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LA FELICITÀ ARABA: intervista a SHADY HAMADI

aprile 27, 2016

Pubblichiamo un’intervista allo scrittore e giornalista SHADY HAMADI, autore di LA FELICITÀ ARABA e ESILIO DALLA SIRIA (add editore)

di Ilaria Campodonico

Giornalista, scrittore e attivista per la causa siriana, Shady Hamadi – classe 1988 – nasce a Milano in una famiglia mista: padre siriano, esiliato politico e più volte rinchiuso in carcere nel suo paese, e madre italiana. La felicità araba è il suo primo libro pubblicato tre anni fa da add editore, oggi alla sua seconda ristampa come tascabile. Questa è la storia di tre generazioni: Shady, suo padre Mohamed e il nonno Ibrahim.
Accanto a loro, ritratti, vita quotidiana, memoria comune, sentimenti e speranze, rivoluzioni nelle piazze e sulla rete per un appassionato e intenso viaggio lungo le strade della Siria fino a oggi, fino a qui. Perché le vicende di altri, fuori dalla famiglia, tornano sempre a scuotere, a determinare le scelte di Shady, la direzione da prendere. Dall’inizio.
Attraverso una narrazione interiore di sofferenza e analisi attenta, l’autore ricompone il legame essenziale – che alle volte appare destinato inesorabilmente a una deflagrazione finale – con i tempi moderni, attivando il suo sguardo da vicino e da lontano.
Questo libro è una via di accesso imperdibile alla realtà, da non mancare. È un punto di partenza per accostare temi complessi con molta forza e desiderio: la storia continua quando esistono persone che la seguono senza paura, che contribuiscono alla costruzione di una coscienza collettiva, di una consapevolezza nuova.
Una buona scrittura, perché dà origine a un pensiero che diventa subito parte di noi: considerazioni che non si esauriscono, ci lavorano dentro, diventano oggetto di approfondimento, interesse e partecipazione.

Con Esilio dalla Siria, questo aprile, Shady Hamadi torna a raccontare una terra di cui molto si parla, ma spesso in modo superficiale, alle volte dimenticata nel suo difficile e faticoso percorso di pacificazione.

Avevi 19 anni quando hai scelto di lasciare l’Italia, di andar via da Milano, per metterti in viaggio, alla ricerca di qualcosa che “dimorava” dentro di te. Cominciamo dal tuo desiderio di tornare in Siria. Perché sei partito?
Sono partito perché all’età di diciotto anni ho avuto un grave lutto, è mancata mia mamma e sono rimasto un anno qui in Italia a lavorare e seguire alcune attività di famiglia. Ho scelto di partire un po’ per rinascere, perché è stata una perdita molto forte che mi ha segnato. E’ stato il motivo che, qualche anno dopo, mi ha spinto a iniziare a scrivere. Io penso che c’è sempre un momento o un evento che muove una persona a scrivere, non lo fa così. Penso che il mio motivo sia appunto questo evento, che mi ha spinto a cercare alcune risposte e che ancora oggi – sinceramente – non ho trovato. Perché è una ricerca costante.

Biografia privata che diventa questione universale, già nella struttura e nella configurazione del testo in La felicità araba: diario e narrazione storica. Il tema dell’ereditarietà del dolore, la trasmissione di una storia da padre a figlio. Puoi raccontare la felicità araba contenuta anche nel titolo del primo libro?
Sono arrivato gradualmente a costruire la struttura. Ho pensato che raccontare la storia della mia famiglia servisse come piccolo esempio per descrivere la totalità di una realtà sconosciuta, appunto quella della Siria. Io penso che narrare un paese attraverso le vicende di una famiglia possa riuscire a dare un quadro chiaro della situazione. Ma, nello stesso tempo, serve sempre una contestualizzazione, non ci si può fermare al mero diario. Serviva un’analisi in maniera saggistica, forse più noiosa, di alcune dinamiche anche storiche del paese e della società da affiancare. E quindi creare un testo ibrido che aiutasse il lettore sia a immedesimarsi con la popolazione siriana, ma anche a entrare in quelle che sono delle dinamiche storiche. Il titolo, prima di tutto, sembra quasi un’antitesi – le due parole “felicità” e “araba” – perché si tende a pensare che gli arabi in qualche misura non possano essere felici. Il titolo nasce soprattutto da una risposta che volevo dare a Samir Kassir, che ha scritto questo libro “L’infelicità araba”, un testo a cura di Elisabetta Bartuli e tradotto da Paola Lagossi, dove lui diceva che gli arabi avevano in sostanza un’ottica vittimista e fatalista della storia, perché c’era una situazione di immobilismo. La felicità araba è il contrario: gli arabi hanno gettato via la maschera del fatalismo e del vittimismo, tentano di afferrare il futuro, di rimpadronirsene. E’ un ultimatum soprattutto alla società civile europea e italiana, che ancora non ha colto l’importanza di società civili nel mondo arabo che oggi affrontano una dura lotta contro i regimi totalitari e il fondamentalismo. Sta a noi quindi rispondere a questa chiamata e spero che “La felicità araba” possa continuare a svolgere il suo ruolo di strumento di conoscenza, più che altro.

