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BAMBINI DI FERRO di Viola Di Grado

agosto 2, 2016

BAMBINI DI FERRO di Viola Di Grado (La nave di Teseo)

[Ascolta la puntata radiofonica di Letteratitudine in Fm dedicata a “Bambini di ferro”: Viola Di Grado dialoga con Massimo Maugeri]

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di Eliana Camaioni

Fatichi a credere che si tratti di un’autrice italiana, ancor di più che sia classe ’87: con “Bambini di ferro” (La nave di Teseo, 2016) Viola di Grado tocca un vertice di perfezione formale che la avvicina ai più grandi scrittori orientali, del calibro di Murakami Haruki e Banana Yoshimoto. Ritmo, lingua, scavo psicologico, tensione ininterrotta fra tempo della storia e tempo del racconto, e una vicenda che viaggia fra il Giappone antico e quello moderno: tutto questo fa di Bambini di ferro un piccolo capolavoro.
bambini-di-ferroUn narratore esterno racconta in maniera volutamente tecnica e a tratti tecnicistica la vicenda di Yuki, educatrice in un istituto per bambini, e Sumiko, orfanella dallo sguardo fisso, che non mangia e non parla, non risponde a nessuno degli stimoli provenienti dal mondo a lei circostante. Come Yuki, Sumiko è un’ issendai, una bambina difettosa, emotivamente guasta, e rimane un mistero insondabile per le altre educatrici dell’istituto, che non potranno mai sapere se la bambina è davvero difettosa o soltanto temporaneamente chiusa nel suo lutto: funzionante ma emotivamente criptata.
In un contesto spietato, ai limiti del grottesco – dove educatrici ingegneri dell’affetto  considerano possibile, e addirittura legittimo, operare esperimenti pseudoscientifici sui bambini affidandoli a robotiche Unità Materne Virtuali che erogano loro un presunto amore perfetto – Yuki e Sumiko entreranno in una simbiosi osmotica, si conosceranno e si riconosceranno, in un processo sempre più accelerato e spontaneo, una comunicazione emotiva al di sotto del razionale, che diventerà telepatia e salvezza reciproca, alleanza senza parole.
Corrono in parallelo, quasi un romanzo nel romanzo, stralci di saggezza buddista – che irrompono non richieste nella mente di Yuki, sbucano dai muri, provengono da un altrove che la neurologia contemporanea definisce schizofrenia – e si intrecciano con capitoli alternati alla narrazione, che raccontano della vita di Buddha Sakyamuni, consapevole della sua diversità, orfano anch’egli sin da bambino, figlio del mondo – non di questo mondo – che sceglierà di morire pur di restare vicino a chi ama.

“Yuki Yoshida era una degli issendai. Bambini dal cuore freddo e difettoso, impossibile da aggiustare”: eppure il vero ingegnere dell’affetto –come straordinariamente viene definita- sembra essere Sada, e di ferro, disumano, è il protocollo EPAA. Yuki però, per il mondo che la circonda, è solo una ‘diversa’, un esperimento mal riuscito. Chi sono, nel nostro mondo, gli issendai?
“Siamo tutti issendai : cavie di un amore imperfetto. L’amore è ovviamente un esperimento mal riuscito. I bambini di ferro, alienati in un mondo alienato, sono coloro che più si avvicinano a una dimensione affettiva autentica.”

-Le voci di Buddha, che permeano pressoché ogni pagina, sono un vero e proprio romanzo nel romanzo?
“Sì. Volevo un romanzo schizoide, in cui si scontrassero e sovrapponessero diversi testi e sottotesti, voci e contro-voci. Volevo incarnasse l’idea buddhista di “identità”, che consiste di frammenti eterogenei e che solo illusoriamente si organizza in un’unità che per comodità chiamiamo “io”. Chiaramente, le teorie buddhiste sull’identità corrispondono oggi alla schizofrenia. Ma, come diceva Laing, la schizofrenia è un’etichetta attaccata “la schizofrenia è solo un’etichetta appiccicata da alcune persone su altre sotto certe condizioni sociali”.”

-C’è un continuo rapporto corpo-cervello, anima e soma, che sdoppia e condiziona la vita dei due –tre- protagonisti principali. Siamo tutti anime imprigionate in un contenitore sbagliato, troppo stretto, o solo provvisorio?
“Anche questo corrisponde alla divisione continua che avviene nell’esperienza schizofrenica. Come dice Yuki verso la fine, ciò che qui è unito, lì è diviso. Il romanzo riorganizza l’esperienza del lettore in un modo completamente diverso, in cui i frammenti non si dispongono a priori in una confezione già pronta ma possono essere continuamente disfatti e ricomposti, come un puzzle, in cui sta al lettore decidere quale pista seguire: quella religiosa (il mito del buddha), quella neuro-psichiatrica (la schizofrenia), quella storica, quella fantascientifica. Ad esempio: chi è Sumiko, questo non-personaggio muto che come uno specchio riflette i guasti degli altri personaggi? È un piccolo Buddha o è solo una bambina malata?”

