Home > Articoli e varie > FESTIVAL DEGLI SCRITTORI PREMIO GREGOR VON REZZORI 2016: I FINALISTI

FESTIVAL DEGLI SCRITTORI PREMIO GREGOR VON REZZORI 2016: I FINALISTI

maggio 11, 2016

FESTIVAL DEGLI SCRITTORI PREMIO GREGOR VON REZZORI 2016: I FINALISTI

I finalisti del Premio Gregor von Rezzori migliore opera di narrativa straniera

MIRCEA CĂRTĂRESCU, DANY LAFERRIÈRE, YIYUN LI, DINAW MENGESTU, LORRIE MOORE

Vincitore miglior opera di traduzione

FULVIO FERRARI

Lectio Magistralis di 

ETGAR KERET

Le migliori recensioni degli studenti delle scuole

Premio Gregor von Rezzori Giovani Lettori

Di seguito, dettagli e approfondimenti sui singoli libri.

* * *

La giuria del Premio Gregor von Rezzori – Città di Firenze per la migliore opera di narrativa straniera – decima edizione – annuncia la short list degli autori selezionati:

 

Mircea CărtărescuAbbacinante. Il corpo, Voland – traduzione di Bruno Mazzoni

Dany LaferrièreTutto si muove intorno a me, 66thand2nd – traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Francesca Scala

Yiyun LiPiù gentile della solitudine, Einaudi – traduzione di Laura Noulian

Dinaw MengestuTutti i nostri nomi, Frassinelli – traduzione di Mariagiulia Castagnone

Lorrie Moore, Bark, Bompiani – traduzione di Alberto Pezzotta

 

La giuria del Premio Gregor von Rezzori per la migliore opera di narrativa straniera è composta da Beatrice Monti della Corte, Ernesto Ferrero (presidente), Andrea Bajani, Paolo Giordano, Alberto Manguel  e Edmund White.

La giuria del Premio Gregor von Rezzori – Città di Firenze per la migliore traduzione annuncia il vincitore

Fulvio Ferrari per L’arte di collezionare mosche di Fredrik Sjöberg, edito da Iperborea

La giuria del Premio Gregor von Rezzori per la migliore traduzione è composta da Martina Testa (presidente),  Ilide Carmignani Leonardo Marcello Pignataro.

Il Festival degli Scrittori – nato dall’esperienza della Fondazione Santa Maddalena presieduta da Beatrice Monti della Corte, moglie di Gregor von Rezzori ­ si aprirà,  come ogni anno, con la lectio magistralis di un grande scrittore. Dopo John Banville, Michael Cunningham, Zadie Smith, Emmanuel Carrère e Jhumpa Lahiri, sarà la volta di uno dei più popolari scrittori israeliani della nuova generazione:  Etgar Keret. I suoi libri, tradotti in 35 paesi e 31 lingue, gli hanno valso molti premi prestigiosi e un riconoscimento unanime a livello internazionale. Più di quaranta cortometraggi sono nati dalle sue storie, uno dei quali ha vinto il MTV Prize negli Stati Uniti (1998).  Il suo primo lungometraggio, Meduse, girato insieme alla moglie Shira Gefen, ha vinto a Cannes il premio “Caméra d’Or” nel 2007. Keret insegna attualmente all’Università Ben Gurion del Negev a Beer Sheva e all’Università di Tel Aviv. Il suo ultimo libro è Sette anni di felicità (Feltrinelli, 2015). La lectio si terrà lunedì 6 giugno alle ore 18.30 nella Cappella de’ Pazzi, Basilica di Santa Croce

La cerimonia di premiazione avrà luogo mercoledì 8 giugno alle ore 18.30, nel Salone dei Cinquecento, in Palazzo Vecchio a Firenze. Il Premio è uno degli eventi del  Festival degli Scrittori che si svolge a Firenze il 6, 7 e 8 giugno 2016, appuntamento dedicato agli autori internazionali e ai talenti più originali della letteratura del mondo. Durante la Cerimonia verrà assegnato anche il Premio Gregor von Rezzori Giovani Lettori, che premia le 5 migliori recensioni ai libri finalisti, fatte da 100 studenti delle scuole superiori di Firenze.

