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GIORDANO MEACCI racconta IL CINGHIALE CHE UCCISE LIBERTY VALANCE

maggio 7, 2016

GIORDANO MEACCI racconta IL CINGHIALE CHE UCCISE LIBERTY VALANCE (Minimum Fax) – tra i dodici libri candidati al Premio Strega 2016

Un estratto del libro è disponibile qui

Giordano Meacci

di Giordano Meacci

Se possibile

Al principio c’è Corsignano. Prima di qualsiasi altra cosa: prima ancora di capire quali e quanti personaggi l’avrebbero abitata (perché se penso a Corsignano La penso al femminile), il paese s’è edificato da sé, muro per muro, vicolo per vicolo. La somma – infinitamente inferiore ai numeri che la compongono, presi a uno a uno – di tutti i paesi che hanno creato la mia infanzia spostandosi (nel ricordo, e nella vita intorno mentre il presente accadeva e accade) da un punto all’altro di quel confine incerto del cuore che la mia vita ha appoggiato sul confine nominale tra la Toscana e l’Umbria: proprio lì dove la provincia di Siena prende corso, e figura, di provincia di Perugia. Un mondo fatto di altrimondi con nel centro la Stazione di Chiusi.
M’ha sempre affascinato il ricordo di Stevenson che completa (e disegna, e traccia) la mappa dell’Isola del Tesoro per il figlio della propria compagna; e da quelle linee, da quella cartografia inventata – in senso etimologico: quando ‘si trova’ (‘si ritrova’) quello che già c’è – sfila via i promontori, le zone di bosco, tratteggia i confini di sabbia tra il mare e la terra più o meno accoglienti per l’approdo. E dalle montagne, da quell’immagine spersa sulla carta con la stessa distaccata solitudine dell’Isola nella corrente che la sfiora – e la delìmita, e la individua in qualche modo – ecco arrivare la voce senzatempo di Benn Gunn e l’intelligenza indirizzata male di Long John Silver. Quasi il Vecchio Tusitala – vecchio nel ricordo di me bambino, quando non avevo ancora quasi i suoi anni; e, anzi, chi raccontava non era ancora molto più giovane di me adesso – cercasse un luogo in cui far vivere i personaggi che gli s’affacciavano intorno (e viceversa, sempre disegnando).
Ecco. Il disegno minuzioso di Corsignano che negli anni m’ha invaso è stato anche, nel tempo, un modo geloso e segreto di coltivarmi un universo leggermente discosto, alieno quanto bastava (e basta); un luogo che potessi frequentare nonvisto, visitandolo per tutte le pagine che mi servivano a capirlo o, meglio, per esserne adottato come parte anomala della comunità. Fino ad accorgermi – di rado, troppo di rado – che il problema di  Corsignano non era la sua inesistenza in questo nostro universo qui; era la sua troppa esistenza sulla carta: le migliaia di pagine che dall’estate del Duemila a oggi m’hanno accompagnato scortandomi fino al romanzo. Sempre preoccupandomi della possibilità che il romanzo stesso, affastellato da un eccesso di premesse, potesse non nascere mai da questa parte dell’eternità – spicciola e provvisoria come sanno essere le eternità recintate degli esseri umani – nel modo in cui lo volevo io.
Perché Corsignano (il cui nome è l’antico nome di Pienza: preservato intatto in un punto di quell’universo in cui Corsignano si racconta) da sùbito proponendosi sotto la luce – e le illuminazioni totalmente letterarie che le contraddistinguono – di Macondo, di Yoknapatawpha; della Casarola “inventata dal vero” di Attilio Bertolucci: s’è imposta da sola i suoi fondamenti e le mura di lingua che l’avrebbero dovuta fortificare. Costringendomi a un viaggio di sopralluoghi e racconti continuo, e continuato; fino quasi a perdersi nelle brume secolari di una Brigadoon – il paese scozzese che nel musical di Vincente Minnelli appare un solo giorno ogni cent’anni – irrelata; inesistita, perché ibernata nella grafite impatteggiabile della sua nonfine.
E insomma per quasi sedici anni ogni racconto, ogni rigo, ogni pagina che per qualche scarto delle dita sulla tastiera, per una suggestione balzana immediatamente filtrata dalla vita allo schermo finisse a Corsignano― ecco. Tutto veniva raggiunto dall’incanto, di Corsignano; e a Corsignano si consumava e si estingueva: per il sempre fittizio che hanno le storie quando semplicemente si accennano, senza darne una anche raffazzonata conclusione. Una prigione dai confini invisibili, come l’oratorio di San Filippo Neri nel film di Magni o lo stallo invasivo dell’Angelo sterminatore di Buñuel.
Così. Il romanzo di Corsignano s’è spezzettato, in questi anni, in vari romanzi – Jazzrusalem, prima; A pochi anni luce da qui, poi – sempre imperniati sulle figure dei corsignanesi che, in qualche modo sono o saranno (l’incertezza temporale è ancora d’obbligo) anche nel Cinghiale che uccise Liberty Valance. Perché. Sì. In questo racconto del “romanzo di Corsignano” c’è un prima e c’è un dopo. E c’è una parola precisa che caratterizza questo passaggio. Finché.
Finché nell’Universo allontanato di Corsignano non è apparsa – impresentabile e goffa, ritrosa e gradassa, inadeguata e piena di curiosità irrisolte, timida e ingombrante – la figura inequivocabile di un Cinghiale.
Quando tra le centinaia e centinaia di pagine su Corsignano s’è affacciato il grugno di Apperbohr – questo, il nome del Cinghiale – e il racconto che avrebbe dovuto definirlo s’è dilatato, creandosi mentre capitava, fino a prendersi la voce e il ritmo di un romanzo (del romanzo, ormai): ecco. In quel momento – che peraltro ho faticato a riconoscere per intero, illudendo i miei dèmoni più oscuri e intrattabili che il porto delle storie fosse ancora parecchio distante― nel preciso momento in cui Apperbohr s’è preso la scena, costringendosi – e quindi giocoforza costringendomi, di là da qualsiasi identificazione che non ci prevede – a raccontare il paese, e gli uomini (“Gli Alti sulle Zampe”, come li chiama lui): la folgorazione bislacca della consapevolezza m’ha convinto – quasi nello stesso imprevedibile modo in cui Apperbohr comincia ad apprendere la lingua degli uomini – che Corsignano era stato traghettato fino a questa riva leggibile del tempo.
Il Cinghiale, in sostanza, m’ha regalato la sua stessa visione; descrivendosi – e descrivendomi – gli abitanti di Corsignano, muro per muro, vicolo per vicolo, nella loro fragilità senzascampo, nelle pochezze imperdonabili e nei gesti quotidianamente memorabili che li rendono, per l’appunto, ‘esseri umani’. Con quella stessa meraviglia squinternata che aspettavo per poterla poi rinsaldare e proteggere con l’edificio linguistico che volevo: quell’«architettura polifonica» – se è poi concessa una stramba sinestesia in più parlando attraverso il grugnito tradotto di un cinghiale – che è poi la struttura portante del romanzo presa a testate da Apperbohr.
Ecco. È questo quello che ha fatto il Cinghiale: una cosa di cui gli sarò eternamente grato (per quello che significa). Ha tradotto Corsignano dall’Universo dov’era prigioniera in questo Universo; in modo da poterla visitare in tanti, se ne abbiamo voglia.
Ha fatto per me quello che di solito fanno gli eroi delle favole. Solo in modo molto più imbarazzante, e incerto. (E. Sempre se è possibile gettare via una dichiarazione d’amore per un personaggio che ci ha abitati per anni). Il fatto che Apperbohr sia molto più dubbioso, terreno, sporco e grasso di qualsiasi principeazzurro in azione. Ecco.
Questo me lo rende ancora più caro.
(Sempre se possibile, naturalmente).