Sumiko, Yuki e il Buddha Sakyamuni hanno il privilegio – o la disgrazia- di appartenere ad una dimensione altra. Un piano vibrazionale più alto, che finisce per accomunarli, intrecciandone in una certa misura i destini. È lo stesso che avviene agli scrittori? Ricordo un suo corso, Il Tao della parola e l’arcano della poesia, che nasce dal presupposto che la scrittura sia un mezzo divinatorio per accedere ad un analogo mondoaltro, dove risiedono le storie, che seduce e spaventa al contempo. Da scrittrice, devo ammettere che questa prospettiva non ha mai smesso di affascinarmi: è così che nasconole storie che noi crediamo di inventare?
“Sì. Noi viviamo su un’unica frequenza ma è possibile, in certe condizioni tra cui quella estremamente ricettiva dell’artista, sconfinare altrove e vedere le cose da un’altra angolazione.
Addirittura vedere le cose per ciò che sono realmente: vedere quella che nel buddhismo si chiamava la tathata, ovvero la questità. Lo scrittore è come uno sciamano: con gli strumenti molto affilati della sua mente attinge all’invisibile. Chiaramente parlo solo di veri scrittori, che sono rarissimi.”

Sono le parole chiave ‘guasto-casa-sorriso’ e le opposizioni semantiche ‘caldo-freddo,madre vera-madre putativa, corpo-anima’ il fuso meiotico lungo il quale Bambini di ferro nasce, si sviluppa, si sdoppia. Sono le tessere di un puzzle costituito da due storie lontanissime nel tempo, apparentemente non tangenti, un mandala che ha sapore di saggezza antica. Chi è il lettore in grado di ricostruire quel disegno raffinato?
Bambini di ferro ha uno slancio mistico e filosofico, in effetti, che non può essere per tutti. Così come il processo di ridefinizione dell’io che avviene nel corso della narrazione. Il lettore in grado di appropriarsi del libro è un essere umano che vive nel mondo altro, direbbe Cristina Campo. Siamo abituati a pensare che tutti gli esseri umani hanno l’anima, ma è solo una falsificazione culturale: il corpo ce l’hanno tutti, l’anima ce l’hanno in pochi.”

C’è un cambio di narratore, alla fine, che coincide con una svolta, un’illuminazione, unapresa di coscienza. Anche Yuki, come il Buddha, per rinascere deve prima morire?
“Il libro è pieno di sottili smottamenti. Quello, forte, finale dalla terza alla prima persona sottolinea il passaggio da uno stadio di morte alla vita, alla realtà dei sentimenti, al coraggio di
sentirli anziché reificarli, congelarli, programmarli.”

Yuki invita Sumiko a fuggire per poter sopravvivere, il Buddha invece sceglie di morire per non tradire chi ama. Due strade che portano alla stessa meta?
“Muoversi è l’unico modo per esistere profondamente. La fissità ci annulla.”

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Il libro
bambini-di-ferroUna mattina d’estate, in un Giappone di un’era imprecisata, la direttrice dell’Istituto Gokuraku, Sada, e la sua assistente, Yuki, prelevano da una vecchia casa una bambina rimasta orfana: la piccola Sumiko. Presto si accorgono che Sumiko non intende parlare, mangiare, interagire con niente e nessuno; i suoi occhi sono persi in un punto indefinito davanti a sé, su qualcosa che sembra nulla.
Anche Yuki, venticinque anni prima, è stata ospite dell’istituto: privata dei genitori, è stata sottoposta a un programma di accudimento materno artificiale il cui fallimento ha generato dei “bambini difettosi”, con nati in istituto sotto la guida e le cure soffocanti di Sada. Yuki dovrebbe essere la tutrice di Sumiko, ma viene risucchiata nella spirale dei suoi silenzi e della sua fissità, trascinata in una “zona pericolosa”, uno spazio interiore frammentato da cui pensava di essere uscita per sempre. Sumiko si rivelerà essere custode dei segreti del passato e dei traumi
di Yuki, ma anche la sua possibilità di salvezza.

Viola Di Grado torna con un potente romanzo sulla maternità, sui sentimenti più ancestrali,
in un vertiginoso oscillare tra la più antica tradizione buddhista e la gelida essenza hi-tech di un futuro già presente.

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viola-di-gradoViola di Grado (1987) è l’autrice di “Settanta Acrilico Trenta Lana” (2011) – vincitore del premio Campiello Opera Prima e del premio Rapallo Carige Opera Prima e finalista all’IMPAC Dublin Literary Award – e di “Cuore Cavo” (2013), finalista al PEN Literary Award. Ha vissuto a Kyoto, Leeds e Londra, dove si è laureata in Filosofia e dell’Asia orientale. I suoi libri sono tradotti in otto Paesi.

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