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L’INTELLIGENZA È UN DISTURBO MENTALE (un estratto)

luglio 29, 2016

Pubblichiamo un estratto del romanzo L’INTELLIGENZA È UN DISTURBO MENTALE di Paolo Bianchi (Cairo)

Chiamatemi Emilio. Emilio Rivolta. Sono un malato… Sono un malvagio. Sono un uomo odioso. Credo d’aver male al fegato. Del resto non so un corno della mia malattia e non so con precisione dove ho male. Non mi curo e non mi sono mai curato, sebbene tenga in gran conto la medicina e i medici. Sono un uomo malato… sono un uomo maligno. Non sono un uomo attraente. Credo che mi faccia male il fegato. Del resto, non me n’intendo un’acca della mia malattia e non so con certezza che cosa mi faccia male. Sono un uomo malato… Sono un uomo cattivo […].

Richiudo il Quaderno. È il mio Quaderno della Cura. Lo tengo sul comodino vicino al letto, insieme a pile di libri instabili, alcuni iniziati e mai finiti, altri finiti da tempo e che non voglio condannare al purgatorio degli scaffali. E quando mi sveglio la mattina dai sogni che a poco a poco si sono tradotti in incubi, e sento che la Bestia morde tanto che non vorrei neanche svegliarmi, io prendo il Quaderno e ci scrivo sopra. Ci scrivo delle frasi che a leggerle dopo, nei momenti di lucidità, non hanno senso. La scrittura non è terapeutica. Di certo non mi guarirà. Ma è l’unico strumento che conosco per lasciare testimonianza, e io dall’inizio di questo mese di dicembre ho cominciato a riempire il mio quaderno perché di una cosa sono certo: finché scrivo, sto ancora vivendo, e se scrivo non sono più malato e io non voglio più essere malato. Questo è il mio Quaderno della Lotta, della Lotta e della Cura. Dimostra che una terapia, se c’è stata, ha avuto effetto. È lo spiraglio sul mio futuro incerto ed è la finestra fuori dalla notte. Ho cominciato a scrivere su pagine nuove perché presto mi schiacceranno il Natale e le Feste, con la loro forza d’urto inesorabile e il loro senso distorto, disattese, non annunciate dal freddo solito, abitate da religioni esotiche e folk, in digitale, con abeti sintetici in fibra ottica, presepi prefabbricati, stelle elettriche… Il tempo di un bilancio può essere solo questo, adesso che i fili delle mie tentate guarigioni si sono incontrati in un unico snodo. E ci scrivo gli inizi dei libri che leggo, che sanno raccontare gli affanni. Ricopio dai grandi. Poi non sono soddisfatto nemmeno così, perché non sono neanche abbastanza piccolo da tacere sempre. Per i due terzi della mia vita ho scritto, però adesso, dopo le tempeste, scrivo per agire e allora agirò e tutto il mio agito lo scriverò qui, perché la nostra lotta, si sa… Emilio, dicevo, mi chiamo Emilio. Non sto un granché bene. Ho avuto dei problemi di salute. Tutti nella testa, in realtà. Che poi quando sono nella testa per molta gente che li vede da fuori non sono problemi veri. Ma invece lo sono. Chissà se le paure sono un’impronta chimica, e vai a sapere quale. Le paure piccole, le fobie, che ragione hanno di esistere? Perché possono diventare cose che non smettono mai? Le mie annunciano il disastro. Sono i primi leggeri morsi della Bestia. Sono la piccola, triste nevicata di forfora del mattino, quando non mi va di alzarmi, e so che tornerò sotto le coperte, rannicchiato, fino a sera. Sono quei cani che abbaiano in lontananza, chissà dove in città, quando è venuto buio.

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Il libro
Emilio Rivolta è un uomo affetto da un disturbo dell’umore. Per l’esattezza è un bipolare di tipo due. Consapevole del suo stato, da anni affida pensieri ed esperienze a psichiatri e psicologi, più o meno dialoganti, con o senza barba. Terapie lunghe e strampalate, spesso poco efficaci, sempre costose. I tentativi di guarigione andati a vuoto non si contano, come le diagnosi sbagliate. In una Stanza degli Aghi, nel reparto ospedaliero dove si muovono come angeli una squadra di neuropsichiatri, gli Alchimisti, Emilio trova gocce di sollievo e una persona che viene dal passato.
Lasciata la Citta Piccola dell’infanzia per la Città Grande, dove lavora con scarso entusiasmo come giornalista freelance ed è stato abbandonato da una donna incapace di accettare il suo disturbo, Emilio si inserisce in un Gruppo di Autoaiuto. In mezzo a “fratelli di sangue” si sente a suo agio, stringe legami e, stanco di specialisti inutili e costosi, si dà alla terapia della parola con donne di night club e prostitute. Convinto che il suo metodo possa far bene anche ad altri, lo diffonde, fa proseliti.
I giorni di Emilio sono scanditi da crolli, riabilitazioni, ricadute e ancora risalite, euforia e abisso. Ogni mattino, al risveglio, la vita gli entra sotto la pelle, forte, intensa, scioccante. Ed ecco che forse il Male di Vivere alla fine è solo una maledetta forma di intelligenza, un orientamento per chi si sente sballottato fra spirito e materia, fra il desiderio della luce e l’oscura realtà del mondo.

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Paolo Bianchi giornalistaPaolo Bianchi (Biella, 1964), giornalista professionista, ha scritto migliaia di articoli su quotidiani e riviste. A partire dal 1997, ha pubblicato una decina di libri, fra saggi e romanzi.
www.pbianchi.itwww.paolobianchiblog.it

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