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GESUINO NÉMUS racconta LA TEOLOGIA DEL CINGHIALE

luglio 26, 2016

GESUINO NÉMUS racconta LA TEOLOGIA DEL CINGHIALE (Elliot edizioni), Premio Campiello Opera Prima 2016 (e il nuovo romanzo: I bambini sardi non piangono mai)

di Gesuino Némus

«I libri mi hanno salvato la vita e mi hanno reso umano; e, quando vi sentite giù di morale, prima di andare in farmacia, entrate in una libreria. Provateci! Spendete di meno e vi divertite di più».

Quando, il 14 maggio del 1970, scrissi la prima paginetta della Teologia del Cinghiale, mai avrei immaginato che non ci sarebbe mai più stato un solo giorno della mia vita in cui non avrei scritto qualcosa sul mio quaderno “cinese”, così bello, nero, con la copertina in Bristol rigido e bordato di rosso. Compivo 12 anni e, solo al mondo, nel dormitorio di un collegio in un paesino dell’Ogliastra, Sardegna Orientale, firmai quella paginetta sul mio quaderno, in “bella e ornata grafia”, come Gesuino Némus; perché “nessuno” ero allora, a rappresentare le vite dei bambini emarginati, che sognavano di andare sulla luna, vestiti da astronauti. Scrivere era diventata la mia intima e privata felicità: non far leggere mai niente a nessuno, un dogma. Perché così è stata la mia vita: una continua, nevrotica, ossessiva ricerca dell’anonimato più totale.

«Perché questa è la vita degli scrittori. Passare la metà della propria esistenza a cercare spasmodicamente di farsi conoscere dall’umanità e, quando ci si è riusciti, trascorrere l’altra metà a nascondersi e maledire per sempre il momento in cui si è desiderata la notorietà. Ma tu, Gesuino, non farai mai questo errore, vero? Fregali tutti. Fai il contrario. Non far leggere mai niente a nessuno, neanche a me. È un dogma, hai capito? Vedrai che dopo morto diranno che eri un genio. Non si discute. Stai solo attento ai parenti, che spuntano come funghi a reclamare diritti».

«Ma don Co’, io solo al mondo sono… non ho padre né madre».

«Nella realtà, Gesuino. Ma in letteratura può succedere di tutto!».

Me la disse don Co’, questa frase, uno dei protagonisti del romanzo, il prete gesuita che si prese cura di me e dell’unico amico che abbia mai avuto, Matteo Trudìnu, il “piccolo tordo”, che mi sorrise sempre e mai mi disprezzò per il fatto di essere figlio di un pastore analfabeta e d’essere nato poverissimo in una casa senza acqua, luce né gas, e del mio ritardo mentale.

Il mondo cambiò all’improvviso tra il 1968 e il 1970. “I cuccioli del maggio francese” insegnarono al mondo che l’istruzione doveva essere gratuita e libera per tutti, l’uomo era sbarcato sulla luna e, soprattutto, il Cagliari aveva vinto lo scudetto. Noi eravamo lì: Gesuino, Matteo e don Cossu, testimoni del tempo più felice della nostra esistenza, in questa piccola enclave a sé stante, Telévras, neanche 2.000 abitanti, nel cuore dell’Ogliastra, la provincia più povera d’Italia, in una Sardegna che ancora doveva diventare Smeralda, con le sue strade da sempre bianche e polverose. Felici, poveri e deandreizzati. Già, perché a 12 anni avevamo già ascoltato tutte le canzoni di Fabrizio de Andrè, letto il Barone Rampante, il Cavaliere Inesistente e il Visconte Dimezzato. Matteo, lui sì un genio assoluto, leggeva ad alta voce, assegnando anche a me le parti da recitare dei libri di Italo Calvino. E il prete ce li lasciava lì, a portata di sguardo, i dischi e i libri “proibiti”, dimodoché potessimo ascoltarli e leggerli in sua assenza, concedendoci l’illusione di essere trasgressivi e, quando ci confessava, ci beccava sempre:

«Come penitenza, canterete Casa bianca, non quella di Kennedy ma di Marisa Sannia, forza, cominciate!».

«Noooooo, don Co’, noooo, per favore… giuro che non ascoltiamo più Bocca di Rosa» lo implorava Matteo, anche per mio conto, visto che balbettavo.

«Giuratori e spergiuri di professione siete, voi due… va be’, vi assolvo».

E, mentre convinti d’averla fatta franca, progettavamo di sgraffignargli la copia in francese di Histoire d’O. tirava su la grata del confessionale e ci fucilava con la Canzone del Maggio del signor Fabrizio:

♫ anche se voi vi credete assolti / siete lo stesso coinvolti♫

Cantava bene il nostro don Cossu ed era pure intonato. Ma i gesuiti, si sa, sanno fare tutte le cose del mondo e anche tutte in una volta sola. Il problema è che le fanno pure bene, mannaggia!

Poi, Matteo, un giorno decise d’andarsene e lo cercarono per tutta la vita, senza mai trovarlo. Sua madre s’era impiccata e mi disse, semplicemente, “Forse è ora che io vada”, proprio come avrebbe fatto il suo amatissimo De André. Ma io lo sapevo dov’era andato a nascondersi ed è per questo che ho scritto questo libro, per il mio unico vero amico, il bambino più buono e talentuoso del mondo. Ho impiegato 45 anni per dirgli quanto l’ho amato, senza mai invidiarlo, perché sapeva suonare Bach sull’organo a canne senza aver mai sentito un suo disco e parlava in latino meglio che in sardo o in italiano; o perché conosceva i nomi dei 344 diavoli a memoria, tutti, ma proprio tutti, anche quelli della calvizie e del pentapartito.

