di meno con l’ultimo, “Il silenzio del lottatore”, perché a questo ci sono affezionata in modo particolare. Io lo voglio allontanare ma quello, in qualche modo, torna.

 

-Quali scrittori sono diventati per te dei modelli?

CB: Leggo troppo per rispondere a una domanda del genere. E poi, per ogni romanzo (ne ho scritti sette), a seconda della storia che ho in mente (sono sempre molto diverse fra loro), cambiano i modelli di riferimento.

RM: Moltissimi, anche se sono cambiati durante gli anni. I modelli io li vedo come dei maestri, non da emulare ma da afferrare per mano e farsi portare lungo una strada che poi sarà la tua. Per un periodo un mio nume è stata Agota Kristof. E’ inutile dire che sono lontana anni luce dalla maestria di Agota Kristof, però in generale il mio stile si distanzia moltissimo dal suo; la sua voce non è la voce che sento aderente al mio modo di scrivere. Cosa che sento, invece, con scrittrici come la Munro o la Strout. Però in quel periodo lì, la Kristof mi ha aiutato tantissimo ad affinare certe cose della mia scrittura, a capirla, a trovare una via. Come lei potrei citarti la Ortese – mia grande passione; Fenoglio e Fabrizia Ramondino. Ma se dovessi mettere qualcuno sul podio ti direi Katherine Mansfield e Cechov. Alice Munro svetta su tutti; oltre che sentirla vicina come scrittrice, sento con lei una vicinanza umana proprio, che me la fa amare moltissimo al di là della sua stupefacente abilità di narratrice.

 

-Quale forma letteraria hai scelto per sostenere le tue storie?

CB: Io credo che la forma debba adeguarsi alle cose che vuoi raccontare. Parto dalle cose, la scelta della forma viene di conseguenza. Non è facile trovare quella giusta, però. Ma il lavoro di uno scrittore è un po’ questo.

RM: Dipende dalle storie. Non mi piace forzarmi in una forma letteraria precisa e costringere una storia a starci dentro. Ci sono storie adatte a un romanzo, altre a dei racconti, altre ancora a un soggetto cinematografico. Per esempio ho un soggetto cinematografico che ho scritto da tempo e che a volte ho provato a far diventare un racconto, ma quello non vuole diventare un racconto: vuole diventare un film. Per cui credo che siano le storie a pretendere certe forme piuttosto che altre: lo scrittore deve essere abile a individuare bene quale forma le si adatti, e vestirla il meglio che può. Detto questo, io sono una scrittrice di racconti, per lo più. Nel senso che amo i racconti moltissimo per cui amo scrivere moltissimo racconti. Amo anche i romanzi, ovviamente. Ma forse il mio occhio si è allenato e si è abituato a individuare meglio le storie che sono adatte ai racconti. Le raccolgo con spontaneità, ci faccio più caso, le ascolto con più dedizione.

 

-In che modo la tua scrittura entra nelle case e si occupa del tema dei sentimenti, delle vite incontrate, dei nuclei familiari?

CB: Sono temi molto presenti in tutti i miei libri. Gira e rigira, alla fine forse non faccio altro.

RM: Una volta un mio amico mi disse: tu quanto parli metti sempre in mezzo la parola ‘intimità’. In effetti è così: è un aspetto della mia vita, e quindi della mia scrittura, a cui do molta importanza. In realtà è una questione che mi intriga anche; la trovo una condizione umana inevitabile e piena di fascino. Ogni relazione umana ha il suo ambito di intimità e la narrativa in generale si occupa di questo, delle relazioni tra gli uomini. La casa, i nuclei familiari, sono i topoi prediletti per raccontare tali vincoli relazionali; è lì, secondo me, che nascono i conflitti, le contraddizioni, i dilemmi che danno vita alle storie più belle. Solo che questo comporta un pericolo al quale lo scrittore deve stare attento: non cadere nel sentimentalismo, né in un inutile intimismo che escluderebbe universi di significato più ampi, né in uno sguardo ombelicale fastidioso. Ci vuole delicatezza, per raccontare storie così. Parsimonia, e una specie di sensibilità allenata.

-Il tempo libero della narrazione sembra sospendere quello mondano e ridefinirlo. Come ti poni di fronte a questa categoria?

CB: Intendi il grande tema letteratura e vita? Beh, è un equilibrio delicato e non semplice da raggiungere. Però avere quarant’anni aiuta. Da giovane non sapevo gestire quest’alternanza, forse perché avevo troppa poca confidenza sia con la letteratura che con la vita. Tendevo a sacrificare un po’ troppo la vita per la letteratura. Adesso no. Ho imparato a rispettare i tempi di entrambe, e a non forzarli. Ho capito che noi scrittori lavoriamo sempre, anche quando non sembra. Qualche giorno fa sono rimasta a letto tutto il pomeriggio. Il mio fidanzato è entrato in camera e mi ha chiesto: Che stai facendo? E io: Sto lavorando. Era vero.

RM: Hai colto una delle questioni più complesse, belle e intriganti del fare narrazione. Quando inventi una storia non stai creando – quindi dando vita – solo a dei personaggi, a una trama e al mondo che li circonda. Stai creando anche qualcosa di molto più complicato, che è appunto un tempo che contenga tutto, che in qualche modo deve passare, scorrere e modificare le persone – esattamente come nella vita vera. Solo che questo tempo va inventato e ridefinito attraverso gli occhi dei personaggi. Nel mio ultimo libro, poiché i personaggi dei vari racconti potrebbero condensarsi in uno soltanto visto in vari momenti della sua vita, il tempo è scandito da ciascun racconto; dalla fine e dall’inizio di ciascun racconto. Ogni racconto nuovo è il tempo passato per il personaggio, e in questo modo il libro, spero, ha acquisito uno spessore in più rispetto a una semplice raccolta di racconti. Nel senso che tutti e sei i racconti compongono una storia in più che è la settima. In generale poi a me piace molto giocare con la questione temporale: scrivendo un racconto compio continue capriole che portano avanti e indietro la narrazione, la fermano e poi la riaccelerano, rallenta e poi si velocizza. In questo senso credo che la scrittura ti permetta delle sperimentazioni ardite e affascinanti.

 

-Restituisci una verità raccontando la non-realtà come qualcosa di riconoscibile, punti di vista e vicende che presto o tardi potrebbero raggiungerci. Cosa è per te la finzione letteraria? Dove avviene lo “strappo nel cielo di carta”?

CB: Io parto sempre dall’osservazione della realtà. Il lavoro dell’immaginazione sta nel ricomporre gli elementi in modo diverso. Faccio un esempio. Io sono colpita da un bicchiere, un piatto e una forchetta. Tutto dipende da dove metto questi tre elementi: posso raccontare una tavola apparecchiata oppure la storia di una lavastoviglie. Naturalmente il risultato sarà molto diverso, ma il motore è unico, è il bisogno di parlare di quelle tre, semplici, cose.

RM: Per quanto mi riguarda l’invenzione è alla base della mia narrazione. Non amo l’auto-fiction, nel senso che per me qualsiasi storia deve avere un universo immaginifico in cui riversare se stessi: sia dal punto di vista dello scrittore, sia da quello del lettore. Bernard Malamud sostiene che gli elementi autobiografici non devono certo escludersi (sarebbe impossibile) ma non devono e non possono dare sostanza al testo, solo restituire un riverbero da cui partire, da cui poi inventare. Io sono assolutamente d’accordo. Forse è perché ho sempre avuto una fantasia sfrenata – la pazza di casa, la chiama Rosa Montero – e in qualche modo attraverso le storie di narrativa ho imparato a darle una collocazione. La finzione è uno spazio importantissimo per la narrativa, perché l’invenzione è uno spazio possibile di verità. E’ la finzione che mette in atto i meccanismi di riflessione, immedesimazione e rifrazione attraverso cui ogni storia compie quella magia per cui sembra assolutamente vera. Nonostante la mia sia una scrittura iper-realista, quando scrivo imbocco infinite strade immaginifiche perché sono quelle a portarmi nei luoghi che più mi stupiscono e che, spero, stupiscano anche il lettore.

 

-L’incontro tra chi scrive e chi legge si compie sulle pagine, attraverso concentrazione, visioni, impegno di corpi. In che modo la fisicità entra nella tua scrittura?

CB: Intanto scrivere è un’attività molto faticosa fisicamente. Quando la tensione è molto forte, dopo un paio di giorni ti fanno male le braccia. Se sei un bravo scrittore, riuscirai a fare sentire male alle braccia anche al lettore.

RM: Parecchie persone mi dicono che la mia è una scrittura molto sensuale, nel senso di ‘percettiva’, costruita attraverso i ‘sensi’. In effetti ragionandoci è così. Io per scrivere mi devo buttare prima tutto addosso – un odore, un sapore, una sensazione qualsiasi- ed è da lì, da quel gesto mimetico, che poi nasce la parola esatta che voglio scrivere. Se ci pensi è qualcosa che ha a che fare molto col teatro. Con la capacità di essere qualcun altro e renderlo credibile. Lo scrittore fa la stessa cosa, solo che di mezzo ci stanno le parole, che diventano, appunto, il mezzo con cui arrivare all’altro. La fisicità del teatro è qualcosa che mi sono portata appresso nel mio processo creativo; così come la mia esperienza con la danza. In effetti è questo: ogni scrittore sviluppa il suo patrimonio narrativo a partire dalle esperienze che lui stesso ha vissuto; è la sua vita, poi, a diventare scrittura.

 

-Esiste, per te, una specificità femminile?

CB: Nella scrittura no. Io ho usato una voce maschile in un sacco di romanzi. Ma esiste la sensibilità femminile, quella sì, e fa la differenza.

RM: In generale sì, certo. Così come esiste la specificità maschile. Per fortuna, aggiungerei. Io amo la specificità dei maschi, se no che sfizio ci sarebbe? Ma nella scrittura no, non ha affatto rilevanza. Cioè: nessuno chiede conto a uno scrittore uomo dei suoi personaggi maschili. Però avviene moltissimo con le autrici donne. Come se le scrittrici avessero una carta in più (e non in meno!) per raccontare l’universo femminile. Certo che ce l’hanno, sono femmine! E’ anche vero che ci sono moltissimi scrittori che sanno entrare benissimo nella psicologia femminile, così come avviene il contrario. Ma mi sembra tutto molto ovvio. Un bravo scrittore sa come fare a diventare qualcun altro da sé, anche se di sesso opposto (possiamo pure scomodare i grandi e ricordarci di Emma Bovary e Anna Karenina). Insomma, reputo tutta questa questione del maschile e femminile in letteratura assolutamente inutile e senza senso. Se le storie sono scritte bene e sono belle – ma soprattutto se sono scritte bene – che importanza ha?

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I LIBRI

TUTTE LE DONNE DI. Un uomo e tutte le donne della sua vita” di Caterina Bonvicini (Garzanti)
È la vigilia di Natale. Intorno alla tavola ci sono sette donne. Tutte le donne della vita di Vittorio, e lo stanno aspettando. Ma lui non arriva. Manda solo un enigmatico messaggio. Poche parole che rendono ancora più perturbante la sua assenza. Perché per ognuna di loro, in modo diverso, lui è il centro di un mondo: c’è la madre e c’è la sorella, ci sono la moglie, l’ex moglie e l’amante, la figlia adulta e la figlia adolescente. Il vuoto che lascia un uomo può diventare molto affollato. Ritrovare se stesse è allora necessario, vitale, indispensabile. Bisogna farlo insieme, avere il coraggio di appoggiarsi l’una all’altra. Bisogna accettare che un amore che si voleva assoluto è invece frammentario e condiviso. Condiviso proprio con quelle donne per cui si prova astio e rancore. Eppure anche da questi sentimenti può nascere un’inattesa complicità, una solidarietà finora sconosciuta. Forse solo così la lontananza di Vittorio può diventare un’occasione per guardare le cose in modo nuovo.
In questa commedia ironica e spietata, costruita come un giallo, anche la persona a noi più vicina può svelare all’improvviso un lato che agli altri sfugge.
Caterina Bonvicini torna con un romanzo che è un piccolo capolavoro di stile. Un affresco in cui ogni particolare vive di luci e di ombre. Una storia appassionante in cui l’assenza di un uomo dà finalmente voce alle donne della sua vita. Tutte le donne di è un libro sull’amore, sulla famiglia, sulle sovrastrutture che la società impone. Perché sentirsi liberi di essere se stessi è una lunga conquista, che può arrivare quando meno te l’aspetti.

Caterina Bonvicini (1974), cresciuta a Bologna, vive e lavora tra Roma e Milano.
Ha pubblicato con Garzanti i romanzi Correva l’anno del nostro amore (2014), Il sorriso lento (2010, premio Bottari Lattes Grinzane) e L’equilibrio degli squali (2008, vincitore di numerosi premi tra cui Rapallo e Grand Prix de l’héroïne Madame Figaro), tradotti in diversi paesi da editori prestigiosi come Gallimard in Francia e S. Fischer in Germania.
Con Einaudi ha pubblicato Penelope per gioco (2000), Di corsa (2003) e I figli degli altri (2006). È autrice di due romanzi per ragazzi: Uno due tre liberi tutti! (Feltrinelli, 2006) e In bocca al bruco (Salani, 2011). Con Alberto Garlini ha scritto L’arte di raccontare (Nottetempo, 2015).

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https://i2.wp.com/static.lafeltrinelli.it/static/frontside/xxl/838/6371838_790352.jpgIL SILENZIO DEL LOTTATORE” di Rossella Milone (Minimum Fax)
Una ragazzina scopre l’attrazione ascoltando i racconti di una vecchia che si aggira come un cieco nei labirinti della memoria. Una bella adolescente sperimenta come il sesso, oltre a essere uno strumento di piacere (e di potere), possa portare senza volerlo a tradire le amicizie. Una ragazza appassionata lotta per quello che si illude sarà l’amore della sua vita. Un’altra, disposta a soffrire ma soprattutto capace di ferire, cerca di ritrovare la propria strada dopo un disastro sentimentale. Una donna nel pieno degli anni si mette di fronte al proprio matrimonio come davanti a uno specchio, e cerca di salvarlo. Il silenzio del lottatore è una meravigliosa educazione sentimentale e al tempo stesso una raccolta di racconti in cui sensualità, durezza, dramma, cauta e segreta speranza danno vita a una narrazione in grado di parlare a ognuno di noi. Nelle storie della Milone – che ha studiato alla scuola di Alice Munro e di Elizabeth Strout – è soprattutto il senso di sfida, il gusto per la scoperta, la coraggiosa e continua apertura verso il futuro a farne forse la scrittrice che in Italia stavamo aspettando da anni.

Rossella Milone è nata a Napoli nel 1979 e vive a Roma. Ha pubblicato le raccoltedi racconti Prendetevi cura delle bambine (Avagliano 2007) – per la quale ha ottenuto una menzione al Premio Calvino – e La memoria dei vivi (Einaudi 2008). Per Laterza è uscito nel 2001 Nella pancia, sulla schiena, tra le mani, e per Einaudi nel 2013 il romanzo con Poche parole, moltissime cose.
Collabora con diverse testate giornalistiche e coordina l’osservatorio sul racconto Cattedrale.
Il suo sito è rossellamilone.it.

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