-Molti siriani sono stati costretti a lasciare il loro paese e sono diventati “rifugiati”, altri sono profughi interni che scappano per salvarsi, non si finisce di contare il numero di morti e scomparsi, famiglie intere separate dall’esilio. Puoi aiutarci a capire cosa accade realmente lì? Cos’è la rivoluzione siriana?
Chi dice che gli arabi non sono preposti alla libertà, alla democrazia, ha sbagliato tutto. In quanto queste rivoluzioni – come quella siriana – dimostrano come i siriani, gli arabi stanno rivendicando un diritto fondamentale che viene prima di tutto: la libertà, la libertà di espressione… la libertà in ogni sua forma. E’ questo principalmente la rivoluzione siriana, è una rivoluzione che vuole uscire anche dall’ottica settaria, quindi confessionale, costruita dal governo siriano. Nel senso che c’è stata una disgregazione della cittadinanza. Con questo intendo che la nostra società, capace negli anni cinquanta di eleggere primo ministro un cristiano, votato dalla maggioranza dei sunniti, ha vissuto per cinquanta anni, dopo l’avvento del partito Ba’th, una progressiva confessalizzazione della vita pubblica e privata. La maggioranza, in particolare cristiana e alawita, è stata usata per puntellare il regime e indotta a credere che senza la protezione degli Assad sarebbe stata spazzata via, come avvenuto in Iraq. La società civile siriana sta lavorando per arginare la settarizzazione, indotta dal governo, ma ha bisogno di noi, società civile europea. Dobbiamo spingere perché i nostri governi facciano di tutto per sostenere la società civile siriana e quelle del medio oriente. Una Siria libera, armoniosa nel suo pluralismo, irradierà tutto il levante, fino a noi europei. Dobbiamo risponderle.

-“Questo grande mondo è piccolo” è il titolo della prefazione di Dario Fo. Il problema dell’informazione, la dicotomia apparentemente insuperabile “noi” e “gli altri”, l’equazione arabo-uguale-musulmano-uguale-integralista. Come ripristinare un circuito che sia corretto?
Credo che chi si occupa di mondo arabo nel giornalismo italiano debba avere un’infarinatura di arabo, non dico che debba parlare arabo come un arabo ma un’infarinatura e iniziare a usare le fonti, quelle originali. Qui in Italia invece la prassi di chi si occupa di medio oriente è che magari il giorno prima si occupa di Tanzania, poi di Russia e non c’è un compartimento dove ci sono inviati che si occupano solo di questo e appunto hanno un’infarinatura di arabo. Andare sul luogo e riuscire a parlare con le persone, entrare all’interno della società. Non abbiamo più bisogno del giornalismo d’albergo. E questo problema cosa comporta nel caso della Siria? Comporta enormi banalizzazioni e anche un po’ di equivoci. Cosa fare concretamente da qui? Resistenza culturale, cioè leggere più libri. Perché i libri ti danno la capacità di discernere quello che è giusto da quello che è sbagliato. Si deve smettere di cercare informazioni e verità su Facebook e su Twitter, ma iniziare a selezionare, a fare una scrematura delle notizie. Internet è una grossa fonte, una grande opportunità, ma nello stesso tempo è anche una grande fregatura. Perché tutti scrivono di tutto e hanno la stessa visibilità. E allora dobbiamo ritornare a quelli che sono i vecchi strumenti, cioè leggere più libri e provare a scegliere sempre una molteplicità di fonti, possibilmente autorevoli (poi qui sta a ognuno di noi considerare quello che reputiamo autorevole) e accettare un dibattito costruttivo. In particolare, cosa intendo io per resistenza culturale: ci sono persone di destra e di sinistra in Italia che ad esempio legittimano Assad, dicono questo non è un dittatore o è il male minore. Vuol dire che noi non sappiamo più cos’è una dittatura, non sappiamo più capire se questa è una democrazia o una dittatura. Tant’è che ci sono esponenti politici anche italiani che hanno simpatie per dittatori e dittature, quando dicono ci ispiriamo a Putin o lo osannano. Putin è uno che bombarda all’interno della Siria. E perché ci sono queste idee che circolano? Perché non si leggono più libri. Perché non c’è poi una classe intellettuale di massa, in Italia manca fortemente un intellettuale di massa. Io ne vedo pochissimi, tra loro c’è Dario Fo. Dario Fo è trasversale nel senso che se tu vai dal macellaio sa chi è, Dario Fo è uno che, quando un giovane ventritrenne – io – gli ho chiesto un’introduzione, me l’ha fatta. Non perché mi conoscesse o fossimo amici, ma perché mi ha dato credito in quello che ha letto. Altri intellettuali italiani e scrittori vivono nella loro torre d’avorio e cadono poi in quelle banalizzazioni ad esempio sull’Islam e sul caso siriano. Quindi una resistenza culturale è necessaria oggi per la Siria. Ma in prospettiva, tra dieci anni, perché questo paese non caschi in un limbo di ignoranza che comporta le peggiori cose che l’umanità ha già visto nel passato.

Vorrei chiederti di lasciare qui un’istantanea viva (da vicino) del popolo siriano, il paese, la società, la vita quotidiana, gli incontri. In particolare, Homs: tu dici “mi sentivo, e mi sento tutt’ora, uno di Homs”.
Io vorrei parlarti del mio villaggio, se mi permetti, quello della mia famiglia. Mi ricordo che ogni sera uscivo con mio zio, andavamo in giro per il villaggio che poi è una città di 30 mila abitanti al confine con il Libano, ci sedevamo a bere il tè in diversi posti che erano negozi di suoi amici. Quindi ho in mente il gommista, un signore molto in là con l’età. Ricordo questi pomeriggi con il sole che tramontava sulla nostra vallata, quella che circonda il villaggio. E sopra le nostre teste avevamo delle travi di legno, dove c’era la vite di zibibbo, l’uva che si chiama zabib in arabo. Mi ricordo queste conversazioni infinite dove però mi accorgevo – e mi accorgo ancora oggi – che erano molto superficiali, cioè non andavamo mai nel profondo. Nessuno mi ha mai chiesto perché per trentacinque anni mio padre non è mai tornato in Siria, perché tutti quanti lo sapevano. Ma non si poteva parlare di questi temi. Poi mi ricordo la casa di mia nonna, quella che ha costruito mio nonno. Mi ricordo quando entrammo e mi dissero che negli angoli c’erano degli scudi incastonati e sul reggi-lampadario i manici delle spade.

-Cos’è Esilio dalla Siria?
Il secondo capitolo della mia trilogia. Ho pensato dopo un po’ di tempo che La felicità araba fosse in qualche maniera raccontare la storia, il passato della Siria, gli incontri che ho fatto e raccontare un po’ il paese nella sua totalità. Invece Esilio dalla Siria è il secondo capitolo che racconta oggi il presente, cioè cosa vuole dire per me l’esilio e – tramite il mio – raccontare cosa è l’esilio per milioni di persone. Perché i rifugiati siriani sono anche esiliati, ma questa cosa si sa davvero poco. E poi raccontare in questo esilio di cinque anni – c’è stato quello precedente che è durato anni fino a prima dell’amnistia nel ’97 – tutti gli incontri che ho fatto e che mi hanno in qualche modo cambiato la vita e ho messo anche lì istantanee di questi incontri, delle emozioni provate. Per me questo libro significa ridare un volto a persone sconosciute che vengono costantemente dimenticate, mai narrate. Vuol dire ridare la dignità a un popolo capace di sorridere da sotto una tenda e con la pancia vuota. Il terzo capitolo sarà chiaramente il ritorno, cioè il futuro. Quando tornerò in Siria compirò il mio pellegrinaggio fra le macerie e le tombe di un popolo che chiede giustizia e che affoga nell’incomprensione.

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Shady HamadiShady Hamadi è nato a Milano nel 1988 da madre italiana e padre siriano. Fino al 1997 gli è stato vietato di entrare in Siria in seguito all’esilio del padre Mohamed, membro del Movimento nazionalista arabo. Con lo scoppio della rivolta siriana contro il regime di Bashar al-Assad nel marzo 2011, Hamadi diventa un attivista per i diritti umani e un importante punto di riferimento per la causa siriana in Italia. Collabora con “Il Fatto Quotidiano” dove tiene un blog.

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