Perché per lui e solo per lui io ho scritto la Teologia del Cinghiale. Tutti gli altri, me per primo, non sono che comprimari in questa che forse sarebbe tanto piaciuta al signor Fabrizio come la vera Storia sbagliata. Nessuno l’ha mai saputo prima d’ora, oggi, 4 luglio 2016, alle ore 16:17, nei pressi del 45° parallelo. Lui e solo lui è il vero protagonista, il mio Matteo, l’unico vero genio che io abbia avuto l’onore supremo d’avere come immenso amico del mio cuoricino di pastorello sardo.

«Un giorno sarai tu a scrivere la nostra storia, Gesui’. Non mi tradire. Sarai tu a farlo».

«Ma scherzi Matte’… io non sono mica bravo come te. Sono ritardato, Matte’, sono lo zimbello di tutti».

«Non sei tu a essere ritardato. È il tempo che è troppo in anticipo, ma vedrai che saprà aspettarti. Io, ora, devo proprio andare, ma ti proteggerò sempre, ovunque sarai e sarò».

Non capivo, davvero, soprattutto perché volesse sparire.

«Il giorno in cui capirai la circolarità del tempo, solo allora farai leggere a qualcun altro le cose accadute in questo 22 luglio del 1969. Sarai diventato “custode del tempo”, un privilegio che è riservato solo a pochissimi eletti. E non darti mai alla politica, altrimenti ti trasformo in socialdemocratico!».

Guardami, Matteo, ti prego, guardami! Ora lo so che sei fiero di me. Lo so, lo sento, anche se ti ostini a restare in disparte, ben nascosto e in silenzio. Sai che mi hanno dato un premio? Naaaaaaa, non ci credi? Ti giuuuroooo, una roba importante… Non ci si può credere, non ci si può. Al mio libro, Matte’… no, ma dico… te ne rendi conto? Al bambino più tonto del pianeta…

«Non farti illusioni, Gesui’. Non sei il più tonto del pianeta. Il Piccolo Principe ti batte alla grande».

Che ridere mi fai, Matte’… Che ridere…

Hai avuto ragione tu, mio Matteo, ma non avevo nessun dubbio.

Il tempo mi ha aspettato. Ha avuto un senso scrivere per mezzo secolo senza far leggere niente a nessuno.

Ritardato da bambino; tardo da adulto; tardivo da vecchio.

La perfezione del tempo letterario!

Grazie Matteo!

(Riproduzione riservata)

© Gesuino Némus

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La teologia del cinghiale (Elliot edizioni, 2015 – Premio Campiello opera prima 2016)

Luglio 1969. Durante i giorni dello sbarco sulla luna, a Telévras, piccolo paese dell’entroterra sardo, due ragazzini vengono coinvolti in una serie di eventi misteriosi. Il primo è Matteo Trudìnu, talentuoso figlio di un sequestratore latitante; l’altro è Gesuino Némus, un bambino silenzioso e problematico, da tutti considerato poco più che un minus habens. Amici per la pelle, i due godono della protezione di don Cossu, il prete gesuita del paese, che si prende cura di loro come fossero figli suoi. Un giorno il padre di Matteo, scomparso da settimane, viene trovato morto a pochi chilometri di distanza da casa. Il maresciallo dei carabinieri De Stefani, un piemontese che fatica a comprendere le logiche del luogo, inizia a indagare con l’aiuto dell’appuntato Piras e dello stesso don Cossu ma, con l’avanzare dei giorni, le cose si complicano e spunta fuori un altro cadavere… Misteri, colpe antiche, segreti e rivelazioni vengono scanditi a ritmo battente in un romanzo dalle tinte gialle sapientemente orchestrato, imprevedibile e originalissimo per trama, stile, umorismo e inventiva. Un’opera pirotecnica, geniale e ricca di suspense che ci avvolge con le voci, i sapori e la magia della terra sarda, raccontando gli ultimi cinquant’anni di un’Italia sospesa fra modernità e tradizione.

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BAMBINI SARDI NON PIANGONO MAI_Layout 1I bambini sardi non piangono mai (Elliot edizioni, 2016)

Il paesino sardo di Telévras – già protagonista ne La teologia del cinghiale – si tinge ancora
di giallo con il ritrovamento di due morti: prima un cadavere “sparato in faccia” e poi, a distanza di qualche giorno, uno scheletro in una grotta.
Il giovane capitano dei carabinieri incaricato delle indagini non sa da che parte iniziare e la collaborazione dei cittadini è nulla: nessuno ha visto o sentito niente. Nel frattempo Gesuino, ormai ritornato a casa dopo una vita passata in manicomio, inizia a scrivere un altro dei suoi libri, sempre con la speranza che possa essere pubblicato. Si tratta di una storia che risale al 1968, quando si inneggiava alla liberazione della Sardegna, mentre le università bruciavano e il mondo sembrava dovesse, finalmente, cambiare.
Ma oltre agli ideali c’erano di mezzo anche molti soldi, senza contare Servizi segreti, depistaggi e sicari senza scrupoli. Gesuino è sicuro che a nessuno possa più interessare quella verità, fino al giorno in cui le sue pagine arrivano nelle mani di chi intuisce che i misteri del passato si intrecciano fatalmente con quelli del presente…

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Gesuino Némus (alias Matteo Locci) è nato in Sardegna in un piccolo paese dell’Ogliastra 57 anni fa. Il suo primo romanzo La teologia del cinghiale (Elliot, 2015) ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2016. Il suo nuovo romanzo si intitola I bambini sardi non piangono mai (Elliot, 2016).

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© Letteratitudine

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