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SABBIE MOBILI di Domenico Trischitta (dramma in due atti)

aprile 14, 2016

SABBIE MOBILI di Domenico Trischitta – Una nuova produzione del Teatro Stabile di Catania, alla sala Musco dal 15 al 21 aprile per la regia di Massimiliano Perrotta

Pietro Germi e Daniela Rocca sul set di Divorzio all'italiana

Nella seconda parte del post pubblichiamo la prefazione del volume SABBIE MOBILI di Domenico Trischitta (Algra editore)

“Sabbie mobili”: Guia Jelo fa rivivere l’attrice Daniela Rocca nella novità assoluta di Domenico Trischitta

Omaggio all’indimenticabile protagonista scelta da Pietro Germi per “Divorzio all’italiana” 

Guia Jelo-Daniela Rocca durante le prove di Sabbie mobiliDaniela Rocca, storia di una diva incompiuta ma mai dimenticata: dal trionfo con Pietro Germi alla follia. Il Teatro Stabile di Catania ricorda la splendida attrice, nativa di Acireale, con una nuova produzione, Sabbie mobili di Domenico Trischitta. E sceglie un’interprete di forte personalità e spessore come Guia Jelo per far rivivere il dramma dell’artista, affidandone la regia a Massimiliano Perrotta. «Un amarcord che abbiamo fortemente voluto – sottolinea il direttore del TSC Giuseppe Dipasquale – per porre l’accento sull’eccellenza siciliana e al contempo proporre una vicenda umana e artistica universale».

L’appuntamento è alla sala Musco al 15 al 21 aprile. Le scene sono di Giovanna Giorgianni, i costumi di Rosi Bellomia, le musiche di Matteo Musumeci. Accanto a Guia Jelo agiscono Fulvio D’Angelo, Raniela Ragonese, Roberta Andronico, Lorenza Denaro.

Come si vede dai nomi impegnati nel progetto, si profila un omaggio tutto catanese alla parabola esistenziale di una fragile donna, che prova l’ascesa e la caduta, il successo e la solitudine.

Bellezza prorompente e mediterranea, Daniela Rocca fu notata dall’attore Saro Urzì durante un concorso di bellezza a Catania. A Roma incontrerà Pietro Germi: …”ho conosciuto Germi in una trattoria, da Gino in via Rasella…quando ho visto che stava seduto al tavolo di fronte ho deciso che avrei dovuto conoscerlo…”.

Chissà cosa si erano veramente detti i due quella sera, di certo cominciarono a frequentarsi, forse ad amarsi. Da lì l’idea di sceglierla come protagonista per farle interpretare Rosalia, moglie del barone Cefalù, il quale farà di tutto per liberarsene, fino ad inventarsi un delitto d’onore.

Di quell’esperienza ricordiamo alcuni episodi che funestarono l’ambiente del set: il tentato suicidio dell’attrice e l’ictus che colpì Germi e lo costrinse ad interrompere le riprese per sei mesi. Amore e morte si mescolano. Quello è il periodo più intenso dell’attrice catanese, dall’inizio del rapporto con il regista fino all’uscita del film, solo un bagliore di luce rappresentato da un’intervista rilasciata al festival di Venezia a Lello Bersani: “…adesso spero di dimostrare tutto il mio valore, penso che “Divorzio all’italiana” sia solo l’inizio…chissà se qualche regista si è accorto di me?”.

Invece fu solo la fine. Daniela Rocca girò altri due film degni di nota, “L’attico” e “La noia”, dove sono già evidenti i primi segni della follia che la devasteranno fino alla fine della sua esistenza. Bellocchio la richiamò nel 1977 per “La macchina del cinema”, apparizione tristissima che ce la restituisce nell’interpretazione di se stessa, a mostrare a tutti il fenomeno da baraccone che era diventata. Da quel momento la sua vita entrò in un vicolo cieco. Iniziò la parabola discendente, fatta di ricoveri più o meno lunghi in case di cura per malattie mentali. Nel giro di pochi anni perse un patrimonio consistente, due appartamenti, compreso quello immenso e panoramico di Monte Mario. Entrò nell’inevitabile dimenticatoio. Il malessere e il disagio esistenziale l’avevano trasformata fisicamente. Passò gli ultimi anni in una casa di cura a Milo, alle falde dell’Etna, a sognare continuamente il mare della sua infanzia, quello della stazione di Catania, e il fantasma di Germi.

 

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Dal volume SABBIE MOBILI di Domenico Trischitta (Algra editore)

Prefazione

di Lorenzo Perrona

sabbie mobiliDalle cronache cinematografiche degli anni ’60, Domenico Trischitta fa riemergere la storia del sogno infranto di Daniela Rocca, l’attrice catanese che pietro Germi scelse per caratterizzare la moglie siciliana, ossessiva e vittima, nel film “oscar” Divorzio all’italiana. Una storia, questa di Daniela rocca, che, a dire il vero, non è tanto un sogno infranto, quanto piuttosto la ricerca di emancipazione, di libertà e di arte vissuta da una giovane donna siciliana.
Bella e talentuosa la vide Germi. Icona del cinema e della follia la vide poi Bellocchio. Trischitta, costruendo questo testo teatrale e offrendolo alle attrici che daranno a Daniela Rocca nuovo corpo e nuova anima, fa un’operazione in qualche modo più giusta ed equa, le dà spazio, le restituisce la scena a lei necessaria per esprimere il desiderio. Il desiderio di lei, accanto a quello di chi su di lei ha posato lo sguardo, e l’ha “usata”.
Dal contrapporsi dei ruoli, il femminile e il maschile, il dramma scaturisce equanime. Daniela Rocca e Pietro Germi. A tal punto artisti da non poter essere che amanti. Un continuo corpo a corpo, senza esclusione di colpi.
Il maschio sceglie, decide, forgia. La femmina è fisicità, disponibilità, seduzione, talento. Si amano e si detestano. Sentono di essere uno la prigione dell’altra. Noi percepiamo che questa loro tenzone risuona e si amplifica, fa perno su una questione importante e di grande interesse, il pericoloso gioco delle identità. Il maschio genovese costringe la bellissima femmina catanese a imbruttirsi, a incarnare il grottesco. Perché lui aveva intuìto, da artista, che, per fustigare l’Italia e denunciare le sue malattie croniche, la gente al cinema doveva ridere. La sicilianità, agli occhi del “genovese”, era un armamentario utile a fare satira sull’italianità piccolo borghese. E mentre lui discerne il bene dal male, lei è prigioniera della sua bellezza, della sua bruttezza, della sua identità catanese.
Così il dramma monta in una tensione spasmodica, il successo non è solo obiettivo artistico-professionale di un attore o di un regista, diventa lotta tragica il cui premio ambìto è l’essere amati. Lui è morto deluso e sconfitto, lei si è persa nella malattia e nella follia. Voce monologante nel chiuso di una stanza.
Come si vede, il teatro di Trischitta lavora sul continuo cortocircuito fra realtà e invenzione (a questo servono il contrappunto musicale delle canzoni d’epoca e gli inserti documentari). Sa rendere dramma popolare la memoria collettiva, le mitologie nazionali, le icone cinematografiche. Offre al pubblico tutti gli elementi per ripensare e decostruire una storia di cronaca, della giovane donna libera che voleva fare il cinema, che voleva scrivere, ma era una marginale anche prima che la malattia la costringesse in una stanza e la nascondesse definitivamente agli sguardi.

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Domenico Trischitta, catanese, è scrittore e autore per il teatro. Ha pubblicato il romanzo Una raggiante Catania (Excelsior 1881), vincitore del Premio Martoglio, e il romanzo Glam City (Avagliano).

Nel 2015 porta in scena il suo testo teatrale Sabbie Mobili, prodotto dal Teatro Stabile di Catania.

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