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L’UOMO DELLE STATUE di Stefano Bernazzani (un estratto)

maggio 25, 2016

Pubblichiamo un estratto del romanzo L’UOMO DELLE STATUE di Stefano Bernazzani (Italic Pequod)

Prologo.

A un certo punto della sua vita, mio padre era così povero che possedeva soltanto un uovo, oltre alla fionda che portava sempre con sé.
Nient’altro, solo un piccolo uovo.
Ma non di gallina; di tortora.
Il giorno prima ne aveva rubati un paio da un nido nascosto tra i rami bassi di una quercia, attratto dalla possibilità di colpire la tortora con la fionda. L’aveva già fatto diverse volte da quando era scappato da casa per raggiungere gli altri sui monti. Ma quel giorno dovette accontentarsi dei due ovetti, anche dopo un lungo appostamento. Immagino che fosse ancora troppo agitato per ingannare la tortora. Uno può anche mimetizzarsi e rimanere immobile per ore, ma gli uccelli lo sentono se ti batte troppo forte il cuore. Ti scoprono. Non li puoi avvicinare se ti fischia perfino il cervello, e mio padre doveva essere ancora pieno di voci che lo seguivano ovunque e gli svolazzavano intorno alla testa fino a stordirlo, proprio come uno stormo di uccellini. Altro che ingannarli, non ne avrebbe catturati mai più.
Senza sprecarne una goccia succhiò molto attentamente il primo ovetto, riponendo il secondo nel taschino in un involucro di foglie e di fango. L’avrebbe mangiato con gli occhi, ma lo aspettavano altri giorni nel bosco ed era meglio centellinare le risorse. Nonostante i suoi diciannove anni e la testa matta che tutti gli rimproveravano, stava già diventando l’adulto introverso e irremovibile dei decenni futuri, di cui posso testimoniare direttamente.
Questo episodio l’ho appreso da mia madre, perché papà non raccontava nulla riguardo agli anni della sua gioventù, come se non li avesse neanche vissuti, come se fosse nato già grande nell’Italia del dopoguerra, con i pantaloni lunghi e il cappello scuro. Ed era proprio questa l’idea che dava di sé, e – ne sono certo – l’idea che voleva dare di sé. Senza mai le ginocchia sbucciate, le corse a perdifiato, le baruffe con gli amici e le prime occhiate alle ragazze. Niente. Lui no, sembrava che volesse dire.
Sempre stando alla versione di mia madre, papà succhiò il secondo uovo di tortora soltanto la sera dopo, quando in un fienile ne trovò uno di gallina, certamente sottratto dalla Provvidenza alla raccolta pomeridiana dei bambini. Nel frattempo non aveva mangiato nulla, anche se è possibile che avesse rimediato qualcosa nel bosco, benché non fosse proprio la stagione dei lamponi e dei mirtilli. Di sicuro, se c’era anche un frutto acerbo, lui era la persona giusta per trovarlo, nella primavera del ‘45. Di fame e di privazioni doveva intendersene parecchio, come tutta la sua generazione – ed era questo che mamma voleva farmi capire raccontandomi quell’episodio. Non per la storia in sé (che soltanto adesso mi è chiara, ormai troppo tardi ) ma per insegnarmi ad apprezzare tutto quello che avevo, anche un ovetto di tortora. Ad accontentarmi, ad essere umile. A prendere esempio da papà, che mangiò l’uovo di gallina solo quando ebbe in tasca un pezzo di pane guadagnato aiutando una vecchia a mungere la sua unica vacca sopravvissuta alla guerra. Questo dovevo imparare. Mamma non voleva svelarmi qualcosa di papà, del suo passato. Sono certo che lei non abbia mai saputo davvero perché Primo si ritrovò senza niente a correre da solo nei boschi, scappando da tutto ciò che era stato fino a quel momento. E che non raccontò a nessuno per il resto della sua vita, anche se non smise mai un giorno di pensarci.

Mio padre – almeno quello che ho conosciuto – ha sempre creduto poco in Dio, e ancora meno negli uomini. Preferiva la compagnia delle sue cose, a quella delle persone. Le cose gli erano amiche, di loro si poteva fidare. Erano sincere, leali, disponibili in ogni momento. Eseguivano il loro compito senza ripensamenti, fino in fondo, con una determinazione invidiabile. E in cambio lui se ne prendeva cura, usandole con attenzione, nei modi appropriati, riponendole pulite e in ordine, come sapeva che avrebbero gradito. “Le cose” era il termine generico con il quale indicava il mondo apparentemente inanimato, e comprendeva anche quelle che stavano un po’ in mezzo. Attrezzi e macchinari, certo, ma anche case, sentieri, regole e promesse – luoghi dove si trovava a suo agio. E poi soprattutto il legno, che da buon falegname preferiva ad ogni altra cosa, al punto da stimarlo ben superiore agli uomini. Gli alberi ci davano i frutti finché vivevano, e intanto spandevano il loro seme. Poi, quando seccavano, con il legno si costruivano oggetti pratici e resistenti, perfino graziosi. E infine, ancora dopo molti anni, questi manufatti si potevano bruciare per scaldarsi, ricavandone cenere per lavare i panni e concimare gli orti. Intanto un altro albero era cresciuto vigoroso e dava già i suoi frutti, pronti da cogliere. “Non esiste niente di più utile che io conosca”, e con questo aveva detto tutto, ossia il complimento più bello e l’onore più grande.
Nella sua piccola bottega non mancava nulla. C’erano un tornio, una pialla, una sega elettrica circolare, e sopra al banco tutta la serie degli scalpelli, ognuno rigorosamente al suo posto. Mio padre realizzava credenze, cassapanche, tavoli, ma anche sedie, cornici, e perfino calci di fucile su misura per qualche vecchio cacciatore. I suoi clienti gli avrebbero commissionato anche mobili più grandi, se avesse assunto un operaio che lo aiutasse per le camere matrimoniali. Ma lui non voleva nemmeno un’esposizione, non si faceva pubblicità. Aveva sempre lavoro anche per il giorno dopo, e tanto gli bastava.
Certe domeniche pomeriggio, poi, andava a scegliere i legni. Lasciava a casa me e la mamma e spariva sulle colline a visionare i tronchi che voleva comprare. Gli arrivavano voci di alberi colpiti dai fulmini, o di querce secolari seccate da poco, o di piante che il proprietario voleva abbattere. Non sapevo perché, ma lui riceveva queste notizie prima degli altri, come se avesse degli informatori. Probabilmente i suoi stessi clienti, pensavo. Papà tagliava l’albero con la motosega, nei pezzi che gli servivano, poi se era troppo grande lo faceva portare al laboratorio da qualche contadino di fiducia. Sapeva già cosa ricavarne, come un artista. Non voglio dire che assecondasse la volontà del legno, ma di sicuro sceglieva per ogni albero il manufatto che più lo valorizzava, senza compromessi. Non aveva fretta di lavorarlo, aspettava la richiesta giusta per ogni taglio. Ho sempre pensato che avesse stretto un patto, una specie di giuramento con se stesso. Inderogabile, naturalmente, e segreto.
Mio padre non mi ha mai chiesto di lavorare con lui, e io mi sono guardato bene dal proporglielo. Lui voleva continuare da solo, e io ritenevo la sua vita monotona e insopportabile, anacronistica. L’ultima cosa che desideravo era seppellirmi vivo in quella bottega. Credevo che sarei impazzito. Il lavoro mi sarebbe anche piaciuto, ma non farlo con lui. Lo vedevo piallare le sue assi nel trambusto del motore trifase, oppure lavorare di cesello senza nemmeno la compagnia della radio, alla luce della lampada orientabile – e vedevo esattamente come non volevo diventare. Solo mi stupiva, ogni volta che passavo in laboratorio, la bellezza di ciò che creava, dei mobili, delle cornici, dei calci di fucile zigrinati a mano nella perfezione più totale, ricavati da pezzi di noce che sembravano usciti da un dipinto. Sì, era molto bravo, ma questo era solo un dettaglio per me. Quasi un’aggravante, un talento sprecato.
Mio padre non era un uomo di pianura, come me e la mamma. Era nato in Piemonte, nella provincia di Cuneo, a ridosso delle Alpi. Così sono cresciuto pensando che era semplicemente un montanaro, e che lassù fossero tutti dei solitari cocciuti e onesti in pari misura, fino all’intransigenza. Ma non era così, e le montagne non avevano alcuna colpa.

(Riproduzione riservata)

© Italic Pequod

Il libro
Per prima arriva una giraffa, bianca come la luna. Quindi un elefantino, sorridente e irresistibile. Poi ancora altre statue, sempre di notte, nello stesso giardino, come se piovessero dal cielo. Chi le consegna? E perché? Come mai la gente fa la coda per vederle? L’arrivo delle statue stravolge la routine di un piccolo paese di provincia, elevandolo agli onori della cronaca. Chi è il misterioso mandante? Le televisioni gli danno la caccia, i giornali offrono ricompense, tutti aspettano altre statue, come se non dovessero finire mai. Rimarranno delusi. Lo strano caso delle statue comparse dal nulla verrà (apparentemente) risolto, ma questa è solo la prima parte della storia, quella ufficiale, che ancora si può leggere su internet. Quando i riflettori si spegneranno, si scoprirà il vero insospettabile volto dell’uomo delle statue, quello che tutti ignorano – come si conviene ai supereroi. E forse non solo a loro, perché “la verità giace sul fondo sabbioso, inattingibile, protetta da acque scure e calamari giganti, come il carico di antiche navi affondate dal destino in mari lontani e tempestosi”. Filosofico e poetico insieme, enigmatico e a tratti surreale, il nuovo romanzo di Stefano Bernazzani, qui alla sua quarta prova narrativa.

Stefano Bernazzani è nato nel 1970 e vive a Ponte dell’Olio, sulle colline piacentine, dove si occupa di telecomunicazioni. Ha esordito con la raccolta di racconti, edita da Mobydick, Viaggiatori diretti altrove (finalista premio Assisi), cui hanno fatto seguito, sempre per l’editore Mobydick, i romanzi L’inverno che non dimenticheremo (premio Chianti 2009) e La stracciata pazzia (selezione premio Viadana 2012).
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