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I CARATTERI DELL’ALFABETO: intervista a Mavie Parisi

aprile 12, 2016

I CARATTERI DELL’ALFABETO di Mavie Parisi (Algra): intervista all’autrice

di Massimo Maugeri

Mavie Parisi vive a Catania, dove insegna matematica e scienze. Ha pubblicato i romanzi: E sono creta che muta (edizioni PerroneLab), Quando una donna (Giulio Perrone Editore), Dentro due valigie rosse (Giulio Perrone Editore). Di recente, per i tipi dell’editore Algra – nell’ambito della collana di narrativa “Fiori blu”, diretta da Orazio Caruso e Maria Rita Pennisi – ha pubblicato la raccolta di racconti “I caratteri dell’alfabeto” (corredata dalle illustrazioni di Alessio Grillo).

Ne ho discusso con l’autrice…

– Cara Mavie, hai pubblicato tre romanzi e scritto racconti per alcune antologie collettanee. “I caratteri dell’alfabeto” è la tua prima raccolta di racconti personali. Ti chiederei, intanto, di raccontarci come vivi, da scrittrice, il diverso approccio narrativo che caratterizza la scrittura di un romanzo con quello che caratterizza la scrittura di un racconto… Quali sono, dal tuo punto di vista, le differenze, le difficoltà, i pro e i contro?
mavie-carolina-parisiCaro Massimo, ovviamente romanzi e racconti hanno un respiro completamente diverso. C’è chi afferma che scrivere un racconto sia più difficile perché nel breve volgere di poche pagine non è sempre agevole cogliere l’essenza di un messaggio, o la personalità e lo spessore dei personaggi, senza contare che nel racconto è necessario fotografare un determinato momento presupponendo e lasciando presupporre tutta la vita trascorsa fino a quel particolare istante. Ciononostante io trovo la scrittura dei racconti, se non più facile, più rilassante, per vari motivi.
Il racconto si tiene in punta di penna, è più semplice mantenerne le fila e ben vivo in ogni momento la memoria di tutto ciò che vi accade.
Inoltre, scrivere racconti permette di passare da una storia all’altra, da un tema all’altro senza dover fare la scelta più duratura e spesso dolorosa che un romanzo, gioco forza, impone.
Io amo scrivere racconti, ne scrivo quando finisco un romanzo e prima di imbarcarmi nell’avventura successiva o quando mi trovo nei momenti che io definisco di “fermo biologico” , cioè quei periodi in cui il romanzo sembra non voler andare avanti.

– Come nasce questa raccolta di racconti? E i vari racconti che la compongono sono stati scritti contestualmente o in periodi diversi?

La raccolta ha una genesi bizzarra. Mi trovavo nell’isola di Malta, con una comitiva di simpatici amici che, nell’invitarmi in vacanza, avevano omesso il particolare che per loro vacanza significava interminabili serate al casinò.
Per curiosità e per non fare la figura della palla al piede, la prima sera decisi di adeguarmi, rendendomi ben presto conto che non era cosa che mi divertisse.
L’unica mia distrazione, per non morire di noia, era osservare persone, luoghi e situazioni.
L’indomani mattina ne venne fuori il racconto delle avventure del signor B, un giocatore tipo.
Contrariamente a quanto mi accade normalmente rileggendo ciò che scrivo, quel racconto mi piaceva proprio. Nelle gesta del signor B ritrovavo le sensazioni esatte che la serata precedente mi aveva ispirato, insomma giudicai di avere fatto un buon lavoro.
La “B” ubbidiva allo stesso tipo di logica delle lettere utilizzate in algebra, indicava cioè che stavo descrivendo un qualunque giocatore, non una persona specifica. Nel particolare caso era anche l’iniziale del cognome Baro, che per ovvi motivi il nostro eroe non poteva utilizzare.
Così nacque l’idea di scrivere dei racconti che, attraverso la storia di un personaggio, descrivessero un particolare stato d’animo, un sentimento, una fobia, un’ossessione.
E’ per questo che, pur se scritti in vari periodi, anche distanti tra loro, l’obiettivo era così ben definito che è come se li avessi scritti tutti nello stesso momento.

– Come è nata l’idea di collegare i racconti ai caratteri dell’alfabeto?
Mi piaceva l’idea del doppio significato della parola “carattere”, da un lato la lettera come carattere tipografico, appunto, dall’altro, carattere come tipo umano.

– Al di là dell’alfabeto, quali sono gli altri “fili conduttori” della raccolta?
Penso di aver risposto implicitamente, come dicevo, infatti ognuno dei ventuno racconti ha un unico personaggio principale, utilizzato come rappresentazione di un temperamento, un’indole o una personalità.

– Se tra i vari racconti che compongono l’antologia dovessi sceglierne uno come maggiormente rappresentativo dell’intera opera, quale sceglieresti? E perché?
Se ne scegliessi uno, o addirittura se individuassi un percorso tra i racconti, un eventuale psicologo che leggesse il libro e poi questa intervista avrebbe di che pascolare nel prato delle mie scelte e quindi ruminare pensieri sul mio modo di essere.
Non mi darò la zappa sui piedi, manterrò il segreto.
Scherzi a parte, diciamo che è una raccolta modulare, nel senso che è possibile cominciare la lettura dalla prima pagina o scegliere di iniziare da uno qualunque dei racconti.
Si possono leggere prima le vocali, o preferire le consonanti.
Si potrebbe anche scegliere una lettura di genere e preferire i racconti in cui il personaggio principale è femminile per passare in seguito ai racconti al maschile, o viceversa (per la scelta possiamo farci aiutare dalle illustrazioni).
Unica accortezza: stare attenti ai racconti nella cui illustrazione compare “l’uomo nero” perché sono racconti particolarmente forti e drammatici.
In un paio di casi è possibile trovare storie in cui sono gli animali ad avere un ruolo determinante.
Insomma, lascio ai lettori piena libertà di percorrere il mio libro seguendo i sentieri più disparati.

– Sono tanti i personaggi che compaiono all’interno di questi racconti. Ti propongo un gioco. Immagina che tu abbia la possibilità di trasformare tre di questi personaggi in persone reali, in carne e ossa. E che tu possa avere la possibilità di incontrarli e di parlarci. Chi trasformeresti? E perchè?
Divertente, fammi pensare.
Senza dubbio vorrei conoscere Gerlando Griffeo e indagare sulle cause della sua ipocondria.
Sono molto attratta dalle motivazioni delle nevrosi e di questa in particolare, non dirò in questa sede che la causa di questo interesse è da ricercarsi anche nel mio vissuto, non dirò insomma di essere io stessa un’ipocondriaca.
Tutto ciò che nell’ipocondriaco è dolore e ansia, risulta buffo agli occhi degli altri e suscita, a volte tenerezza, ma più spesso fastidio.
Ecco, se l’avessi qui davanti, vorrei esprimere a Gerlando tutta la mia simpatia e comprensione.
Mi piacerebbe che anche Viola fosse trasformata in una persona in carne ed ossa, in modo da riuscire a metterla in guardia dalle trappole di un rapporto malato.
– Scappa Viola, scappa – le direi – uno schiaffo non è “solo uno schiaffo”. Mettiti in salvo, Viola cara.
Hai detto tu stessa che è stato tremendo, che hai perso l’aderenza alla realtà, che l’aria intorno si è rarefatta, che ti mancava il respiro, che il mondo per un attimo è scomparso. Sono parole tue.
Hai capito benissimo che da certe cose non c’è ritorno.
Vai via, vai via senza voltarti mai.
Questo direi a tutte le Viola.
Infine, farei volentieri una chiacchierata con la signora D per conoscere i segreti della sua dieta dimagrante.

– Cosa puoi dirci sulle illustrazioni di Alessio Grillo?
Il sodalizio artistico con Alessio Grillo è di lunga data. Sono sue le copertine dei miei primi due romanzi (fra l’altro della copertina di E Sono Creta che Muta ha realizzato anche un bellissimo quadro che tengo nel salotto di casa mia).
Nel momento in cui mi è venuta l’idea di illustrare i racconti, è stato naturale pensare a lui che stimo molto come pittore, grafico, disegnatore e adesso anche come scrittore per bambini.
Lavorare con Alessio è stato divertente. Gli mandavo i racconti, lui li leggeva, si faceva ispirare dal personaggio, infine mettevamo insieme le rispettive idee che poi Alessio traduceva in disegno.
Credo sia venuto fuori un bel lavoro.

– Progetti per il futuro?
Certo, mille, come sempre, ma immagino tu ti riferisca alla scrittura, e anche in questo caso la risposta è sì.
Sono al lavoro su un nuovo romanzo, ma sono davvero all’inizio, troppo presto per parlarne.

* * *

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