Home > Autoracconto d'autore (l'autore racconta il suo libro) > SALVATORE BASILE racconta LO STRANO VIAGGIO DI UN OGGETTO SMARRITO

SALVATORE BASILE racconta LO STRANO VIAGGIO DI UN OGGETTO SMARRITO

giugno 10, 2016

SALVATORE BASILE racconta il suo romanzo LO STRANO VIAGGIO DI UN OGGETTO SMARRITO (Garzanti)

Salvatore Basile

di Salvatore Basile

Per iniziare, devo ammettere che, in tutta questa storia legata al mio primo romanzo, la prima cosa smarrita e poi ritrovata è stata la fretta.  L’avevo persa intorno agli undici mesi di vita. Testimoni oculari tuttora vivi e vegeti, infatti, possono confermare che a soli nove mesi muovevo già i primi passi e che, intorno ai dieci, io abbia pronunciato la mia prima parola: “Ida”.
Era il nome della mia nonna paterna.
Mia madre si sentì tradita, inutile sottolinearlo. Per molti anni mi ha rinfacciato la precoce impresa: “Ma come, ti metti a parlare per la prima volta e invece di dire ‘mamma’ chiami mia suocera?”.  Non credo me l’abbia mai perdonata.
Comunque, era chiaro che io andassi di fretta, sia nel camminare che nel parlare. Poi avvenne un fatto, proprio intorno agli undici mesi. Nel bel mezzo di un agosto assolato, come gli stessi testimoni oculari giurano, pare che io abbia pronunciato la parola: “appetta”.
Che poi voleva dire: aspetta. È probabile , quindi, che dopo la fretta iniziale io abbia cominciato ad apprezzare la lentezza. Da quel momento, infatti, la mia vita si è svolta in un perenne ritardo.
A 25 anni ho capito che non mi sarei mai laureato in Medicina e Chirurgia nonostante un buon numero di esami superati, naturalmente in ritardo.
Ho dovuto attendere i 36 anni per scoprire che non ero affatto portato per il lavoro di ufficio e così ho iniziato a scrivere sceneggiature a 37 anni suonati.
Seguendo un percorso di coerenza, ho iniziato a fumare a 41, mi sono sposato a 43 e ho avuto la mia prima figlia a 44 anni, ma solo grazie alla determinazione e alla velocità di mia moglie.
Evidentemente, però, accumulare i suddetti ritardi non mi bastava.
E così ho deciso di esordire alla regia televisiva a 52 anni e di iniziare a scrivere il mio primo romanzo alle soglie dei 59.
A questo punto, non sarà affatto sorprendente sapere che ho raccontato la storia di un uomo in ritardo con la vita, che colleziona oggetti smarriti e che decide di abbandonare le sue abitudini e di mettersi in viaggio per ritrovare sua madre sparita più di vent’anni prima.
Per una strana legge di compensazione, la storia che ho raccontato si svolge nell’arco di soli dieci giorni e, quindi, abbastanza in fretta. Ciò non mi ha provocato scompensi rilevanti, anche perché ho impiegato quasi dieci mesi per scrivere di quei dieci giorni. Mi è sembrata una proporzione accettabile.
Ma torniamo al ritrovamento della fretta smarrita. Ricordo benissimo: passeggiavo in riva al mare e, all’improvviso, ho sentito l’urgenza di dare il via alla scrittura del romanzo che, già da un po’ di tempo, fermentava lentamente nella mia mente che mi ostino ancora a reputare sana.  Quindi sono corso a casa (correre è un termine azzardato, considerando la mia età. Diciamo che sono rientrato in fretta, appunto.), mi sono seduto al computer e ho inaugurato il file del romanzo.
La prima parola mi ha preoccupato: “Mamma…”. Virgolettato. Dialogo.
“Non devi scrivere da sceneggiatore,” – mi sono detto – “stai attento.”
La donna si volta, sorpresa.
Ecco, la seconda frase non era un dialogo. Mi sono tranquillizzato.
Terza frase: “Michele…”.  Virgolettato. Dialogo. Ci risiamo.
Stavo per rinunciare, ma poi le cose sono precipitate e sono andato avanti.  A poco a poco, ho capito la differenza sostanziale tra la scrittura a cui ero abituato e quella, completamente nuova, del romanziere.  Invece della solita narrazione lineare (orizzontale e verticale, talvolta obliqua), infatti, ho iniziato a raccontare in forma sferica.  Ogni passo dello strano viaggio prendeva mille direzioni: avanti, indietro, sopra, sotto… ma soprattutto “dentro” e “intorno”.  Ogni frase, ogni gesto di Michele – il mio protagonista – ruotavano intorno ai suoi pensieri, ai suoi ricordi, ai sentimenti, alle gioie vissute e smarrite, alle paure e alle speranze sopite che, a loro volta, riempivano lo stesso Michele. Ma, allo stesso tempo, gli stessi ricordi, sentimenti, e tutto il resto, erano avvolti da un mondo che li conteneva e che si generava parola dopo parola.
Poi, c’era il tempo. Il tempo del racconto testimoniava un presente che era intriso di passato. E presente e passato appartenevano alla stessa sfera, l’uno generava e giustificava l’altro e viceversa.
C’era di che impazzire e, quindi, rinunciare di nuovo.
Ad aggravare il tutto, ci si è messo anche l’imprevedibile. La storia che avevo in mente era dotata di un movimento iniziale molto semplice e chiaro: un bambino vede sua madre partire sul treno.  La donna porta con sé il diario del figlio, promettendo di restituirglielo.
Dopo più di vent’anni, quel bambino è diventato un uomo ma la madre non è più tornata. Però torna il diario, da solo, su quello stesso treno. E ciò spingerà il povero Michele al viaggio e alla ricerca di sua madre.
Oltre a ciò volevo testimoniare che non solo gli oggetti si possono smarrire.  Si smarriscono, nel tempo e col tempo, anche i ricordi, i profumi, i sapori, i luoghi dell’infanzia, le parole ascoltate nel corso della vita, la persone che abbiamo amato.
E tutto ciò ci rende, a nostra volta, smarriti.  Semplice, vero?

