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PANTELLERIA, L’ULTIMA ISOLA di Giosuè Calaciura (intervista)

giugno 23, 2016

PANTELLERIA, L’ULTIMA ISOLA di Giosuè Calaciura (Laterza)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Domenico Trischitta

Ho conosciuto Giosuè Calaciura leggendo un suo racconto pubblicato in un’antologia di scrittori meridionali curata da  Goffredo Fofi più di vent’anni fa. S’intitolava “Meglio comandare che fottere”, mi fu sufficiente per leggere i romanzi “Malacarne” e “Sgobbo”. Inizia così la mia scoperta di questo scrittore palermitano, dallo stile ammaliante e originale, caratterizzato da una forte componente poetica che rende la sua prosa incisiva e definitoria. Lo ritrovo adesso con una pubblicazione che dovrebbe essere una guida dell’isola di Pantelleria, e con sorpresa scopro che si tratta di un romanzo, sulla categoria di isola e isolani, sulla forza evocativa di un lembo di terra, tra i più precari del Mediterraneo, una sorta di isola ferdinandea che ha avuto la sfacciataggine di mostrarsi agli uomini, e di farsi gioco a loro piacimento. Ma dettando lei stessa le regole di adattamento, affascinando navigatori e conquistatori con la sua tempra di terra rude che non si piega agli esseri umani e neanche alle intemperie atmosferiche che l’hanno modellata con la forma di un grosso rettile di lava nera. Nelle pagine di Calaciura Pantelleria diventa categoria dell’anima, luogo di storie e storielle che hanno attratto pirati feroci come Dragut o scrittori come Garcia Marquez che ne ha fatto un’altra Macondo. In questo scenario scalpitano i fantasmi di asini panteschi, fioriture miracolose di capperi e l’odore del mosto di zibibbo più inebriante al mondo, e dalla pietra vomitata dal vulcano i celeberrimi dammusi che hanno incantato, come sirene, stilisti alla moda e attori. E’ la Pantelleria di Calaciura, la sua isola che non c’è, che può stravolgere il suo destino con un’improbabile nevicata: “Tre giorni è durato il miracolo della neve. Restavano chiazze dov’era più freddo, all’ombra, protette dai venti che avevano ripreso le rotte. A poco a poco la natura dell’isola ha ricomposto la sua latitudine e i colori della pietra e del vulcano sono tornati padroni. I ragazzi nei primi giorni di gennaio hanno cercato ancora la neve. E si sono commossi scoprendola a mucchi nella custodia di pietra dei jardini. Dal mare arrivava profumo di salsedine, di Africa, di una nuova primavera.”

Calaciura, ci parla della sua Pantelleria?
Pantelleria_particolareL’innamoramento per Pantelleria è per me recente. Da pochi anni la frequento con maggiore costanza. Sono cresciuto nelle isole Egadi, tra Marettimo e, soprattutto, Levanzo.  Ma non ho avuto dubbi quando Laterza mi ha proposto un libro per la collana “contromano”: Pantelleria!
E’ un’isola diversa dalle altre “minori” siciliane. Unica. Le altre, bellissime, sembrano vivere però una sola stagione, quella del consumo turistico agostano, come se da settembre si congelassero in una cartolina di estate perenne. Pantelleria, isola fortemente agricola, vive tutte le stagioni. Mi ha colpito e rapito la fatica, la bellezza delle coltivazioni –la coltura dello Zibibbo è la prima e unica pratica agricola al mondo protetta dall’Unesco; i capperi di Pantelleria sono gli unici con il marchio Igp, indicazione geografica protetta – l’intelligenza centenaria delle soluzioni in un’isola dove non piove per 300 giorni all’anno e il vento fa sentire sempre la sua instancabile voce. Fatica e intelligenza sono diventate paesaggio, estetica, qualità della vita. Sono l’isola. La prima volta che vidi Pantelleria pensai subito al film documentario di Robert Flaherty “L’uomo di Aran”: ecco, Pantelleria ha la stessa qualità, caparbietà, consapevolezza che alla Natura estrema l’uomo può opporre solo la sua intelligenza.

Secondo lei, è l’isola minore che più di tutte conserva le sue tradizioni?
Il devastante incendio dei giorni scorsi ha bruciato boschi centenari, ha reso brulla una terra che affida alla vegetazione la sua stessa sopravvivenza geologica: senza radici l’isola franerebbe a mare portando con se’ la sapienza e il sudore millenari che hanno strappato alla lava, al vulcano pietra dopo pietra, terra coltivabile. Ma chi ha appiccato gli incendi ha soprattutto voluto colpire quell’autonomia autarchica, il coraggio di essere soli nello sprofondo del Mediterraneo, a guardia di due Continenti, ha voluto bruciare in un colpo solo quella voglia di affrancarsi, ha voluto piegare la forza di un’identità. Chi ha appiccato il fuoco ha voluto ancora una volta ribadire che anche in questo margine del margine d’Europa, in questa briciola di Sicilia più prossima all’Africa che all’isola madre, pesa l’ipoteca della maledizione siciliana dei ricatti, dell’interesse di pochi a scapito di tutti, dell’indifferenza. Indifferenza persino verso se stessi e la propria terra. Davvero il peccato più odioso.

Il suo prossimo progetto di scrittura?
E’ un periodo di scrittura intensa. Nei prossimi mesi usciranno un paio di libri di cui non voglio anticipare nulla. Ma è una scrittura che torna a Palermo, alle sue contraddizioni più profonde, alla necessità di essere ancora raccontata. Per troppi anni l’omertà, corollario di una mafiosità che si credeva antropologica, si è estesa anche all’immaginazione di Palermo, alla sua fantasia, al racconto della sua epica. Una città che si è negata persino alla metafora. Ed è proprio a Palermo che la scrittura acquista un valore simbolico più evidente, direi una necessità civile. E’ poi, ancora un progetto, assai impegnativo. Ma non ne parlo anche per scaramanzia.

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Giosuè Calaciura, scrittore e giornalista, è tra gli autori della trasmissione Fahrenheit di Radio Tre.

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