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TERRA BIANCA di Davide Piras (un estratto)

giugno 22, 2016

Pubblichiamo un estratto del romanzo TERRA BIANCA di Davide Piras (Perrone editore)

Layout 1
Il canto del gallo si propagò nella stanza e dissolse le ultime
ombre della notte. L’alba lanciava bagliori scarlatti che
esplodevano davanti a me come granate di sangue. Mi stropicciai
gli occhi. Mi dolevano e sembrava che durante la notte
ci avessero versato dentro due mestoli di sabbia fina. Giulio
dormiva ancora.
Mi giunse il crepitio dei passi di Nerina. Guardai i miei
abiti imprestati, sistemati sopra la sedia di fianco al letto, e
pensai che mi avrebbero ripreso pure quelli. Un inevitabile
rigurgito di terrore bambinesco mi cacciò fuori dalla bocca
parole inconcepibili. «Mi faranno andare nudo dalle suore!».
Gradino per gradino, la sagoma di Nerina sorse oscura,
un sole nero che ai miei occhi emanava gelo e fasci malvagi.
Entrò nella stanza e mi trovò già seduto sul letto. «Sei mattiniero
oggi, Saverio».
«È per prepararmi in fretta, così non disturbo più». Mi
sentivo afflitto.
Nerina si avvicinò e si sedette di fianco a me. «Tu non ci
hai disturbati affatto», e mi passò le sue dita attraverso i capelli
mossi e scuri. Indicai preoccupato la roba sulla sedia.
«Posso tenerla?».
Nerina corrucciò la fronte. «Mi ferisce che tu mi faccia
questa domanda, Saverio». Il tono della sua voce si era inasprito.
«Perché?» risposi di getto, ignaro della mia colpa.
«Ti sembriamo gente che ti manderebbe nudo per strada?
Ti abbiamo fatto mancare qualcosa?».
Rimasi in silenzio, conscio di aver esagerato con le mie
angosce.
«No, non mi avete fatto mancare niente. Con babbo stavo
bene nella nostra barca, qui però mi sembrava la mia famiglia».
La compostezza di Nerina traballò e la vidi commuoversi.
Mi tirò verso di lei e mi abbracciò forte prima di piangere sul
mio petto. «Oh, Saverio!» esclamò con una dolcezza che avevo
atteso per lunghi anni, nelle notti solitarie dai frati, quando
mio padre solcava il mare in burrasca per procurarmi da
mangiare.
In cucina trovai la solita tazza di caffè d’orzo con il latte
e il pane abbrustolito. Giovanni s’imbuco con un’improvvisata.
I suoi occhi espressivi avevano una luce cordiale che le sopracciglia
folte abbuiavano. «Fate colazione, poi, come avevo
promesso a Saverio, andremo a visitare la fabbrica delle bibite
». Si aprì in un sorriso che gli solcò la fronte di rughe irregolari.
Ero combattuto sul motivo di quella gita non programmata.
Dentro di me speravo che la fabbrica delle bibite rappresentasse
il simbolo di un sodalizio che mi avrebbe mantenuto
per sempre in quella casa. Eppure temevo che Giovanni
intendesse portarmi lì solo per mantenere la sua promessa
prima di condurmi all’orfanotrofio.
Consumai il caffellatte con meno ingordigia. L’ansia mi
aveva annodato le budella e chiuso lo stomaco. Anche Giulio
rivoltava stancamente il pane abbrustolito nel latte.
Alle sette e trenta eravamo fuori da casa. Giunti all’angolo,
Giovanni diede uno sguardo fugace all’asilo e deviò nella
direzione opposta. Anch’io gli lanciai un’occhiata di sottecchi:
il fabbricato mi parve più triste di quel che ricordavo.
Camminavo di fianco a Giovanni. Gli zoccoli di legno
che mi aveva regalato Nerina scoppiettavano simulando il
trotto di un cavallo. Non appena lei si era voltata, Giulio aveva
abbandonato i suoi dietro lo stipite della porta. Detestava
ogni tipo di calzatura e a furia di correre scalzo sulla terra e il
pietrisco, le piante dei piedi gli erano venute più dure della
cotenna dei cinghiali. Quella mattina era silenzioso; i suoi
sguardi passavano rapidamente da me a suo padre, ci stava
studiando.
«Vedrai che roba, Saverio!» esclamò Giovanni, senza voltarsi
a guardarmi. In quel momento, a me, della fabbrica delle
bibite non importava nulla. I miei occhi non vedevano la strada,
inseguivano immagini che si accavallavano in uno strato
confuso di pensieri: stanze fredde e buie, bambini ammassati
in un refettorio, suore con mani scheletriche e nerbi pronti a
fustigare. Giulio mi prese a braccetto. «Hai f-f-freddo?».
La mia pelle era ruvida, carta vetrata. «No, sto bene!» risposi
dissimulando.
Non ci fu alcun salamelecco tipico dei venditori che mirano
a ingraziarsi gli acquirenti. Trovai molto garbati i modi
di Fausto e risposi al saluto con un’alzata di mano e un sorriso.
«Vedi, Saverio, lui è il padrone della fabbrica. Sembra un
poveraccio ma è laureato da farmacista e dovresti vedere i soldi
che ha».
Fausto mi fece l’occhiolino e finse di dare un pugno sullo
stomaco di Giovanni che si ritrasse. «Non ascoltare le vaccate
di Giovanni, è la vecchiaia che avanza a fargli dire certe cose».
In enormi giare di terracotta veniva raccolto il siero degli
agrumi freschi. La limonata, il chinotto e l’aranciata si fabbricavano
utilizzando il succo spremuto dagli agrumi addizionato
di zucchero e anidride carbonica. La spuma e la gassosa,
invece, si ottenevano versando nell’acqua delle bustine di
preparato che arrivavano dal continente. L’acqua ribolliva
con effervescenza fino a che la polverina non si scioglieva;
un’agitata energica e il gioco era fatto. Giulio si fece fuori due
spume e una gassosa, io mi limitai a una sola aranciata.
Prima d’andar via, Giovanni cercò il mio sguardo. «Ti è
piaciuta la fabbrica?».
«Sì!».
«Ci torneremo spesso. Bevo parecchia gassosa, io».
Giulio rispose per me. «Ma le suore lo lasceranno v-v-venire?».
Giovanni s’inginocchiò per un faccia a faccia e mi prese delicatamente
entrambe le spalle. «Saverio, se non vuoi più andare
dalle suore puoi stare da noi». Mi fissava dritto negli occhi.
«Per sempre?» domandai.
Giovanni incrementò la sua stretta. «Per sempre!».

* * *

Il libro
Layout 1Parigi, 1970. Il passato per Saverio è un luogo inospitale. Lo teme. Lo abbandona ai margini di una vita che muta ogni giorno, in una città che in nulla assomiglia alla sua terra. Quando giunge nel suo studio una lettera misteriosa proveniente dalla Sardegna, Saverio è costretto ad affrontare la propria storia e a contare il tempo che lo separa da ciò che è stato e che ora, ineluttabilmente, torna a chiedere un riscatto.
Sono passati venti lunghissimi anni. È il 1943: Cagliari viene distrutta dai bombardamenti avvenuti nella Seconda guerra mondiale. Tra gli sfollati c’è anche il piccolo Saverio, rimasto orfano. Gli eventi lo portano a Terralba, dove incontra Giulio, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down. Giulio e la sua famiglia accolgono Saverio in casa, donandogli una nuova vita che il piccolo credeva d’aver perduto alla morte dei genitori. Ma un giorno tutto cambia e il normale scorrere degli eventi si ferma: Saverio si macchia di una colpa inconfessabile che lo perseguiterà per tutta l’esistenza e che, quando sarà forse troppo tardi, lo riporterà a casa, nel paese dalla terra bianca.
Una storia d’amore fraterno, di perdita e liberazione, di innocenza e feroce età adulta.

* * *

Giovanni Davide Piras è nato a Oristano nel 1981 e risiede da sempre a Terralba. È autore del romanzo “Petali di piombo”, edito nel novembre 2012 dalla casa editrice “0111 edizioni” di Varese. Finalista al premio letterario CartaBianca 2013 con il racconto inedito “Sogno infinito”, pubblicato nell’antologia “Il clavicembalo ben temperato”, edizioni Thapros. Fa parte dell’associazione Lìberos.

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