Il Festival è sostenuto dal Comune di Firenze ed è promosso dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e dal Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux. Si avvale della collaborazione del Centro per il libro e la lettura del MiBAC, di Repubblica Firenze come media partner delle Librerie Giunti al Punto.

* * *

PREMIO GREGOR VON REZZORI 

per la migliore opera di narrativa straniera

 

MIRCEA CĂRTĂRESCUAbbacinante. Il corpo, Voland – traduzione di Bruno Mazzoni

Mircea Cărtărescu, nato a Bucarest nel 1956, è uno dei più interessanti e raffinati scrittori dell’Est Europa, e sicuramente il più importante autore romeno contemporaneo. Tradotto in tutte le maggiori lingue europee e acclamato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti: nel 2012 gli è stato conferito a Berlino l’Internationalen Literaturpreis- Haus der Kulturen der Welt, l’anno successivo, in Svizzera, lo Spycher-Literaturpreis Leuk, e più di recente il Premio di Stato per la Letteratura Europea 2015 da parte della Repubblica Austriaca. Di Mircea Cărtărescu Voland ha già pubblicato Travesti (2000), Abbacinante. L’ala sinistra (2008), Perché amiamo le donne (2009) e Nostalgia, di cui è uscita una nuova edizione completa nel 2012 e con il quale l’autore si è aggiudicato anche il prestigioso Premio Acerbi, e a maggio 2016 Abbacinante. L’ala destra.

Abbacinante. Il corpo

Nel pieno incubo della Romania degli anni ’50-’60, la storia di Vasile – il bambino senza ombra nella pittoresca Bucarest del XIX secolo – si fonde e si congiunge, come in un nastro di Möbius, con quella dell’autore stesso, Mircea, e con il ritratto poderoso di un’infanzia densa di figure, sogni, suggestioni, angosce. Dagli uomini-statua che popolano le viscere di una Amsterdam grottesca e stupefacente, agli artisti di un circo che trovano nello strabiliante Uomo Serpente un’incarnazione dell’anima meravigliosa dell’antica India, questo secondo volume della trilogia cominciata con Abbacinante. L’ala sinistra (Voland 2008) è una instancabile invenzione di creature, incubi, allucinazioni, alchimie, tratte in parte da una sconfinata realtà caleidoscopica, in parte da una fantasia intellettuale ed eversiva che è stata accostata spesso ad autori quali Kafka e Borges.

 

 

DANY LAFERRIÈRETutto si muove intorno a me, 66thand2nd – traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Francesca Scala

Dany Laferrière è nato a Port-au-Prince, Haiti, nel 1953. Dopo l’infanzia a Petit- Goâve con la nonna – dove la madre lo aveva mandato per metterlo al riparo da eventuali rappresaglie del regime di Papa Doc legate all’attività del padre, intellettuale e politico fuggito in Québec –, torna a Port-au-Prince, ma a causa del suo lavoro di giornalista deve di nuovo abbandonare la città nel 1976, sotto la minaccia della milizie di Baby Doc. Riparato a Montréal, dove tuttora vive, si dedica a varie attività fino all’uscita, nel 1985, del suo romanzo d’esordio, Come fare l’amore con un negro senza fare fatica (La tartaruga, 2003; Baldini Castoldi Dalai, 2013), opera osannata in Canada e dalla quale verrà tratto un film. Da questo lavoro nasce il progetto di una “autobiografia americana”, un ciclo di romanzi sulla sua vita negli Stati Uniti e ad Haiti. Ha lavorato come sceneggiatore (riadattando tra le altre cose il suo libro Verso il Sud per un film con Charlotte Rampling) e come autore radiofonico. Nel 2009 ha vinto il Prix Médicis con L’enigma del ritorno (Gremese). Nel 2013 è stato eletto Membro permanente dell’Accademia di Francia. Tra gli altri riconoscimenti: il Prix Carbet de la Caraibe, il Prix du Gouverneur général, il Grand Prix du Livre de Montréal, il Grand Prix Metropolis bleu.

Tutto si muove intorno a me

Port-au-Prince, Haiti. 12 gennaio 2010, ore 16.53 locali: lo scrittore Dany Laferrière, arrivato dal Canada, è ospite dell’hotel Karibé per partecipare al festival Étonnants Voyageurs, quando un sisma di magnitudo 7.3 si abbatte sulla città caraibica. Dalla registrazione minuziosa e attenta degli eventi cui assiste nasce il reportage di un testimone d’eccezione su una tragedia che ha dato il colpo di grazia a un paese già stremato. Il libro si compone di una serie di istantanee che raccontano lo sgomento di fronte alla prima, violentissima scossa, la commozione dell’opinione pubblica mondiale e il cinismo dell’imponente macchina mediatica che si precipita sull’isola insieme ai primi soccorritori. Ma Laferrière rende la narrazione più intima, parla degli amici scomparsi, della madre anziana, dei problemi che dopo il sisma si sommano a una quotidianità già complicata. D’un tratto l’autore recede a personaggio secondario nella tragedia e il suo “io” personale diventa “io” collettivo: quello di un popolo che scende in strada per commemorare nel canto tutte le vittime e manifesta la capacità di reagire e di affrontare con fierezza le avversità, mantenendo lo sguardo sul futuro. “Finché qualcuno non avrà gridato il nostro nome, resteremo degli zombi”.

 

 

YIYUN LIPiù gentile della solitudine, Einaudi – traduzione di Laura Noulian

Yiyun Li è nata a Pechino nel 1972. Nel 1996, laureatasi in Medicina, si è trasferita negli Stati Uniti, dove ha conseguito un Master of Fine Arts all’Iowa Writer’s Workshop e dove vive tutt’ora. I suoi testi sono apparsi su «The New Yorker», «The Paris Review«», «Glimmer Train» e «Prospect». Il suo libro precedente, Mille anni di preghiere, ha vinto il Frank O’Connor Short Story Award, il Pen/Hemingway Award e il Guardian First Book Award. Nel 2010 «The New Yorker» ha nominato Yiyun Li fra i venti migliori scrittori americani con meno di 40 anni.

Più gentile della solitudine

Cosa unisce Boyang, giovane immobiliarista rampante di Pechino, Ruyu, commessa e amica-factotum di ricche e annoiate signore californiane, e Moran, ricercatrice di laboratorio in una sperduta azienda farmaceutica del Massachusetts? O meglio: quale segreto del loro passato li divide e li tiene lontani? E quale ruolo ciascuno di loro ha avuto nella morte dell’antica compagna cui si apprestano a dare l’ultimo saluto? Per scoprirlo, Yiyun Li ci riporta all’agosto del 1989, due mesi dopo il massacro di piazza Tienanmen. E tutto parte dall’arrivo a Pechino di Ruyu, orfana e (segretamente) cattolica, mandata in città dalle prozie a iniziare la scuola superiore con la sua preziosa fisarmonica come unico capitale. Quando la ragazza entra da outsider nel quadrilatero, il caseggiato tradizionale dove ogni aspetto dell’esistenza si svolge in comune, in apparente armonia, le vite di Boyang e Moran iniziano a cambiare. E lo stesso vale per il destino di Shaoai, studentessa universitaria e dissidente, piena di rabbia repressa per una società che sembra aver già cancellato i fermenti e il desiderio di libertà di poche settimane prima. L’alternarsi della realtà della Cina di fine anni Ottanta con la contemporaneità, tra Pechino e gli Stati Uniti, scandisce le esistenze dei quattro protagonisti, avvolte da un’aura di malinconica sospensione e stravolte, quasi senza che se ne rendessero conto, dai tragici eventi pubblici e privati che le hanno sfiorate. Di quelle vite Yiyun Li, con intima comprensione e confermata maestria, narra gli incontri, ridicoli, paradossali o combattuti, in un mondo dove i rapporti umani e d’amore sembrano regolati – per gli imprenditori come Boyang e le loro giovani amanti, ad esempio – solo dalla convenienza economica e dal calcolo. Ma, allargando ora lo sguardo a un altro tempo e a un’altra geografia, l’autrice ci regala un tepore nuovo: da qualche parte, magari in uno sperduto angolo del Midwest, esiste qualcuno che si rivela «piú gentile della solitudine».

 

DINAW MENGESTUTutti i nostri nomi, Frassinelli – traduzione di Mariagiulia Castagnone

Dinaw Mengestu è nato ad Addis Abeba nel 1978. A due anni si è trasferito negli Stati Uniti con la madre e la sorella, per raggiungere il padre che aveva lasciato l’Etiopia durante gli anni del “Terrore rosso”. Dopo la laurea in scrittura creativa alla Columbia University, ha cominciato a scrivere per «Rolling Stone» e per altre riviste. Tutti i nostri nomi è il suo terzo romanzo. I primi due, Le cose che porta il cielo e Leggere il vento hanno riscosso un grande successo di critica ed è stato insignito di alcuni tra i premi letterari più prestigiosi degli Stati Uniti e del mondo.

Tutti i nostri nomi

Ci sono viaggi che non prevedono ritorni. Quando il giovane Langston arriva, nei primi anni Settanta, all’università di Kampala, Uganda, il mondo che lo aspetta è quello dei sogni disordinati e potentissimi della rivoluzione africana. Ad attenderlo c’è anche Isaac, studente carismatico e sognatore il cui coraggio lo seduce dal primo istante: da quando si incontrano, il viaggio di Langston diventerà un viaggio a due, e la loro amicizia una di quelle che durano tutta la vita. Eppure, ben presto le vicende sempre più tumultuose del continente li costringeranno a dividersi, e Langston partirà per l’America. Anche lì, dove nulla è più suo e tutto è in prestito, l’ombra di Isaac continuerà ad accompagnarlo, diventando l’unica cosa in grado di definirlo in un mondo dove non è più nessuno. Tanto che, lasciandosi dietro i suoi tredici nomi – uno per ciascuna generazione venuta prima di lui – Langston ne assumerà un altro, l’unico che senta davvero suo: Isaac. Tra “Gioventù” di J.M Coetzee e un classico della letteratura africana come “Il crollo di Chinua Achebe”, Dinaw Mengestu, tra i principali scrittori afroamericani di oggi, firma una delle storie più intense e autentiche di amicizia, emigrazione e identità che siano mai state raccontate.

 

 

LORRIE MOORE, Bark, Bompiani – traduzione di Alberto Pezzotta

Lorrie Moore è autrice di tre raccolte di racconti e due romanzi. Ha vinto l’Irish Times International Prize for Literature, l’O. Henry Award, il PEN/ Malamud Award. È stata inclusa nella lista delle John Updike’s Best American Short Stories Of The Century, e collabora con le fondazioni Guggenheim e Lannan. È membro dell’American Academy of Arts and Letters. Nata a nord dello Stato di New York, ora vive con suo figlio a Madison, dove insegna all’Università
del Wisconsin. Presso Bompiani sono usciti Tutto da sola, Ballando in America, Oltre le scale e Amo la vita.

Bark

Quindici anni dopo Ballando in America, Lorrie Moore torna con una raccolta di racconti che la conferma come una delle più grandi interpreti di questo genere letterario.
Divorziati alla ricerca di una seconda occasione. Rocker allo sbando. Feste di matrimonio tragicomiche. L’America che si deve ancora riprendere dall’11 settembre: otto storie fulminanti, indimenticabili, che rivelano lo stato di grazia dell’autrice, il suo perfetto e inarrivabile equilibrio tra cattiveria, umorismo, potenza letteraria, analisi dei sentimenti umani. “Questa è la ragione per cui Lorrie Moore
è così amata: è intelligente, è divertente
e il suo occhio è tagliente come la sua lingua. La sola ragione per non leggere questi racconti è che descrivono con troppa precisione
e sensibilità chi siamo, come viviamo, il mondo che ci circonda. Potrebbero farci paura.
Ma, in fondo, che senso avrebbe leggere storie che non siano capaci di questo?”

 

 

* * *

 

 

PREMIO GREGOR VON REZZORI

per la miglior traduzione di un’opera di narrativa straniera

 

 

FULVIO FERRARI per L’arte di collezionare mosche di Fredrik Sjöberg, Iperborea

 

Fulvio Ferrari è nato a Milano nel 1955. Ha studiato presso le università di Torino, Milano e Stoccolma. Dal 1981 svolge l’attività di traduttore letterario, traducendo prima dal tedesco (Hölderlin, Klaus Mann), poi dallo svedese (Sven Delblanc, August Strindberg, Göran Tunström, Stig Dagerman, Fredrik Sjöberg), dal norvegese (Knut Hamsun) e dal nederlandese (Cees Nooteboom, Adriaan van Dis). Sempre nell’ambito dell’attività di traduzione ha curato le versioni italiane di alcuni testi medievali di area nordica (Saga di Oddr l’arciere, Saga di Egill il monco) e nederlandese (Storia di re Carlo e di Elegast, La meravigliosa e veritiera storia di Mariken di Nimega).

Nel 1992 ha preso servizio come ricercatore di Filologia germanica presso l’Università di Trento, dove ha poi lavorato come professore associato dal 1998 e come professore ordinario dal 2005. I suoi studi di filologia germanica si sono principalmente incentrati sulle saghe leggendarie islandesi, sulla letteratura svedese medievale e sulla ricezione della leggenda nibelungica nella cultura moderna e contemporanea.

È stato presidente dell’Associazione Italiana di Filologia Germanica dal 2009 al 2014 e membro del Comitato scientifico dell’Istituto Italiano di Studi Germanici dal 2012 al 2016. È membro dell’accademia Kungliga Humanistiska Vetenskaps-Samfund di Uppsala.

È attualmente direttore del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento.

 

L’arte di collezionare mosche di Fredrik Sjöberg, Iperborea

Tutti nell’intimo siamo collezionisti di mosche, anche se non ce ne siamo mai accorti.

 

«Nessuna persona sensata si interessa alle mosche», e soprattutto, ahimè, non le ragazze. Ma sono questi screditati insetti ad aver cambiato la vita di Fredrik Sjöberg, o meglio, la curiosa famiglia dei sirfidi, che abbondano nell’idilliaca isoletta svedese dove si è trasferito e di cui è uno dei maggiori esperti e collezionisti. E sono loro il suo ironico punto di partenza per osservare la vita da un’altra ottica, l’alfabeto di una lingua nuova per leggere il paesaggio, e forse il mondo. La lentezza; la poesia dell’attesa; la sicurezza del vivere entro i confini ristretti di un’isola perché «si dorme meglio con la porta chiusa»; il collezionismo come bisogno di controllare il caos dell’esistenza; gli altri grandi irrequieti, Chatwin, Lawrence, Kundera, affascinati dalla catalogazione: attraverso divagazioni, storie, aneddoti si resta presi nella rete di un’incantata affabulazione, fino a scoprire che «tutti nell’intimo siamo collezionisti di mosche, anche se non ce ne siamo mai accorti». Un inclassificabile romanzo-conversazione in cui all’esperienza dell’autore fa da controcanto l’avventurosa vita di René Malaise, geniale inventore della trappola che ha permesso di scoprire migliaia di nuove specie: un don Chisciotte alla Balzac, esploratore in Kamčatka, nella Birmania dei tagliatori di teste, in luoghi selvaggi che erano allora chiazze bianche sulle carte geografiche, illustre scienziato e teorico visionario dell’esistenza di Atlantide. L’uomo degli eccessi che diventa per Sjöberg il suo inafferrabile alter ego. Sarà poi così vero, allora, che la felicità è a portata di mano, che basta contemplare il proprio giardino, che l’arte di porsi limiti è forse il suo segreto?

 

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: