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LUCA DONINELLI racconta LE COSE SEMPLICI

luglio 2, 2016

LUCA DONINELLI racconta il suo romanzo LE COSE SEMPLICI (Bompiani) – Premio Selezione Campiello 2016

di Luca Doninelli

Anche se mi sta accadendo spesso, è sempre strano per me dover parlare di questo libro. Dopo tanti anni di lavoro, tutto ciò che posso dire legittimamente al suo riguardo è già, in qualche modo, contenuto nel libro stesso.
Per raccontare Le cose semplici dovrei, ragionevolmente, cominciare dalla storia principale, centrata sull’amore tra Chantal Terrassier, giovanissimo genio della matematica, e un non meglio identificato Dodò (che non è il suo nome ma solo il soprannome che lei gli ha dato, e che è il solo che, con buona ragione, io ammetto nel romanzo).
In realtà la storia (con tutte le infinite storie che la intrecciano) è stata qualcosa che ho incontrato per strada, mentre affrontavo un altro problema, più radicale. Si può dire, anzi, che tutte le scelte narrative (dalle vicende alla fisionomia dei personaggi al tipo di prosa adottato fino all’ambientazione o location) obbediscano a quel problema principale e in qualche modo ne conseguano.
Il problema di cui parlo riguarda la natura, la forma del Romanzo come tale. In seguito ad alcuni eventi non piacevoli mi ero reso conto di non avere mai scritto un vero romanzo, ma solo testi narrativi più o meno lunghi. Questo dipendeva da molti motivi, tra cui non ultimo un fraintendimento di fondo che mi pareva (e mi pare tuttora) di vedere a proposito di questa forma difficile e poco duttile di fronte alle esigenze del mercato.
Le cose sempliciIl tentativo di ridurre il romanzo a un prodotto di mercato (con risultati anche eccellenti) ne ha modificato la forma, trasformandolo in uno spazio dentro il quale si mette in gioco l’abilità dello scrittore (il suo ego regale) di costruire un intrigo solido e avvincente.
Nulla contro questa concezione, però a mio parere il romanzo è qualcosa di più. Il romanzo è una voce meno personale, meno ego-centrica, più universale, o se vogliamo più collettiva, è un luogo in cui precipita una molteplicità di narrazioni, di voci, di soggetti, è un campo aperto dove i pensieri, le filosofie, i “credo”, le politiche, i campi del sapere si fronteggiano in una battaglia che deve essere al tempo stesso illuminata e cieca. Il romanzo è un buco (come si definisce un buco?, come l’assenza di qualcosa o come una presenza inquietante?, esiste un gene dei buchi?, un gene dell’assenza?) che però richiede un progetto minuzioso affinché il mondo vi precipiti dentro.
Si trattava innanzitutto di mettere me stesso, tutto me stesso, in discussione: quello che pensavo, credevo ecc. doveva scontrarsi con ciò che pensavano e credevano altri, o con ciò che non avevo mai pensato io stesso. Il romanzo è plurale innanzitutto come soggetto: è una composizione a più voci, dove l’io (a partire da quello del narratore stesso, cioè il sottoscritto) non è mai uguale a sé stesso. Insomma mi spiace per l’amato DFW, ma io la penso come Michel Foucault, che lui odiava.
L’idea di ambientare la storia in un futuro prossimo dove il mondo come lo conosciamo oggi si è sfaldato per l’indebolimento progressivo, fino al crollo, del Patto Sociale non nasceva da chissà quale fantasia apocalittica (odio le apocalissi, tranne il brano che ho posto in epigrafe al romanzo) ma dalla necessità di porre tutte le vicende in un campo aperto, non protetto.
La vicenda centrale è venuta quasi da sé: i due innamorati stanno per vent’anni alle due estremità di un buco immenso: l’Oceano, che il crollo della civiltà ha restituito alla sua inviolabilità. Dentro questa vicenda d’amore precipitano tante storie, tanti volti. Non ho avuto bisogno di progettare i diversi personaggi, arrivavano da soli. A me era chiesto, l’ho già accennato, di tenere insieme, come direbbe Jacques Derrida, la visione e la cecità, la capacità di guardare l’orizzonte degli eventi ma anche quello di non-attenderli, di non-prevederli (un evento previsto non è più un evento).
Negli anni in cui ho lavorato a questo romanzo mi sono reso conto che un romanzo non è innanzitutto un “affresco” (della civiltà, della società ecc.) ma piuttosto una similitudine: tra la storia e la Forma da un lato e tra la Forma e il cosmo dall’altro. Un romanzo ha bisogno del supporto di tutte e nove le Muse, ma soprattutto di Urania. La storia narrata deve corrispondere alla forma, che a sua volta deve riflettere un’idea dell’universo. Senza cosmologia non si fa un romanzo. Per questo si dice che Dante era tolemaico, Cervantes copernicano, e sempre per questo il più grande romanziere di tutti i tempi, Lev Nikolaevic Tolstoj, pose al centro geometrico del proprio capolavoro la cometa del 1812 (che potrebbe essere anche la data di nascita del Romanzo Moderno).
Tutto questo, infine, non deve apparire a chi legge: ciò che sta prima deve venire dopo, è la legge di tutte le arti. Il mondo visibile ci deve offrire una bella storia, tanti volti piacevoli, una lettura che (data la mole del libro) deve essere il più possibile lieve e divertente. Ci deve offrire un dramma – innanzitutto quello di Chantal, che del libro è la grande protagonista -, delle idee (mai dare per scontata la fiducia che ci tiene insieme, la preminenza della donna negli stati d’eccezione, la forza del sacrificio, il senso della letteratura e così via), delle figure amabili, nelle quali ci si possa identificare.
Che il libro risenta delle tragedie del nostro tempo, prima fra tutte quella dei migranti, è normale nella misura in cui lo scrittore è riuscito a fare del romanzo una materia porosa, permeabile a tutto, come dev’essere.
Considero un grande successo aver potuto realizzare quest’opera, a prescindere dal successo di critica o di mercato, dai premi e tutto il resto. Quando si mette mano a un’opera che potrebbe richiedere diversi anni di lavoro, è inevitabile che si faccia l’esperienza della propria fragilità, della propria nullità. Tutto potrebbe ucciderci, e tutto potrebbe dimostrare la nostra incapacità di mente e di cuore. Un grande progetto ci aiuta a sentirci piccoli, anche perché non lo si può programmare: deve accadere. Ma un grande progetto nasce da una già constatata piccolezza, da un altro progetto fallito, dall’esperienza del fallimento. Scriviamo romanzi per sentirci piccoli e perché già ci sentiamo piccoli. Un circolo così non ce lo si inventa, ci si càpita dentro. Come è stato per il più grande di tutti i progetti letterari, la Commedia, figlia di un grande fallimento, politico e umano.

(Riproduzione riservata)

© Luca Doninelli

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Le cose sempliciIl libro
Un giovane incontra a Parigi una ragazzina enfant prodige della matematica e i due s’innamorano, si fidanzano, si sposano. Lei, poco più che ventenne, va in America. Ma il mondo s’inceppa e in un batter d’occhio tutto finisce: niente più petrolio, niente più energia elettrica, commercio né moneta, niente più regole sociali. Ovunque solo guerre e carneficine. Il mondo si imbarbarisce e la sua caduta coglie i due innamorati ai due lati dell’oceano, senza possibilità di comunicare. Per vent’anni i due vivranno lontani, lei ha una vita durissima, lui comincia a scrivere per non dimenticarla. Finché, dopo tanti anni, i due si ritroveranno, accesi dal fuoco della passione e dal bisogno di verità. Le cose semplici è il tentativo di raccontare il cammino dei nostri desideri più comuni ed elementari – e di tutto quello che ci tocca il cuore, fino a straziarci con la sua bellezza o con il ricordo pungente di essa – attraverso la labirintica distruttività del mondo. Il nostro bisogno di vivere una vita che si possa dire umana, di gioia ma anche di un dolore dotato di senso, è destinato a infrangersi contro il muro del potere, della superficialità, del pensiero indotto e dei luoghi comuni? O può trovare soddisfazione?

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Luca Doninelli nasce a Leno (BS) nel 1956. Nel 1978 conosce Giovanni Testori, che gli fa scrivere il primo libro, “Intorno a una lettera di Santa Caterina” (1981). Tra le sue opere narrative ricordiamo “I due fratelli” (1990), “La revoca” (1992), “Le decorose memorie” (1995), “Talk show” (1996), “La nuova era” (1999), “Tornavamo dal mare” (2004), “La polvere di Allah” (2006). Per Bompiani ha pubblicato “Salviamo Firenze” (2012) e “Fa’ che questa strada non finisca mai” (2014). Insegna etnografia narrativa all’Università Cattolica di Milano; da questa esperienza nasce il volume “Cattedrali” (2011) e il progetto collettivo “Le nuove meraviglie di Milano” – di cui sono stati pubblicati i primi tre volumi. Ha vinto, tra gli altri, un Premio Selezione Campiello, un Grinzane Cavour, un Super Grinzane Cavour. È stato finalista al Premio Strega nel 2000.

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