(Riproduzione riservata)

© Giordano Meacci

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Il libro

Nell’immaginario paese di Corsignano la vita procede come sempre. Ci sono donne che tradiscono i propri uomini e uomini che si mettono nei guai. Una vecchia ricorda il giorno in cui fu abbandonata sull’altare, due sorelle eccellono nell’arte della prostituzione e una bambina rischia la morte. E c’è una comunità di cinghiali che scorrazza nei boschi circostanti, come accade in tante zone dell’Italia centrale. Se non fosse che uno di questi cinghiali, colpito da un raggio di luce in piena fronte, non solo diventa capace di elaborare pensieri degni di un essere umano, ma diventa anche consapevole della morte. Il cinghiale che uccise Liberty Valance si ritrova all’improvviso in una terra di nessuno che lo getta nella solitudine ma gli dà la capacità di leggere nel cuore degli abitanti di Corsignano.

* * *

Giordano Meacci (Roma, 1971) ha pubblicato Fuori i secondi (Rizzoli 2002) e Tutto quello che posso (minimum fax 2005). Alcuni suoi racconti sono in Esc. Quando tutto finisce (Hacca 2012), Sono come tu mi vuoi. Storie di lavori (Laterza 2009), Deandreide (Rizzoli 2005) e La qualità dell’aria (minimum fax 2004). Con Claudio Caligari e Francesca Serafini ha scritto Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari.

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