Home > Brani ed estratti > IL TEMPO DELL’ATTESA di Elizabeth Jane Howard (un estratto)

IL TEMPO DELL’ATTESA di Elizabeth Jane Howard (un estratto)

aprile 18, 2016

Pubblichiamo un estratto del romanzo IL TEMPO DELL’ATTESA di Elizabeth Jane Howard (Fazi editore – Traduzione di Manuela Francescon)

[I post di Letteratitudine dedicati al precedente romanzo di Elizabeth Jane Howard, Gli anni della leggerezza“, sono disponibili qui]

Quel sabato tutti gli adulti residenti alla Casa del Pero – ovvero Villy con Edward (l’unico ritardatario), Sybil con Hugh e Jessica con Raymond e Lady Rydal – furono invitati a cena a Home Place per espressa volontà del Generale. Solo Miss Milliment dovette restare insieme ai bambini più grandi, tra cui quelli di Home Place che erano stati oggetto dello scambio. All’arrivo di Edward, la cena degli adulti stava appena iniziando, con l’arrosto di vitello, le deliziose polpettine speziate di Mrs Cripps servite con sottilissime fette di limone, purè di patate e fagiolini. C’erano quindici persone intorno al lungo tavolo, che per l’occasione era stato dotato di una quarta prolunga, e Bertha aiutava Eileen a servire le verdure. Sid, ben conscia di essere l’unica esterna alla famiglia – una situazione in cui per una ragione o per l’altra si ritrovava spesso –, osservava i commensali con una simpatia che, oltre alla consueta ironia, conteneva anche una forma di soggezione. Quel giorno tutti avevano lavorato sodo ai preparativi per la guerra imminente, ma adesso si comportavano e parlavano come se quella fosse una sera come tutte le altre. Mentre gli altri mangiavano o conversavano, lasciò errare lo sguardo lungo il lucido tavolo scuro. Il Generale stava raccontando un aneddoto sull’India a Lady Rydal, che di frequente lo interrompeva: entrambi si consideravano delle autorità in materia, lui in virtù dei tre mesi che vi aveva trascorso con la moglie negli anni Venti, lei in quanto era nata proprio là, «nel pieno dell’ammutinamento», come amava dire. «La mia ayah mi portò in giardino e mi tenne nascosta nel capanno del giardiniere per due giorni, salvandomi la vita. Perciò vede, Mr Cazalet, perché non posso considerare tanto inaffidabili gli indiani, anche se capisco che i meno informati possano pensarla così. Inoltre…», aggiunse a suggello di tanta magnanimità, «…non posso credere che gli indiani abbiano cambiato la loro natura. Ricordo la loro commovente lealtà: mio padre, uomo la cui esperienza non ha pari, diceva sempre che dei suoi sepoy si fidava come fossero fratelli».
Quest’ultima frase, oltre a suscitare un’occhiata divertita ma ben dissimulata tra Villy e Jessica – erano loro le uniche a sapere che il padre di Lady Rydal aveva litigato col fratello con una ferocia tale che i due non si erano rivolti la parola per almeno quarant’anni –, fornì al Generale l’appiglio che gli serviva: gli bastava la più blanda coincidenza per aprirsi un varco nei discorsi altrui, e ora stava giusto notando quanto fosse interessante il fatto che lei nominasse i sepoy, perché un tale davvero notevole che aveva incontrato in nave – altra straordinaria coincidenza! – sia all’andata sia al ritorno… Sid spostò lo sguardo sulle prozie che, l’una accanto all’altra, nei loro abiti a maniche lunghe di crêpe de Chine verde e marrone, stavano passando in minuziosa rassegna il contenuto dei rispettivi piatti: Dolly si lamentava che le polpette speziate fossero indigeste e Flo non tollerava il grasso, ma concordavano nel deplorare l’una le bizze dell’altra. «Durante l’ultima guerra si era grati per ogni cosa», stava osservando Flo, ma Dolly la contraddisse: «Non ricordo che tu abbia mai mostrato gratitudine per nulla, nemmeno quando papà ti regalò quella bella vacanza a Broadstairs dopo che lasciasti l’ospedale. Flo era un disastro come infermiera, perché non sopportava la vista del sangue», disse, alzando la voce a beneficio di chiunque fosse a portata d’orecchio. «Finiva sempre che le altre infermiere dovevano occuparsi di lei, invece di eseguire gli ordini dei medici…».
Sybil, con addosso un abito di crêpe piuttosto informe – aveva messo su qualche chilo dopo la nascita di Wills –, stava confidando alla Duchessa le sue preoccupazioni per il piccolo.
«È solo una fase», replicava tranquilla la Duchessa. «Edward, da bambino, quando qualcosa non gli andava a genio sputava a destra e a manca. Aveva delle crisi di rabbia ingestibili, e io ovviamente ero preoccupata. Hanno di questi attacchi quando sono piccoli». Sedeva ben ritta a capotavola con la solita camicetta di seta azzurra e la croce di madreperla e zaffiri che le scendeva sul petto discreto – la parola seno, pensò Sid con affetto, non rientrava nel suo vocabolario né nella sua anatomia – e rivolgeva alla nuora il suo sguardo franco e risoluto. Adesso, mentre raccontava, le venne da ridere. «Edward è stato il peggiore! Aveva circa dieci anni, mi pare, quando colse tutte le giunchiglie del giardino, confezionò dei mazzetti coi nastri di sua sorella e si mise a venderli nella strada in fondo al vialetto. Espose un cartello con la scritta “UN AIUTO PER I POVERI”, e indovinate un po’ chi era il povero in questione? Lui in persona! Gli avevamo sospeso la paghetta per qualche altro misfatto che aveva combinato, e lui desiderava tanto non ricordo più quale particolare tipo di trottola…». Prese il fazzolettino di pizzo che teneva sotto il cinturino d’oro dell’orologio e si tamponò gli occhi.
«E l’ha avuta, alla fine?».
«Oh no, mia cara. Gli ho fatto mettere tutto il ricavato nella cassetta delle offerte della chiesa, la domenica. E naturalmente si è preso anche una sculacciata».
«Qualcuno sta parlando di me?», disse Edward seduto all’altro capo del tavolo. Stava ascoltando i discorsi di Jessica.
«Sì, caro. Proprio di te».
«Anche a scuola ero un disastro», disse. «Non so proprio come abbiate fatto con me».
Quanto bisogna essere sicuri di sé per dire una frase del genere, pensò Sid, ma le sue riflessioni furono interrotte da Jessica che disse: «Vorrei che parlassi con Christopher. È convinto di essere una frana a scuola».
«Ne è convinto perché è vero», osservò Raymond. «Quel ragazzo non ne azzecca una».
«In latino è bravo», precisò Jessica.
«Il latino gli piace. Quello che conta per un ragazzo è riuscire nelle cose che non gli piacciono».
«È bravo anche in storia naturale. Sa tutto sugli uccelli».
«Io credo che tutti riusciamo poco nelle cose che non ci piacciono», s’inserì Villy. «Prendi Louise. In tutti questi anni con Miss Milliment sembra non abbia fatto altro che leggere romanzi e drammi. Della matematica e del latino conosce solo le basi. Non parliamo poi del greco…».
«Miss Milliment insegna anche greco?», domandò Rupert. «Che vecchietta sorprendente, non trovate? Mi domando con chi abbia studiato. In arte per esempio è preparatissima».
«Credo che abbia studiato perlopiù da sola. Tu lo saprai di certo, mamma». Villy si rivolse a Lady Rydal, che la guardò palesemente interdetta prima di rispondere.
«Non ne ho la più pallida idea. Veniva da una famiglia rispettabile e Lady Conway mi disse che aveva fatto un ottimo lavoro con le sue ragazze. Io di certo non le ho fatto domande personali!».
«Be’, chiunque sia a occuparsene, è molto meglio che le bambine studino in casa», disse Hugh. «Tu odiavi il collegio, vero, Rachel?».
E Sid, la cui attenzione era stata portata bruscamente su Rachel, la vide sobbalzare a quel ricordo prima di replicare. «Sì, è vero, ma credo che mi abbia fatto un gran bene andarci». Era troppo stanca anche per mangiare, Sid se ne accorse e avrebbe voluto dirle: «Cara, per oggi può bastare. Va’ a letto, ti porto su un vassoio ciò che desideri». Ma non è casa mia, pensò, lei non può essere la mia compagna né nulla che ci si avvicini e non spetta a me compiere un gesto del genere. Dopo questo, non poté osservare né pensare ad altri che a Rachel. Si accorse che la Duchessa stava cercando di coinvolgere nella conversazione Zoë, invitando tutti ad ammirare un centrotavola di rose che pareva avesse confezionato lei, ma Sid riusciva a vedere solo Rachel che si sforzava di mangiare ciò che aveva nel piatto – in famiglia non era apprezzato chi piluccava il cibo, e la Duchessa aborriva ogni genere di spreco. Vide Rachel tagliare un pezzetto di arrosto, metterselo in bocca e poi mandarlo giù prendendo piccole quantità di purè con la forchetta, sbriciolando il pane sul piattino e portandosene alla bocca qualche pezzetto fra un sorso d’acqua e l’altro.

(Riproduzione riservata)

© Fazi editore

 

* * *

Il libro

Traduzione di Manuela Francescon
Con un saggio di Hilary Mantel

È il settembre del 1939, le calde giornate scandite da scorribande e lauti pasti in famiglia sono finite e l’ombra della guerra è sopraggiunta a addensare nubi sulle vite dei Cazalet. A Home Place, le finestre sono oscurate e il cibo inizia a scarseggiare, in lontananza si sentono gli spari e il cielo non è mai vuoto, nemmeno quando c’è il sole. Ognuno cerca di allontanare i cattivi pensieri, ma quando cala il silenzio è difficile non farsi sopraffare dalle proprie paure.
A riprendere le fila del racconto sono le tre ragazze: Louise insegue il sogno della recitazione a Londra, dove sperimenta uno stile di vita tutto nuovo, in cui le rigide regole dei Cazalet lasciano spazio al primo paio di pantaloni, alle prime esperienze amorose, a incontri interessanti ma anche a una spiacevole sorpresa. Clary sogna qualcuno di cui innamorarsi e si cimenta nella scrittura con una serie di toccanti lettere al padre partito per la guerra, fino all’arrivo di una telefonata che la lascerà sconvolta. E infine Polly, ancora in cerca della sua vocazione, risente dell’inevitabile conflitto adolescenziale con la madre e, più di tutti, soffre la reclusione domestica e teme il futuro, troppo giovane e troppo vecchia per qualsiasi cosa. Tutte e tre aspettano con ansia di poter diventare grandi e fremono per la conquista della propria libertà. Insieme a loro, fra tradimenti, segreti, nascite e lutti inaspettati, l’intera famiglia vive in un clima di sospensione mentre attende che la vita torni a essere quella di prima, in quest’indimenticabile ritratto dell’Inghilterra di quegli anni. E ormai è difficile abbandonarli, questi personaggi: con loro sorridiamo, ci emozioniamo e ci commuoviamo nel nuovo appassionante capitolo della saga dei Cazalet.

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: