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VIVIAN LAMARQUE racconta MADRE D’INVERNO

maggio 16, 2016

VIVIAN LAMARQUE racconta il suo libro di poesie MADRE D’INVERNO (Mondadori)

Madre d’inverno. Perché così tanti anni di intervallo dalle ultime  poesie?

Vivian Lamarque

risponde Vivian Lamarque

Dicono tutti che erano vent’anni (da “Una quieta polvere”, 1996) che non pubblicavo nuove poesie. O perlomeno “nuove vere poesie” .
Con silenziosa offesa del gatto Ignazio (“Poesie per un gatto”, 2007) che si era illuso di non essere considerato un’operina minore, specie nella terza sezione, “Il giardino dell’aldilà”  ,  (“Ripeto la domanda / ci sarà   o non ci sarà /  questo aldilà?” “non escludo la possibilità…. /  si diventa tutti erba fiori” / “Fiori? Un fiore io? Mai!” / “E perché? essere un fiore / è un onore non lo sai?).
E con ancor maggiore, più giustificata  delusione da parte de “L’Albero”,  il lungo poemetto che concludeva, con altri numerosi inediti, l’Oscar del 2002.  (“Morti ma come vi hanno messi? / Divisi per millennio? per secolo? / per causa di decesso? per precocità? / o siete tutti in disordine come stracci / là?o siete polvere quieta come di mobili? / siete grigi? o d’argento? / siete una polvere bella? sì?”. Molto prosciugato l’ho inserito anche in “Madre d’inverno”.

Comunque avete ragione lo stesso: tra il 2002 e il 2016 sono intercorsi comunque, se non venti,  14 lunghi anni (“Poesie di ghiaccio”,  e “Poesie della notte” sono state pubblicate in edizioni  per bambini; “La gentilèssa”, uscito nel 2009,  conteneva  poesie scritte in dialetto milanese  negli anni ‘70 ) e 14 anni sono certo tanti.
Come mai  Lamarque? mi chiedo da me, ma dare risposte non è mai stato il mio forte, preferisco fare domande, preferisco i punti interrogativi;  i punti interrogativi ai punti fermi.
Svariati i motivi: cominciando, nel 2000, con la nascita di Micol; all’esperienza della nonnità, tre anni dopo anche la nascita di Davide,  mi sono dedicata  con totale partecipazione, sia di quantità di tempo donato che di tensione emotiva; esperienza straordinaria ma che mi ha presentato anche un conto salato:  riapertura inattesa  di ferite remote, “infezioni” (anche fisiche), alle sedute analitiche si è dovuta aggiungere l’assunzione di psicofarmaci; (siano anch’essi, come l’analisi, benedetti).
Questo e altre non facili  successive esperienze famigliari hanno fatto sì che scrivessi, questo sì (sebbene in misura minore rispetto al passato), ma senza raccogliere, disperdendo in cassetti e in file non stampati,  disordinatamente. Ma sotto lavorava, credo, una più grande profonda motivazione:

L’assenza, per la prima volta,  di una figura forte d’amore destinataria dei versi; e dunque l’assenza di urgenza di mostrarli a qualcuno. Forse anche la improvvisa disastrante consapevolezza, dopo mezzo secolo di scrittura,  che tanto le poesie, pubblicate o non pubblicate, mi avrebbero guadagnato al massimo la stima ma non certo l’amore dell’amato destinatario. E dire che per sessant’anni ci avevo contato.
E dunque, per la prima volta, il titolo del libro non è nato prima del libro:
Nessun amore né “buonissimo” né niente; nessun Teresino, nessun Signore d’Oro, nessun  Dott. B.M. cui dare “del Lei”,  cui correre a mostrare subito  le poesie nuove come un bambino i compiti ben fatti alla madre o al padre; persino nemmeno più un coinquilino gatto. Nessuno.
I nuovi affetti e l’amore per la figlia, per i nipoti, appartengono a un’altra, pur se intensa, sfera. Che mi chiedeva altro, e a cui dunque  donavo altro dalla poesia.
Il titolo del libro, questa volta,  si è presentato all’ultimo minuto,  ed era il nome, appunto, di un freddo, di  un’assenza.

© Vivian Lamarque

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Il libro
Vivian Lamarque possiede una rarissima dote: quella di rendere lievi e trasparenti i temi e gli strappi dell’emozione più complessi e profondi. E di comunicarne le tracce e gli esiti con la grazia sottile della sua impeccabile petite musique. Ne aveva dato importanti prove nelle opere precedenti, da Teresino a Una quieta polvere (uscita esattamente vent’anni fa). E lo conferma in questo nuovo, attesissimo libro, dove già dal titolo, Madre d’inverno, indica il percorso centrale di una raccolta che riesce comunque a svilupparsi in varie direzioni. L’idea e la figura materna, dunque, vissuta nel trauma originario – accettato con sapienza eppure inguaribile, nel paradosso e nel dolore – della sua doppia immagine, quella della madre biologica e quella della madre adottiva. In uno scenario aperto e sofferto, fitto di elementi di una concretissima realtà quotidiana, dove si intessono frammenti di dialogo e schegge di parlato, si passa da una iniziale sequenza ospedaliera a una serie di sensibilissimi versi in cui si realizza una sorta di postumo colloquio con la figura materna. Rispetto alla quale il coinvolgimento del lettore scatta immediato poiché, partendo dalla propria esperienza personale, l’autrice mette a punto un vasto disegno in cui la madre diventa una forma assoluta, diventa l’emblema di tutte le madri. Nella mobile ricchezza di un’opera composta in un ampio arco di tempo, l’autrice si rivolge alle più svariate tracce della memoria, fino a introdurre, improvvisa, “l’altra madre”, quella biologica, insinuando, in un tono di assoluta normalità antiretorica – e perciò ancora più autentica –, un senso di pervasiva, interiore instabilità. Lamarque è per fortuna ben lontana dal chiudersi in un territorio tematico senza sbocchi, e infatti si apre a varie “avventure”, ad altre madri espressive, ad altri personaggi. Fino a coinvolgere l’esempio di Wisława Szymborska; fino a coinvolgere quella che definisce una sua «coinquilina poco prevedibile», e cioè la poesia stessa, di cui Vivian Lamarque, con la sua voce inconfondibile, si conferma una delle nostre espressioni più vive, originali e giustamente amate.

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Vivian Lamarque, nata a Tesero (Trento) nel 1946, è sempre vissuta a Milano dove ha insegnato italiano agli stranieri e letteratura in istituti privati. Ha pubblicato Teresino (1981), Il signore d’oro (1986), Poesie dando del lei (1989), Il signore degli spaventati (1992), Una quieta polvere (1996). Nel 2002 la sua opera poetica è stata raccolta nell’Oscar Poesie 1972-2002. Successivamente ha pubblicato Poesie per un gatto (2007) e La gentilèssa (2009). Vincitrice di numerosi premi, tra cui il Viareggio Opera Prima (1981), il Pen Club (1996) e l’Andersen (2000), è autrice di una quarantina di fiabe tradotte in varie lingue e delle raccolte Poesie di ghiaccio e Poesie della notte. Ha tradotto, tra gli altri, Valéry, Baudelaire, La Fontaine. Nel 2013 è uscito Gentilmente Milano, antologia di articoli pubblicati sul «Corriere della Sera».

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© Letteratitudine

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