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LE SERENATE DEL CICLONE di Romana Petri (recensione)

aprile 7, 2016

Pubblichiamo una recensione del romanzo LE SERENATE DEL CICLONE (Neri Pozza) di ROMANA PETRI 

(l’ “autoracconto” firmato dalla stessa Romana Petri è disponibile qui)

di Simona Lo Iacono

Il ciclone era nato in campagna, coi grilli che si lamentavano e l’erba amara che copriva i bordi delle strade.
In città avrebbe fatto scalpore, grosso com’era, adagiato nella cesta di vimini che sua madre trascinava con sé e col colorito sanguigno. Ma lì, a Cenerente, erano abituati ai maschi che ingurgitavano uova ancora umide del caldo delle galline e ai figli tirati su tra panni sventolanti e stagioni storte.
Quando i suoi tornarono a Perugia, quel bambino fuori misura stupì quindi per il corpo già adulto, la voce grossa e baritonale, il cuore pietoso e recalcitrante. Non ce n’erano come lui, belli e silenziosi, adatti a fare innamorare, o a prendersi a pugni per principio.
E sì che non aveva gioie domestiche, il ciclone, con quel padre donnaiolo e senza tenerezza, che in tutta la vita gli aveva fatto un regalo soltanto, un grammofono e qualche disco, senza sapere che gli avrebbe regalato anche un destino.
Un regalo solo, ma era bastato. In quelle poche note che addomesticava con la passione, aveva scoperto una vocazione prepotente e sciantosa che aveva convinto il gruppo dei suoi amici a fargli fare serenate a pagamento.
Era cominciata così, per scherzo e per guadagnare qualche soldo, anche se le destinatarie delle sue sonate sbagliavano regolarmente innamorato e si perdevano per lui invece che per chi aveva commissionato la musica.
Ma non ci badava. Erano anni svagati, quelli precedenti la guerra, e la prima donna che aveva amato, l’Angelinaccia, non era bastata a frenare l’entusiasmo di una vita nuova, lontana dalle scudisciate paterne e piena zeppa di sogni di vittoria.
Se n’era andato a Roma così, senza dire niente a nessuno, mantenendosi con le gare di pugilato e iniziando a prendere lezioni dal miglior maestro che era riuscito a trovare.
Poi la grande guerra aveva interrotto tutto bruscamente, l’aveva schivata solo per la furbizia di sua madre e al fronte non c’era andato mai, se n’era restato nelle campagne con i nonni.
Ma l’amore per il canto si era trasformato ed era diventato vocazione e rapimento.
Non poteva certo immaginare, il Ciclone, che quella voce di tuono, scossa dai sussulti di un’anima troppo esuberante, gli sarebbe valsa una vita diversa, leggendaria, costellata di imprevedibili eventi.
Né che molti anni dopo sua figlia, con l’amore appassionato di una divinatrice, restituisse al tempo la sua avventura di uomo e padre, la forza animalesca ma anche gentile, la complessità di un genitore eroico, fragile, vittorioso e perduto.
Rompendo gli schemi della filiazione, raccontando, immaginando, tessendo una trama fitta e tenace, la figlia del ciclone rivela la stessa foga visionaria e incantata del padre, lo stesso amore per i sogni, l’identica vocazione per la fantasia. Nulla sfugge alla figlia del ciclone: l’Italia che cambia, il passaggio dalla campagna alla città, la guerra, l’allegria della ricostruzione, le illusioni, la loro caduta, la fragilità di una società che si smembra e perde se stessa.
Canta, la figlia del Ciclone, perchè la scrittura è canto quando rivela e raccorda la memoria, quando perpetua i legami e rende alla storia il suo specchio, quando recupera il dialetto, i tramonti, la semplicità dei gesti antichi, la bellezza dirompente dei desideri.
E mentre tesse il suo canto, ribalta le parti, si fa madre invece che figlia, protegge e recupera, salva dalla cattiva memoria e dagli errori.
Alla fine il Ciclone sorride soddisfatto, ravvivato dalla vita nuova che quella figlia prediletta ha recuperato per lui e per se stessa.
La figlia, invece, le lacrime di nostalgia vorrebbe piangerle, ma se le trattiene tutte, perchè sa che non servono e che la parola, ai vivi come ai morti, la danno soltanto le storie.

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La scheda del libro
I libri sui padri sono sempre una resa dei conti col morto che, in quanto tale, non parla. Non così questo libro insolito e straordinario, per metà puro romanzo e per l’altra metà memoir familiare, che parte invece dal giorno in cui il futuro padre nasce e ne reinventa la storia. Romana Petri racconta così i sessantatré anni di vita di un uomo, dal 1922 al 1985, ma anche quelli italiani, dal fascismo alla guerra alla ricostruzione al boom economico e oltre. C’è l’infanzia nell’Italia rurale nella campagna vicino a Perugia, e poi l’adolescenza condivisa con una banda di scavezzacollo in quella città allora poco più grande di un paese, tra serenate notturne al balcone della bella di turno ed esuberanti scazzottate coi soldati alleati giunti dopo la liberazione. E poi c’è una Roma carica di promesse, in anni in cui nessuna meta è preclusa: il benessere, le auto sportive, le villeggiature, le conquiste amorose, un successo che pare senza limiti. Infine, la realtà che cancella l’illusione di non poter mai più tornare indietro: la caduta, le crisi, le difficoltà da cui riemergere con la tenacia degli anni formativi.
Mario Petri detto “Ciclone” è un padre ingombrante. È grande e grosso ma capace di coltivare una sua fine sensibilità. Ha l’animo di un cavaliere antico, e il suo futuro sarà quello di un uomo di spettacolo nato per vestire i panni di personaggi eroici tanto nell’opera lirica quanto nel cinema. Intorno a Mario e Lena e ai figli nati dal loro grande amore s’incontrano tanti personaggi famosi, da Maria Callas a Herbert von Karajan, da Sergio Leone a Jack Palance e Tatiana Tolstoj. È un mondo fatto apposta per incantare una figlia che del padre, però, intuisce un lato segreto: l’animo fragile e indifeso in un corpo da gigante. Un padre che sa proteggerla fisicamente ma al quale fare anche un po’ da madre.
Con uno stile vivido e un linguaggio che come musica sa far risuonare gli accenti dialettali di un mondo lontano, Romana Petri riallaccia i fili della memoria di un’Italia scomparsa ma sempre giovane, come il protagonista che l’attraversa. Una storia vera che è anche, e profondamente, la sua storia. E alla forza della scrittura unisce la potenza di emozioni universali che si riverberano sul lettore così come si sono riverberate in lei e nella sua infanzia felice, quella di chi crede nel bene della vita che sta tutto intero laggiù a fare da scudo al futuro.

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Romana PetriROMANA PETRI è nata a Roma e vive attualmente tra questa città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. È stata due volte finalista al Premio Strega. Traduttrice, editrice e critico letterario collabora con ttl La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue opere: Ovunque io sia(BEAT 2012), Alle Case venie, I padri degli altri, La donna delle Azzorre, Dagoberto Babilonio, un destino, Esecuzioni, Tutta la vita, Figli dello stesso padre Giorni di Spasimato amore.
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