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DEMETRIO PAOLIN racconta CONFORME ALLA GLORIA

giugno 3, 2016

DEMETRIO PAOLIN racconta CONFORME ALLA GLORIA (Voland) – tra i dodici libri candidati al Premio Strega 2016

Un estratto del libro è disponibile qui

di Demetrio Paolin

Raccontare la genesi di Conforme alla gloria (Voland) è una cosa un po’ più complicata di quanto s’immagini, perché implica raccontare la genesi di me come autore, come critico e come studioso. Un’opera di finzione come questo romanzo ha a che fare, infatti, con una serie incredibile di stratificazioni, medesime alle pareti di una grotta, che indicano le diverse ere e momenti in cui si è andata formando.

La prima cosa che colpisce, quando racconto il lavoro intorno al testo, è la lunga gestazione della scrittura: 8 anni.
Io di mestiere non sono uno scrittore. I miei rapporti con l’editoria o i giornali sono sporadici. Io nella vita lavoro, tutti i pomeriggi dal lunedì al venerdì, presso una onlus, che si occupa di integrazione e aiuto verso gli stranieri. Detto altrimenti ho, dal lunedì al venerdì, le mattine libere. La mia scrittura, quindi, è legata al mattino, alla chiarezza dei giorni estivi o primaverili, alla penombra delle giornate autunnali e invernali.
Sto seduto al mio pc, come ora che scrivo questo e sono le ore 11.03 di un giorno qualunque, con davanti niente altro che uno specchio messo troppo in alto per riflettermi. La scrittura di Conforme alla gloria è avvenuta in questo modo, ogni giorno due o tre ore al massimo di scrittura e ri-scrittura; di studio delle fonti, di lavoro sugli archivi audio e video, di chiacchiere con gli amici che ne sapevano più di me. Non c’è nulla nel mio scrivere riconducibile a categorie quali “notturno, umbratile”, il mio atto creativo, se così si può dire, non è affetto da quel bukowskismo e maledettismo da tre soldi.
Io non scrivo di notte, non sono posseduto da una qualche forma di divina mania, di follia, ma molto semplicemente la mattina apro il pc e scrivo quello che devo (come è successo con questo pezzo: mi è stato chiesto di scrivere della genesi del romanzo e lo sto facendo). Io mi sento tipo un elettricista e quindi giudico il mio testo non dalla sua effettiva bellezza sulla pagina, ma dal suo “funzionare”: se l’immagine che volevo comunicare arriva al lettore allora sono soddisfatto altrimenti butto via.
Questa tensione alla “funzionalità” della pagina scritta è stata ancora più necessaria per questo romanzo. Infatti mi trovavo nella condizione di dover rendere comprensibile e comunicabile un sentimento come quello del male di sopravvivere molto complesso e che si prestava a derive estetizzanti che non volevo assolutamente perseguire.

Conforme alla gloria nasce da una esperienza reale e di studio. Intorno alla metà del 1995 seguivo un seminario sulla letteratura concentrazionaria con Marziano Guglielminetti, che sarebbe poi diventato mio maestro e mio relatore di tesi su Primo Levi. In quell’anno si decide di fare un viaggio a Mauthausen proprio per vedere con gli occhi – Pavese avrebbe scritto “toccare con gli occhi” – quello che per mesi avevamo studiato. Mauthausen si presentava con una tozza fortezza immersa nel verde della foresta austriaca, in un luogo paradisiaco, dove il Danubio si ingentilisce nel suo scorrere. Durante quei giorni visitiamo il museo del campo, durante una di queste uscite io finisco in una stanza dove era appena stato rimosso un quadro o qualcosa di simile. Io ne vedo solo l’orma lasciata sul muro. Quel vuoto inizia a turbarmi, mi chiedo che cosa fosse quel quadro, che segreto avesse e che tipo di storia potesse nascondere. Racconto il tutto ad alcuni amici che erano con me durante questo viaggio, ma io non riesco a scriverne niente. In quegli anni non scrivevo nulla, non avevo nessuna velleità artistica. La cosa continuò, però, a girarmi in testa anche negli anni successivi. E una volta durante una notte insonne mi capitò di vedere un documentario o qualcosa di simile, in cui si raccontava di questi souvenir di pelle che i vari gerarchi nazisti si “regalavano” (mi rimase impressa l’immagine di un paralume, che una volta acceso mostrava ben visibili i tatuaggi). In qualche modo nella mia testa il quadro e questi oggetti veri o presunti di pelle umana divennero una cosa sola.

Qui sta il nodo “morale” della gestazione del mio romanzo e riguarda me che immagino queste cose così orrende. Uno si chiede, quando ha certi pensieri, se siano giusti o meno, se abbiano il diritto di essere detti. Non è tanto il come ma il se dirli. Nello stesso tempo sapere che la tua testa elabora immaginazioni del genere e che queste immaginazioni ti paiano pure belle e interessanti, ti porta a chiederti che tipo di persona sei, che tipo di persona hai deciso di essere. In parte ti censuri, in parte ti dici che forse ognuno è quello che è ovvero che il “proprio io non è trattabile”. Così io  mi sono convinto che non sono una bella persona, che c’è in me qualcosa di oscuro, di profondamente brutale e violento, che però – in modo paradossale – viene recepito dagli altri con una chiarezza e un nitore tali da farlo diventare bello e desiderabile.

La mia vita, intanto, procede; mi laureo su Primo Levi e incomincio a collaborare con Bruno Vasari e l’Aned. Questo lavoro, soprattutto la curatela di un libro di Giuseppe Calore, mi ha fatto entrare sempre più in contatto con il tema del lager e con la vita dei testimoni. Quello che mi incuriosiva non era tanto la testimonianza diretta di quello che avveniva nel campo, quanto la materia sui cui loro erano più reticenti: la vita dopo il ritorno. Mi interessavano non solo i dettagli più strettamente psicologici (il trauma del riadattarsi, lo scontro con una società che ripartiva di corsa verso il futuro), ma anche quelli materiali: Come era stato tornare a mangiare? Cosa mangiavano? E lavarsi e farsi una doccia dopo così tanto tempo cosa significava? E perché avevano deciso di prender moglie? E mai tornava loro in mente l’immagine delle compagne scheletriche del campo?

Così una volta durante un convegno su questi temi, dopo una serata a mangiare con gli altri partecipanti e studiosi, tornando in albergo ho pensato a un personaggio, che faceva il tatuatore e che in qualche modo nella mia testa si collegava al quadro che continuava a tormentarmi da anni. Così appena in camera, prendo una penna e un foglio tra quelli della mia relazione per il giorno seguente. Mi appunto quelle poche idee e capisco che ho davanti a me qualcosa di enorme e che non so se voglio iniziare: rimetto a posto le pagine e mi rendo conto che le poche frasi scarabocchiate sono nel recto del foglio in cui è contenuta una lunga e, per me, decisiva citazione di Enea Fergnani.

In quella notte, ero a Salisburgo, decido che se mai scriverò questa storia il protagonista avrà come nome Enea Fergnani. Ora qualcuno ora potrebbe chiedersi: Enea, Bruno, Giuseppe. Molti dei personaggi del mio romanzo hanno nomi di persone realmente esistite e con cui ho avuto legami: sono loro? La risposta è no: nessuno di loro ha detto o fatto quello che io faccio dire o fare nel romanzo a coloro che portano i loro nomi. L’ho spiegato alcune volte nelle interviste, il mio è una sorta di procedimento allegorico, utilizzato per dare una sorta di “potenza” maggiore alle cose che dicevo. C’è dell’altro però, c’è sempre dell’altro: ed è legato ad un senso di prossimità. Io, in questa avventura solitaria, in questo cammino con il mostro che aveva generato la mia testa, avevo bisogno di qualche compagno di viaggio, qualcuno da chiamare per nome, per illudermi almeno della finzione di non essere solo. Così ho fatto. Li ho chiamati per nome, il romanzo è pieno dei loro nomi, con una frequenza che un attento lettore non potrebbe trovare sospetta, ripetuti come una litania, perché in un certo senso loro mi hanno contagiato con le loro storie e con i loro ricordi e io volevo che loro fossero presenti in una sorta di processo di dialogo e di osmosi.

Detto questo pur avendo la storia io non volevo scriverla, credevo di compiere un atto di hybris nel voler prendermi questa libertà di invenzione. Fu così che per molto tempo tenni tutto dentro di me; fino a quando un giorno durante un convegno, presente Bruno Vasari, decisi di iniziare una mia relazione in modo inusuale con una sorta di immaginazione sul lager. Una cosa mia, non legata a nessuna testimonianza. Dopo la relazione Vasari mi avvicinò e mi disse che, in qualche modo, “ero riuscito a farlo ritornare al quel tempo doloroso della sua prigionia, come avessi fatto non lo sapeva ma dovevo continuare”.

Questa investitura per quanto preziosa non riuscì a convincermi del tutto, mi spaventava quello che dovevo scrivere, quello che alla fine sarebbe uscito; mi spaurava perché diceva di me e del mio mondo interiore più di quanto volessi dire. Così per anni ho seminato indizi di questa mia ossessione nelle altre cose che scrivevo (nei romanzi, nei racconti e nei saggi), sperando che questo diminuisse la portata dell’enormità che covavo in me. Niente da fare.

E così un giorno, era il 2008, da poco mia figlia era nata, da poco il mio primo romanzo aveva trovato un editore, mi guardai allo specchio. Avevo costruito una famiglia, avevo fatto un mutuo, avevo appena perduto il mio lavoro come ufficio stampa e facevo il portinaio. Mi trovavo in uno stato d’animo particolare: non mi interessava cosa la gente potesse pensare di me, sapevo che avevo una storia e desideravo solo dirla nel modo migliore e nel modo più doloroso possibile.

E dopo otto anni di scrittura spero di essere riuscito a comunicare ai lettori tutta la bellezza del dolore e del male radicale.

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(Riproduzione riservata)

© Demetrio Paolin

Il libro
Amburgo, 1985. Rudolf Wollmer fa il sindacalista, ha una moglie, un figlio adolescente e l’incubo di un padre scomodo, una ex SS che morendo gli ha lasciato in eredità la casa di famiglia. Deciso a sbarazzarsene subito, ritrova, tra gli oggetti del vecchio, un quadro intitolato La gloria. L’immagine è minacciosa ma nasconde un segreto ancora più terrificante. Nel tempo, la vicenda di Rudolf e del quadro si intreccia con quella di Enea Fergnani ‒ ex prigioniero a Mauthausen sfuggito allo sterminio del lager grazie alla sua abilità artistica e proprietario di un negozio di tatuaggi a Torino ‒ e della giovane modella Ana… Un romanzo sorprendente, dallo stile intenso e nitido, che è anche una riflessione sul rapporto tra vittima e carnefice, su quale sia il confine tra umano e disumano.

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Demetrio Paolin (1974) vive e lavora a Torino. Ha pubblicato il romanzo Il mio nome è Legione (2009), i saggi Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana (2008) e Non fate troppi pettegolezzi (2014) e diversi studi critici su Primo Levi. Ha collaborato con il “Corriere della Sera” e “il manifesto”. Conforme alla gloria, il suo secondo romanzo, esce a sette anni di distanza dal primo.
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