Invece, mentre Michele è lì a prepararsi una stracciatella in santa pace, qualcuno bussa alla finestra della sua casa, incastonata all’interno della stazione ferroviaria.
È sua madre? No, certo.  È il diario che, prima o poi, dovrà tornare, non certo la madre di Michele.
“E allora chi è a bussare? I diari mica bussano.” – mi sono chiesto mentre quel qualcuno si ostinava a chiedere di entrare, sia in casa che nella storia.
Incuriosito, mando Michele ad aprire la porta e, lui e io, ce la ritroviamo davanti.
È una ragazza.
“E mo’ chi è questa? ” – mi chiedo. Anzi, lo faccio chiedere a Michele e lei gli risponde:
“Mi chiamo Elena. ”
Ecco, Elena è arrivata mentre neanche io, il legittimo “proprietario” della storia, l’aspettavo.  Il tempo di presentarsi ed è entrata nel racconto a valanga, col suo modo di parlare a raffica, col suo entusiasmo che faceva da contraltare alla silenziosa, rassegnata disperazione di Michele.
L’ho lasciata fare, sorpreso e destabilizzato come lo stesso Michele. E dopo un po’, ho capito per quale motivo Elena si fosse presentata alla porta della stazione ferroviaria di Miniera di Mare: per testimoniare che il dolore può annientare, portare alla resa, farci smarrire e rinchiudere in una roccaforte contornata da altissime palizzate, come è accaduto a Michele… ma può anche essere, invece, il trampolino di lancio verso un nuovo entusiasmo, una ritrovata fiducia nella vita.
E così, mentre Michele è sfuggito al dolore, arrendendosi alla negazione di ogni speranza, Elena l’ha affrontato. L’ha guardato negli occhi. Poi si è immersa nel suo pozzo profondo e nero. E quando è arrivata sul fondo, è riuscita a riconoscerlo. A dargli un nome e un volto, prima di risalire in superficie.   E quando è riemersa dal pozzo nero, ha scoperto che il dolore fa male, ma non uccide. E che eluderlo, per paura di soffrire, equivale a sopravvivere. Solo a sopravvivere.
E allora benvenuta, Elena. Ora aiutami a schiodare Michele dalla sua stazione, mi sono detto. E lei l’ha fatto per davvero. È riuscita a farlo montare sul treno per affrontare lo strano viaggio.

E anche il viaggio è stato pieno di sorprese. Così com’è arrivata Elena, altri personaggi si sono presentati sul cammino: la donna dai capelli viola, Serena, Erastos, Luce e Gianni col suo orso bianco.  Li ho conosciuti e accolti insieme a Michele e ciascuno di loro ha dato il proprio contributo alla crescita, sia del romanzo che dello stesso protagonista.
Di conseguenza è accaduto che mentre scrivevo avevo la sensazione di ritrovarmi.
Era come se le pagine che si sommavano, mi restituissero parti di ciò che avevo smarrito: ricordi, profumi, sapori, luoghi dell’infanzia, parole ascoltate nel corso della vita, persone che avevo amato e frequentato.

