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PAOLO MALAGUTI racconta LA RELIQUIA DI COSTANTINOPOLI

maggio 25, 2016

PAOLO MALAGUTI racconta il suo romanzo LA RELIQUIA DI COSTANTINOPOLI (Neri Pozza) – tra i dodici libri candidati al Premio Strega 2016

Un estratto del libro è disponibile qui

Paolo Malaguti

di Paolo Malaguti

Non mi è facile voltarmi indietro e cercare dove il romanzo abbia avuto inizio. Più o meno come dopo una camminata in montagna: giunto alla cima, ti godi il panorama e ripercorri con lo sguardo il sentiero che hai percorso: da lassù intuisci il senso e la direzione, ma mentre arrancavi, tornante dopo tornante, non vedevi che il terreno su cui avresti poggiato il piede, al passo successivo. E ogni bivio era un punto interrogativo. La cima, nascosta dietro alle creste minori e dietro le cime degli abeti, poteva anche non esistere.
Credo che una parte del mio romanzo, quella inerente la ricerca delle reliquie, mi abbia accompagnato per molti anni, sotto forma di pensiero latente. Credo anzi che il nucleo di questo libro si sia sedimentato nel momento stesso in cui, all’indomani della morte di una persona a me molto vicina, ho per la prima volta affidato alla scrittura il compito di ricacciare indietro la disperazione.
La reliquia è ciò che resta, un ultimo brandello, prima della perdita totale. È testimonianza di qualcuno, o qualcosa, che non c’è più, e, in quanto parte di un tutto perduto, una condizione quasi obbligatoria della reliquia è di non essere riconoscibile in sé, ma di dover essere fatta oggetto di una scommessa per fede. La storia dell’Occidente cristiano è costellata di persone che hanno puntato tutto, nel bene e nel male, fidandosi, ossia prestando fede, a tracce labili, a rimandi tangibili, eppure minimi, di un oltre che non si manifestava più con il fragore e la certezza di un tempo ancora più antico.
A lungo ho avvertito il fascino di una narrazione centrata su questi fattori: da un lato l’uomo, carico delle sue imperfezioni e dei suoi dubbi, dall’altro il divino, o piuttosto la sete di divino. In mezzo, come nodi pulsanti di speranza e di potere, le reliquie: ossa, brandelli di stoffa, ciuffi di capelli che, sulla semplice scorta di una tradizione, vengono caricati di significati imponderabili, iniziano a operare miracoli, donano stabilità alle corone, ricchezza alle abbazie, generano itinerari millenari di pellegrinaggio.
Questo argomento, per quanto affascinante, mi appariva però troppo sfuggente, troppo ampio, la percezione della mia insufficienza di fronte al tema mi impauriva. E così sono passati gli anni, sono arrivati altri libri. A cadenze regolari riprendevo in mano il progetto, aggiungevo qualcosa, acquistavo un saggio, leggevo un articolo, ma sempre alla ricerca di quello che definirei un buon “motore narrativo”, ossia un taglio, un’ambientazione che mi donasse la giusta profondità e al tempo stesso la giusta libertà per raccontare.
E poi un giorno mi sono scontrato con la caduta di Costantinopoli. Uno dei motivi principali che mi ha donato l’incoscienza sufficiente a cimentarmi con un romanzo storico sul tema è stata la presa di consapevolezza dell’enorme rimozione che grava ancora oggi su questo fatto, in buona parte dell’Europa. La perdita della Nuova Roma fu un trauma tanto grave e tanto profondo da impedire ai testimoni europei dell’epoca di elaborare il lutto, complice, forse, anche una buona dose di senso di colpa. Si optò per il tabù, per la censura, la damnatio memoriae. Che, in misure e forme differenti, perdura ancora oggi: proviamo a riflettere sul tempo che è stato dedicato, quando eravamo a scuola, alla scoperta dell’America del 1492, in confronto con il tempo dedicato al 1453 e alla fine della Costantinopoli cristiana.
Avevo iniziato a studiare Costantinopoli dal punto di vista della storia delle reliquie più importanti lì conservate fino alla Quarta Crociata del 1204, e, senza nemmeno rendermene conto, ero scivolato fino all’assedio di Maometto II. E più scavavo nelle testimonianze dell’epoca, più tentavo di prendere confidenza con gli spazi della Città (per quanto sia possibile prendere confidenza con una Città che i suoi stessi abitanti all’epoca definivano come “un pozzo senza fondo” o come “una foresta intricatissima di alberi”), più mi rendevo conto di quanto l’assedio e la caduta fossero estremamente affascinanti da un punto di vista narrativo, per le valenze simboliche e religiose di quella campagna militare, per le novità militari che per la prima volta fecero la loro comparsa in quell’occasione, per i molti destini che in quei pochi mesi si intrecciarono in un unico luogo, talvolta con casualità incredibili e drammatiche.
Ma, al di là dei fatti e dei personaggi, era la stessa Costantinopoli ad affascinarmi sempre di più, mano a mano che, in parallelo allo studio, iniziavo a stendere la narrazione. Costantinopoli unica città in grado di legare l’antichità classica all’età moderna senza la frattura della decadenza barbarica. Costantinopoli città che ancora oggi, sia pure sotto altro nome e dietro le vesti di un’altra cultura, si rivela a fatica al suo visitatore, in un itinerario di riscoperta e, in qualche modo, di ritraduzione del segno artistico, unico al mondo nel suo genere. Costantinopoli città che, al di là del suo incontestabile valore oggettivo, viene incontro al visitatore sulla scorta di un immaginario letterario maturato in secoli di diari e resoconti di viaggio, dai pellegrini del XII secolo giù giù fino a Casanova, Gautier, De Amicis, Borgese…
Paolo MalagutiL’innamoramento definitivo è arrivato quando, una volta raccolta una quantità sufficiente di materiale per iniziare il viaggio del racconto, mi sono recato a Istanbul per due settimane di studio d’ambiente. Da un lato volevo capire se e fino a che punto potesse ancora colpire un viaggiatore contemporaneo il fascino dell’antica capitale. D’altra parte volevo fare il pieno di sensazioni e impressioni, anche molto concrete, da poter poi far rifluire nelle descrizioni del libro. Ad esempio la percezione della profondità della cupola di Santa Sofia, che Procopio di Cesarea ha definito “un’aurea sfera sospesa al cielo”, la vista del Corno d’Oro all’alba e al tramonto, la distanza tra le mura di terra e l’area dell’Ippodromo… Inutile dire che quel viaggio mi ha completamente stregato, e che, al ritorno in Italia, ho immediatamente iniziato a scrivere, senza più fermarmi. Come credo sia inevitabile quando ci si confronta con la narrativa storica, se oggi potessi ripartire saprei forse muovermi con un po’ più di destrezza, e di certo qualche lacuna o qualche imprecisione è rimasta indietro. Però avevo ben chiaro da subito che, prima ancora della precisione filologica del dato storico (che pure ho cercato di rispettare al meglio delle mie possibilità), volevo comunicare al lettore l’amore per Costantinopoli e il doloroso stupore per la sua perdita. Spero di essere riuscito a raggiungere questo obiettivo.
Mi domandano spesso un’opinione su una possibile chiave di lettura del romanzo sulla contemporaneità, animata dalla dialettica tra Occidente ed estremismo islamico. Confesso che queste domande mi imbarazzano, perché, come appena detto, le ragioni che mi hanno guidato verso questo libro ubbidiscono a fascini da un lato intimi, dall’altro storici, ancorati nel profondo di una città che non finirà mai di far parlare la sua bellezza. Però mi è piaciuto notare come quest’anno nella prima fase del Premio Strega fosse presente anche un altro romanzo che narra la caduta di Costantinopoli, il “Notturno bizantino” di De Pascalis. Al di là delle differenze tra i due lavori, mi piace pensare che queste “presenze costantinopolitane” nella letteratura italiana degli ultimissimi anni non siano casuali: sembra quasi che, in un momento di crisi, di cedimento, di smarrimento della nostra stessa identità, una risposta possa venire dal recupero di accadimenti rimossi e forse mai affrontati fino in fondo. Mi piace pensare che solo dopo aver fatto i conti con il passato una comunità possa affrontare con sicurezza le incertezze del presente.
Chiudo con un riferimento alla lingua. Uno dei due protagonisti, il mercante Malachia Bassan, si esprime nel pastiche giudeo-veneziano utilizzato dalla comunità ebraica di Venezia già prima della costituzione del Ghetto. La fatica dell’allestimento di questo codice, a mio avviso estremamente affascinante, è giustificata da una delle poche convinzioni che ho nell’ambito della scrittura: fare narrativa storica in Italia pone chi scrive di fronte all’incredibile opportunità di confrontarsi con l’infinita varietà dei codici linguistici, delle varianti regionali, dei gerghi, dei linguaggi specifici. Credo che utilizzare soltanto l’italiano, per quanto magari venato da sfumature iperletterarie, significhi in qualche modo perdere l’occasione da un lato di dare spessore storico alla lingua, dall’altro di permettere al lettore di divertirsi con viaggi attraverso le formidabili profondità della tradizione letteraria del nostro paese.

(Riproduzione riservata)

© Paolo Malaguti

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Il libro
La reliquia di Costantinopoli1565, Venezia. Il sole non lambisce ancora il camposanto di San Zaccaria, quando il vecchio Giovanni si cala nella tomba del chierico Gregorio Eparco, il suo antico tutore, appena riesumata dai pissegamorti in cambio di tre ducati. Non vuole trafugare la bara di legno marcio o le ossa ricoperte di lanugine e muffa. Sta cercando un libercolo. Un diario «avvolto in una pezza di tela cerata, sigillata da un nastro nero», che lui stesso, cinquant’anni prima, ha nascosto sotto la nuca del maestro, dopo aver giurato di non sfogliarlo né di farne parola con nessuno.
Il giuramento, però, ora può essere infranto, poiché le annotazioni contenute in quell’involucro sono l’unico indizio in grado di condurre ad alcune preziosissime reliquie cristiane andate perdute.
Il diario si apre nel 1452, quando Gregorio – «la barba folta e nera» e un «fisico più da rematore che da mercante» – giunge ad Adrianopoli insieme con il suo socio d’affari, l’ebreo-veneziano Malachia Bassan.
La città, strappata a Venezia dagli Ottomani un secolo prima, offre uno spettacolo raccapricciante agli occhi dei due giovani mercanti. Ventotto marinai di una galea da mercado della Serenissima, accusata  di aver disubbidito agli ordini provenienti dalla fortezza di Boghaz-kesen, fatta costruire da Maometto II per controllare il traffico sul Bosforo, sono stati torturati, uccisi e lasciati alla mercé dei cani nelle pubbliche vie.
L’intento del giovane Sultano, un ragazzo di diciannove anni magro e pallido, è chiaro: offrire una dimostrazione di forza prima di cingere d’assedio la città che, per i cristiani, è la madre e la guida di tutto il mondo, l’ancella stessa del Padre: Costantinopoli, l’arca di santità che custodisce il maggior numero di reliquie cristiane.
Mentre uno sparuto esercito di genovesi, greci e veneziani tenta di respingere l’assalto dei turchi, Gregorio ha un’idea: recuperare tutti «i frammenti di Paradiso» appartenuti ai santi e disseminati nelle chiese, nei sotterranei e dentro il Grande Palazzo imperiale di Costantinopoli, per salvare in tal modo la Cristianità. Un’idea allettante anche per Malachia Bassan, nella cui mente si affaccia il pensiero che, male che vada,  quelle reliquie così preziose possono pur sempre essere vendute.
Così tra imboscate, fughe ed enigmi, i due giovani mercanti si accingono all’impresa…
Con una documentazione sterminata capace di riprodurre fedelmente l’architettura di Costantinopoli cinta d’assedio dagli Ottomani e le strategie militari, le lingue, i culti e i costumi dell’epoca, Paolo Malaguti scrive un romanzo d’avventura dall’inarrestabile tensione narrativa. E ci consegna due protagonisti memorabili, figli del XV secolo: il saggio e ossequioso chierico Gregorio e l’imprevedibile ebreo Malachia.

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Paolo Malaguti è nato a Monselice (Padova), nel 1978. Attualmente lavora come docente di Lettere nella provincia di Treviso e di Vicenza. Con la casa editrice Santi Quaranta ha pubblicato Sul Grappa dopo la vittoria (2009), Sillabario veneto (2011) e I mercanti di stampe proibite (2013). ilsussidiario. net.
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