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PREMIO CALVINO 2016: due vincitori (Elisabetta Pierini e Cesare Sinatti)

maggio 25, 2016

Due vincitori per la XXIX edizione del PREMIO CALVINO

Anche quest’anno un ex-aequo per la finale del Premio Italo Calvino per scrittori esordienti: Elisabetta Pierini con L’interruttore dei sogni e il giovanissimo Cesare Sinatti (classe 1991), con La splendente.

la giuria della XXIX Edizione

I vincitori della XXIX edizione del Premio premiati dalla giuria composta da Paola Capriolo, Angelo Guglielmi, Niva Lorenzini, Christian Raimo e Filippo Tuena sono due: con un ex aequo si aggiudicano la vittoria Elisabetta Pierini (Pesaro, 1964), con L’interruttore dei sogni e il giovanissimo Cesare Sinatti, (Fano, 1991) con La splendente.

Per quanto riguarda Cesare Sinatti la giuria ha commentato:Prova straordinaria di un giovane autore che rivela una conoscenza profonda della mitologia, dell’epica e della tragedia greca. Ciò che sorprende in questo inusuale romanzo è la capacità di far rivivere in maniera originale personaggi che sembravano per sempre fissati in una certa icona, in un profilo marmoreo, come Elena, “la Splendente” del titolo, come Achille, Ulisse, come Paride, come Patroclo, Agamennone, Menelao, come Penelope e Clitemnestra o di riprenderne altri meno noti come Palamede o Epipola (un’antesignana di Clorinda). Far rivivere e rimodellare, pur tenendo conto delle fonti anche meno note (tra cui Ditti Cretese, Darete di Frigia, Quinto Smirneo probabilmente, e tanti tanti altri). Con una scelta personale forte, l’autore sceglie episodi dall’epos omerico e extraomerico, alcuni anche poco noti ma documentati, e li cuce con libertà e rigore in una ricostruzione di affascinante bellezza”.

Mentre per quel che riguarda Elisabetta Pierini la giuria ha apprezzato che la storia “ … ci tuffi in una delle tante periferie residenziali moderne fatte di villette quasi identiche tra loro dove famiglie mononucleari vivono una vita priva di disagi materiali, ma asfittica e sotterraneamente perturbata. E’ l’ideale di vita suburbano con le sue strade pulite e le sue linde casette che gli Usa hanno esportato in gran parte dell’Occidente. Ognuno conosce la vita degli altri e ne è curioso, e le amicizie e le relazioni sono condizionate e conformate dalla prossimità. La narrativa e il cinema americani ne hanno fatto un vero e proprio topos, talvolta con tocchi preter-reali come in Ira Levin o anche e in tal caso con un marcato senso dell’horror in Stephen King oppure ancora nel cinema di Tim Burton. Tocchi di cui l’autrice fa un uso sottile, appena accennato, e psicologicamente motivabile. La sua protagonista è una bimba di una decina di anni, un personaggio perfettamente delineato sin dallo splendido incipit: “Le bambole erano tutte in fila sullo scaffale della cameretta di Eva. Avevano capelli lunghi, occhi chiari, e sorridevano di nascosto quando Eva le guardava. Gli occhi di vetro mandavano lampi azzurrini che galleggiavano nell’aria come una risata… La signora, la bambola più vecchia, la scrutava con gli occhi severi, occhi che mandavano lampi taglienti. Era esigente con Eva, non sorrideva mai… Eva aveva quasi dieci anni, e ancora giocava con quelle bambole”

Per la prima volta ci sono state anche due segnalazioni speciali: Daniele Antonietti con E Italo Calvino vinse il suo premio, e Rocco Civitarese con Miele. Il primo prende bonariamente in giro il Premio con un redivivo Italo Calvino che torna per vincere il premio a lui intitolato; il secondo è invece un manoscritto scritto a 15 anni da un autore ore 17enne.

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APPROFONDIMENTI

L’INTERRUTTORE DEI SOGNI di Elisabetta Pierini

L’interruttore dei sogni (titolo di cui vedremo poi il significato) ci tuffa in una delle tante periferie
residenziali moderne fatte di villette quasi identiche tra loro dove famiglie mononucleari vivono una vita priva di disagi materiali, ma asfittica e sotterraneamente perturbata. E’ l’ideale di vita suburbano con le sue strade pulite e le sue linde casette che gli Usa hanno esportato in gran parte dell’Occidente. Ognuno conosce la vita degli altri e ne è curioso, e le amicizie e le relazioni sono condizionate e conformate dalla prossimità.
La narrativa e il cinema americani ne hanno fatto un vero e proprio topos, talvolta con tocchi preter-reali come in Ira Levin o anche − e in tal caso con un marcato senso dell’horror − in Stephen King oppure ancora nel cinema di Tim Burton. Tocchi di cui l’autrice fa un uso sottile, appena accennato, e psicologicamente motivabile. La sua protagonista è una bimba di una decina di anni, un personaggio perfettamente delineato sin dallo splendido incipit: “Le bambole erano tutte in fila sullo scaffale della cameretta di Eva. Avevano capelli lunghi, occhi chiari, e sorridevano di nascosto quando Eva le guardava. Gli occhi di vetro mandavano lampi azzurrini che galleggiavano nell’aria come una risata… La signora, la bambola più vecchia, la scrutava con gli occhi severi, occhi che mandavano lampi taglienti. Era esigente con Eva, non sorrideva mai… Eva aveva quasi dieci anni, e ancora giocava con quelle bambole”. La sua famiglia è borghesemente disfunzionale (un colto padre assente, una ex fascinosa madre preda di una sua follia quotidiana). I suoi rapporti più veri e forti, e sono rapporti di parola, sono con le bambole (con “la signora”, in particolare, che le fa da super-ego), con l’immaginario fratello Loris, con un signore, anch’esso immaginario, dotato di una misteriosa valigia, con una gallina nera. Questo mondo si apre, appunto, grazie all’interruttore dei sogni.
Aggiungiamo che Eva è un nome antifrastico: Eva è goffa e bruttina − ma è un seducente personaggio. Eva,
va detto, ha anche un’amica reale, Laura, che la mantiene in contatto col mondo. Eva è nomade e la vediamo in continuazione percorrere le strade di quel mondo ristretto, avventurarsi nei piccoli giardini ordinati, o anche al di là del perimetro urbanizzato in un pratone dove in un camper vive un outsider (“il professore”), perfetto contraltare degli abitanti delle villette, un vistoso, seppur mite, elemento di disordine, che naturalmente finirà espunto per un crudele gioco di ragazzini. Attorno a Eva ruotano numerosi personaggi, perlopiù coppie, come i Bentivogli (i genitori di Eva), i Felici (i genitori di Laura), i Grossi (amici dei Felici), ma anche il single Nicola Piccoli, Ester (la consunta e materna amante di Aldo Bentivogli), e altri ancora.
Gran parte della narrazione è loro dedicata: e l’abilità dell’autrice sta nel farne delle singolarità ben distinte e nitide, pur nel comune quadro suburbano. I vari nuclei familiari, già strutturalmente inconsistenti, finiranno con lo sfaldarsi. Le loro vicende, spesso grigie e anodine, ma non per questo meno produttrici di sofferenza, vengono saldamente tenute in mano dalla narratrice fino al loro umanamente triste, desolato scioglimento.
Insomma, un quadro di ordinaria infelicità. Non comune è poi la capacità dell’autrice di rappresentare il
mondo infantile e adolescenziale, con i suoi complessi rapporti che spesso sfuggono all’occhio adulto. La
conclusione, con il sogno finale di Eva, è di nuovo molto bello: Eva con un playback rimette ogni cosa nel giusto ordine, ma “in una frazione di secondo tutto si disfece”.
La lingua è incisiva, moderna, non senza belle accensioni e correlazioni inedite: “Alma [la madre di Eva]
era… stata una persona piena di fascino. Ora quello stesso fascino si accendeva a tratti come una lampadina difettosa”; “Camminava [Eva] buttando un piede in qua e uno in là. Non aveva nessuna percezione del proprio corpo nello spazio. Un grosso uovo senza occhi, senza gambe, senza orecchie: un grosso uovo di carne umana”. Il frequente uso dei cognomi, che potrebbe essere fastidioso, qui risponde a una precisa e realistica logica narrativa: è l’adeguata spia di rapporti sociali ingessati che aspirano alla correttezza. In generale: la parola giusta al posto giusto.

ELISABETTA PIERINI, nata a Pesaro (1964), vive a Fermignano. Laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche, lavora all’Università di Urbino come assistente tecnico. Finalista al Calvino 27 col romanzo Notte, ha pubblicato un racconto sul Corriere della Sera. Ha partecipato a RicercaBo nel 2014 e al dibattito Donne di Penna, Terni 2016.

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LA SPLENDENTE di Cesare Sinatti

Prova straordinaria di un giovane autore che rivela una conoscenza profonda della mitologia, dell’epica e della tragedia greca. Ciò che sorprende in questo inusuale romanzo è la capacità di far rivivere in maniera originale personaggi che sembravano per sempre fissati in una certa icona, in un profilo marmoreo, come Elena, “la Splendente” del titolo, come Achille, Ulisse, come Paride, come Patroclo, Agamennone, Menelao, come Penelope e Clitemnestra o di riprenderne altri meno noti come Palamede o Epipola (un’antesignana di Clorinda). Far rivivere e rimodellare, pur tenendo conto delle fonti anche meno note (tra cui Ditti Cretese, Darete di Frigia, Quinto Smirneo probabilmente, e tanti tanti altri). Con una scelta personale forte, l’autore sceglie episodi dall’epos omerico e extraomerico, alcuni anche poco noti ma documentati, e li cuce con libertà e rigore in una ricostruzione di affascinante bellezza. I caratteri dei personaggi – i nomi eccellenti del mito, e altri poco rimasti più che citazioni nelle biblioteche classiche – vengono ricostruiti in termini di grande freschezza, con un’originalità mai forzata e invece psicologicamente (e miticamente) coerente. I fatti, o quelli che possiamo definire tali secondo la tradizione, vengono rispettati. Cambia l’interpretazione, il punto di vista, e così vediamo un Achille emotivo e timoroso di morire, pur nel suo desiderio di gloria, dominato dalla protettrice figura di Patroclo (capovolgendo l’interpretazione shakespeariana del Troilo e Cressida), un Ulisse, sì astuto, ma amante soprattutto della pacifica vita familiare e del lavoro nei frutteti di Itaca, un amletico e umbratile Menelao, un Paride dallo sguardo di scorpione, una torva Clitemnestra – soprattutto, però, una donna svuotata, − invidiosa della sorella Elena, un’Elena remota e insieme dolce col prescelto Menelao, un algido Palamede, perfetta eminenza grigia di Agamennone (forse, quest’ultimo, il più somigliante all’immagine omerica). La Splendente è, come si è già accennato, Elena, creatura indecifrabile presente nella reggia di Sparta e poi inseguita da Menelao prima a Troia e poi in Africa (la celebre versione per cui Paride avrebbe avuto accanto a sé un mero fantasma) senza che il lettore goda di maggiori certezze, e fino a una conclusione struggente e poetica. La costruzione delle scene raggiunge anch’essa un alto livello, grazie a un approccio profondo e visionario. La scena dei due Atridi alla ricerca del tempio diruto prima della partenza per Troia è un buon esempio: l’autore riesce a rendere il lettore partecipe del silenzio dei boschi insieme spiazzante e numinoso, a immergerlo nel mistero di un qualche senso da trovare, a farlo raggelare alla profanazione di Agamennone. Così come le mura (titaniche, archetipiche) di Troia, dietro le quali gli eroi ragazzini precocemente invecchiati ravvisano l’indefinita minacciosità degli “altri”, sono realmente il confine del mondo. Tanto più che dietro il narrato c’è l’eco potente di ciò che resta accennato di sfuggita o solo alluso, le storie di un mondo assai più antico, il magma di un passato dove l’evocazione di mostri o giganti mantiene un’autenticità e una forza che riconosciamo dentro di noi.
Questa nuova declinazione di una materia classica ha il pregio di farla tornare vivente (un’operazione che può ricordare quella di Christa Wolf, con le dovute differenze ovviamente, soprattutto di focus, che nella Wolf è puntato sulla condizione della donna e sul nesso guerra/maschio) e di potere, attraverso di essa, toccare in maniera universalizzante i grandi temi della violenza e della morte cui fanno da contraltare la bellezza, l’amore soprattutto domestico e l’amicizia. La lingua è accurata, incisiva, non senza qualche contenuta scintilla lirica. Va ancora sottolineata la grande capacità compositiva dell’autore che mette in campo decine di personaggi, tutti ben individuati, dei quali non perde mai le fila, dando sostanza a un complesso, variegato e mosso manufatto. Lo ribadiamo: non siamo di fronte a una gratuita opera erudita − e lo diciamo senza alcuno sprezzo per l’erudizione −, ma a un’opera che sa parlare di oggi in maniera obliqua e, quindi, tanto più efficace. La narrazione sa insomma valorizzare la dimensione paradigmatica del mito, ovvero della “parola importante”, in riferimento alle nostre profondità interiori: dove l’epos di morte e di vita, di orrore e di bellezza mantiene, al netto da ogni banalità retorica, una forza viva che ci parla dentro. A partire dal dare voce alle nostre delusioni e solitudini, alle paure e sofferenze di cui gli eroi si fanno portavoce.

CESARE SINATTI, nato a Fano nel 1991, si laurea in filosofia a Bologna nel 2013 con una tesi sull’immortalità dell’anima nel Fedone. Attualmente sta terminando il corso magistrale in Scienze Filosofiche nella stessa università. Ha trascorso un anno di studi all’Università di Chicago.

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