Detto fra noi (perché lo so che non posso cavarmela in questo modo e che se tacessi alcune cose farei un torto a chi ha avuto la pazienza di leggere fino a questo punto e quindi merita almeno una rivelazione come ricompensa) a metà romanzo è accaduta un’altra cosa che oserei definire curiosa.
Mi sono accorto, infatti, che in fin dei conti Elena sono io.
E che l’avevo evocata, inconsciamente, per poter, io stesso, partecipare alla storia che stavo scrivendo. Lei è una ragazza, certo. Io un uomo di sessant’anni.  Ma abbiamo in comune proprio quel modo di affrontare e superare il dolore.
Il mio è arrivato a ciel sereno quando avevo 28 anni e credevo di essere invulnerabile, così come credevo che lo fossero le persone che mi erano accanto. Mi ha colto impreparato, mi ha schiantato al suolo come un pugile colpito da un diretto in pieno viso.
Mi sono arreso per un po’, incapace di rialzarmi e guadagnare di nuovo il centro del ring.  Ma poi, proprio come Elena, ho ricordato il “patto della felicità” che avevo stipulato con la vita quando ero un bambino. E allora, mentre l’arbitro stava per terminare il conteggio del K.O., sono riuscito a rialzarmi. E ho capito che certi pugni fanno male, ma non uccidono. E che se rifiuti di prenderli in pieno viso, non imparerai mai a incassare e a vincere il match.
Sia chiaro: il match non l’ho ancora vinto e forse non lo vincerò mai. Ma, mentre continuo a combattere, spero sempre di sferrare il pugno vincente.
L’ha capito anche Michele. Ma l’ha fatto a modo suo. Com’è giusto che sia.

(Riproduzione riservata)

© Salvatore Basile

* * *

Il libro
Il mare è agitato e le bandiere rosse sventolano sulla spiaggia. Il piccolo Michele ha corso a perdifiato per tornare presto a casa dopo la scuola, ma quando apre la porta della sua casa nella piccola stazione di Miniera di Mare, trova sua madre di fronte a una valigia aperta. Fra le mani tiene il diario segreto di Michele, un quaderno rosso con la copertina un po’ ammaccata. Con gli occhi pieni di tristezza la donna chiede a suo figlio di poter tenere quel diario, lo ripone nella valigia, ma promette di restituirlo. Poi, sale sul treno in partenza sulla banchina.
Sono passati vent’anni da allora. Michele vive ancora nella piccola casa dentro la stazione ferroviaria. Addosso, la divisa di capostazione di suo padre. Negli occhi, una tristezza assoluta, profonda e lontana. Perché sua madre non è mai più tornata. Michele vuole stare solo, con l’unica compagnia degli oggetti smarriti che vengono trovati ogni giorno nell’unico treno che passa da Miniera di Mare. Perché gli oggetti non se ne vanno, mantengono le promesse, non ti abbandonano.
Finché un giorno, sullo stesso treno che aveva portato via sua madre, incastrato tra due sedili, Michele ritrova il suo diario. Non sa come sia possibile, ma Michele sente che è sua madre che l’ha lasciato lì. Per lui.
E c’è solo una persona che può aiutarlo: Elena, una ragazza folle e imprevedibile come la vita, che lo spinge a salire su quel treno e ad andare a cercare la verità. E, forse, anche una cura per il suo cuore smarrito.
Questa è la storia di un ragazzo che ha dimenticato cosa significa essere amati. È la storia di una ragazza che ha fatto un patto della felicità, nonostante il dolore. È la storia di due anime che riescono a colorarsi a vicenda per affrontare la vita senza arrendersi mai. Salvatore Basile ci regala una favola piena di magia, emozione e speranza. Un caso editoriale che ha subito conquistato il cuore di tutte le case editrici del mondo, che se lo sono conteso acerrimamente alla fiera di Francoforte. Una voce indimenticabile, che disegna un sorriso sul nostro cuore.

* * *

Salvatore Basile è nato a Napoli e vive a Roma, dove fa lo sceneggiatore e regista. Ha scritto e ideato molte fiction di successo. Dal 2005 insegna scrittura per la fiction e il cinema presso l’Alta Scuola in Media Comunicazione e Spettacolo dell’Università Cattolica di Milano.

* * *
Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: