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TOMASI DI LAMPEDUSA E I LUOGHI DEL GATTOPARDO

giugno 7, 2016

Tomasi di Lampedusa e i luoghi del GattopardoTOMASI DI LAMPEDUSA E I LUOGHI DEL GATTOPARDO di Maria Antonietta Ferraloro (Pacini editore)

di Domenico Trischitta

Maria Antonietta Ferraloro, saggista siciliana, svela retroscena interessanti legati a “Il Gattopardo”, il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, soprattutto al soggiorno nel 1943 di tre mesi dello scrittore a Ficarra, in quel momento teatro di battaglia tra i tedeschi in ritirata e le truppe angloamericane che avanzavano.

La ricerca dell’autrice parte dall’analisi di un passo memorabile del romanzo: “il cadavere di un giovane soldato del 5° Battaglione Cacciatori che, ferito nella zuffa di S. Lorenzo contro le squadre dei ribelli era venuto a morire, solo, sotto un albero di limone. Lo avevano trovato bocconi nel fitto trifoglio, il viso affondato nel sangue e nel vomito, le unghia confitte nella terra, coperto dai formiconi; e di sotto le bandoliere gl’intestini violacei avevano formato pozzanghera. Era stato Russo, il soprastante, a rinvenire quella cosa spezzata, a rivoltarla, a nascondere il volto col suo fazzolettone rosso, a ricacciare con un rametto le viscere dentro lo squarcio del ventre, a coprire poi la ferita con le falde verdi del cappottone; sputando continuamente per lo schifo, non proprio addosso ma assai vicino alla salma. Tutto con preoccupante perizia.”

Da qui un’originale e attenta ricerca che apre squarci inediti per capire meglio le motivazioni letterarie che hanno spinto Tomasi a scrivere questa storia, al suo rapporto con i luoghi attraversati in vita, dalla Villa dei cugini Piccolo alle campagne di Ficarra.

-Come parte questa ricerca?
Qualche anno fa vinsi un dottorato di ricerca in Storia della Cultura, presso l’Università di Catania. Non ebbi dubbi. Avevo un’idea, che mi portavo dietro da tanto tempo. Risaliva addirittura alla mia infanzia e alle storie con cui ero cresciuta.  Storie confuse, quasi sicuramente più favolose che reali, che riguardavano Tomasi e Il Gattopardo. Fui fortunata. Avevo poco da proporre: qualche indizio; poche labili tracce; un racconto aggrovigliato, spezzato in più punti e custodito da pochissimi sopravvissuti. Poteva sembrare un’idea balzana. Ma dall’altra parte trovai un interlocutore attento come il Prof. Andrea Manganaro. Mi accordò tempo.

-Lei è originaria di Ficarra e conosce bene quella zona. E’ forse questo il motivo iniziale che la spinge ad approfondire questa comparazione con il testo?
Sì. E’ partito tutto da questo legame profondo con Ficarra, il piccolo borgo in cui ho vissuto sino ai vent’anni.  Qui, nell’estate del 1943, giunse un uomo amareggiato, segnato da mille sconfitte e molto provato dalla nuova guerra.  Vi si fermò appena tre mesi. Era un principe decaduto: si chiamava Giuseppe Tomasi di Lampedusa e dieci anni dopo avrebbe scritto uno dei capolavori più amati del Novecento. L’esiguità del soggiorno ficarrese ci ha tratto tutti in inganno. In realtà, complice la particolarissima congiuntura storica che ricostruisco nel mio libro, quel breve periodo lasciò una traccia profonda dentro lo scrittore. Infatti, durante la fase di stesura del Gattopardo, Tomasi recuperò memorie e suggestioni di quei giorni. Un esempio su tutti. Ha robuste radici ficarresi l’ideazione di uno degli episodi di maggior rilievo e tra i più studiati del romanzo, quello legato al ritrovamento nel giardino di Villa Salina del cadavere di un soldato borbonico. Ma il gioco letterario non si arresta di certo qui. Ficarra dà un suo contributo anche a livello di sistema di personaggi.

-Che tipo di intellettuale era Tomasi di Lampedusa?
Un uomo coltissimo e dalla memoria prodigiosa: un “Mostro” di sapienza e intelligenza – si firmava così, ricorrendo a questo epiteto, nelle lettere che indirizzava ai cugini Piccolo, negli anni ’30. Però, solo in anni recenti, grazie alle ricerche di tanti studiosi e all’importante contributo di Gioacchino Lanza Tomasi, è stato possibile ricostruire la sua vera anagrafe culturale. Per moltissimo tempo, questo scrittore è stato semplicemente visto come il fortunato «autore di un unico libro», la definizione è di Montale, che comunque, la rinnegò presto. La nascita del Gattopardo non ha nulla di miracoloso. Tomasi era un intellettuale straordinario e un lettore onnivoro, attento e raffinato. Padroneggiava varie lingue. Aveva letto tutti i classici. Ma conosceva anche -come pochi, a quel tempo- i protagonisti della grande letteratura europea. I maestri del Modernismo, Joyce, la Wolff, Eliot, Proust, non avevano per lui alcun segreto.

-Secondo lei era consapevole del fatto che non fosse considerato un autore attuale? Che seguisse quel suo personale vezzo di cultura sterminata che lo isolava dal resto del mondo?
Era una persona che si trovava a suo agio più tra i libri che tra gli altri uomini.  Per indole, era schivo e avvezzo al silenzio. Poi, i rovesci dell’esistenza lo resero ombroso. Non dimentichiamo che apparteneva a una delle più antiche casate nobiliari palermitane. Ma dopo un’infanzia e una giovinezza dorata, da “giovin signore”, si ritrovò indigente. Il tempo della maturità fu terribile. Beghe familiari corrosero il suo patrimonio, già fortemente intaccato dal padre.  Le guerre gli portarono via persino le case: la sua; il castello della moglie. Il cinismo dietro cui si rifugiava, era il fragile paravento che doveva proteggere il suo animo ferito. Aveva piena coscienza di essere un grande intellettuale, ce lo raccontano i Carteggi e le Lezioni. Credeva molto nelle potenzialità del Gattopardo. Ma il libro venne pubblicato postumo, dopo essere stato rifiutato da più editori. Penso che si sia consegnato alla morte da uomo sconfitto.

-Come ha reagito la comunità di Ficarra alla sua pubblicazione?
Il libro è il frutto di una ricerca storica, documentaria e letteraria che è durata cinque anni.  Ficarra si è sempre raccontata le storie su Tomasi e Il Gattopardo, sui Piccolo di Calanovella. Era un “cunto” affascinante, parte integrante di una memoria collettiva paesana. Io ho cercato di ricostruire in maniera rigorosa quel soggiorno e di collocarlo entro la biografia umana e letteraria di Tomasi. Il libro ha avuto presto riscontri importanti.  É stato finalista al Brancati; è andato in ristampa a pochi mesi dalla pubblicazione; viene studiato all’Università. Sta incuriosendo anche studiosi e critici stranieri. Gioacchino Lanza lo ha definito “Un saggio pieno di novità”. I turisti sono arrivati quasi subito. E insieme a loro, i primi tour operator. Oramai Ficarra viene considerata, come è giusto che sia, a tutti gli effetti, un “luogo” gattopardiano. E’ un borgo molto bello, ricco di tradizioni ed arte, particolarmente interessante da un punto di vista naturalistico e paesaggistico, si farà trovare pronto per questa nuova avventura.

-Sono così determinanti i luoghi di appartenenza per uno scrittore?
Per uno scrittore come Tomasi, sì. I luoghi erano la sua radice d’identità. La vita gli aveva sottratto tutto, gli si era rivolta contro con una ferocia inaudita. Gli aveva portato via soldi, prestigio sociale; le case dei suoi avi. Si aggrappava alla memoria dei luoghi, come un naufrago a un pezzo di legno. In fase di stesura del romanzo, Palermo, Santa Margherita del Belice, Palma di Montechiaro, Capo d’Orlando e persino il piccolo borgo di Ficarra divennero semi narrativi: divennero la cartografia narrativa del romanzo; portarono con sé personaggi; episodi; ambienti.

-Ficarra è presente anche nella vita personale del cugino Lucio Piccolo. Cosa ne pensa?
Ficarra torna con costanza nella vita di Lucio Piccolo. Abitualmente, il poeta, abitava a Capo d’Orlando, in quello splendido buen retiro che era Villa Vina. Ma raggiungeva assai spesso il borgo, il cui territorio ricadeva nei vasti possedimenti della sua famiglia. Fu lui, nell’estate del 1943, a suggerire a Tomasi, suo cugino da parte di madre, di rifugiarsi in quel paese, pensando che l’orrore del conflitto non sarebbe mai arrivato sino a lì. A Ficarra, Lucio prese moglie; in quei luoghi sarebbe cresciuto il suo unico figlio.  Il paese attraversa anche i suoi versi: vibra in quelli più aspri –i rapporti affettivi, con la compagna, rimarranno sempre per lui una ferita aperta; si scioglie in note di malinconia dinanzi a certi paesaggi.  A Ficarra, fece persino da cicerone a Leonardo Sciascia, che fu tra i primi a intuire quanto fosse forte il legame tra certi scrittori e certi luoghi e che voleva sapere se pure quel paesino fosse finito dentro il Gattopardo.

-Può parlarci del suo prossimo progetto?
Il Principe mi ha letteralmente travolto. Gli impegni legati a questo primo libro non accennano a diminuire. Lavoro a rilento a un nuovo saggio. Spero di  trovare un po’ più di tempo per occuparmene.

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