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MORTE A DEBITO: intervista a Gianni Bonina

settembre 6, 2016

MORTE A DEBITO: intervista a Gianni Bonina

di Massimo Maugeri

Avevo avuto il piacere di incontrare Gianni Bonina anche in occasione dell’uscita del primo romanzo della serie di Natale Banco, intitolato “Cronaca di Catania“, oggi riproposto dalla casa editrice Mesogea insieme al nuovo libro: “Morte a debito“.

Natale Banco è un giornalista – redattore in Cronaca di Catania a «La Tribuna» – dalle caratteristiche piuttosto spiccate. Tra le altre cose, come ci aveva raccontato lo stesso Bonina nella precedente intervista, “Banco è un giornalista che non accetta che l’editore sia un suo superiore e che invece vorrebbe vedere soltanto come uno che fa un altro lavoro“.

Torno a a dialogare con Gianni sulle vicende di Natale Banco che sono sfociate, appunto, nella pubblicazione di questo nuovo romanzo, dove il protagonista si trova a dover indagare sulla morte di un collega e sulle vicende – tutt’altro che limpide – che interessano il settore lattiero-caseario.

-Caro Gianni, partiamo dal titolo di questo tuo nuovo romanzo: “Morte a debito”. Il titolo rievoca il celebre “Morte a credito” di celiniana memoria…
Il riferimento a Céline è esplicito, ma me ne sono servito per fare della morte non l’unico credito certo che abbia l’uomo quanto il debito, morale e legale, che pesa in nome collettivo su una cerchia di uomini nei confronti di chi finisca nel vortice dei loro interessi tralignati, com’è nel caso di un personaggio, presidente di una cooperativa lattiero-casearia onesto e perciò prima infamato e poi ucciso.

– Veniamo al protagonista del romanzo: Natale Banco. Come si è evoluto il personaggio, ammesso che ci siano stati cambiamenti rispetto al primo libro della serie (“Cronaca di Catania”)?
Forse ha inasprito il suo mal-aimé, forse è diventato più cupo. Ma ha ritrovato se non l’affetto certamente l’attenzione del figlio Marco ed è premurosamente accudito, quasi coccolato, dalla ex barbona Rosa Bartolotta. Non vedo grandi cambiamenti nella sfera di Banco, che continua a condurre una vita difficile nel giornale in cui lavora ma che può comunque contare sull’amicizia di colleghi come Mario Prazzi. Forse nel prosieguo della serie Banco cambierà alquanto perché conoscerà una donna della quale si innamorerà, ma non vorrei fare spoiler sulla sua vita.

– Cosa puoi dirci sul (già accennato) rapporto tra Natale Banco e suo figlio Marco che, dalla lettura del primo romanzo, sappiamo essere piuttosto problematico?

Rimane problematico, ma in questo secondo episodio si stempera alquanto per poi tornare ad essere di contrapposizione. Marco è un ragazzo di oggi, fragile, introverso, cerebrale, spinto a disconoscere la famiglia per la ragione che probabilmente, come succede in questi casi, la sente troppo e la vorrebbe diversa. Lui in sostanza la rimpiange, perché non ha più la madre. Ma ha trovato Rosa che vede come una nonna e alla quale è attaccatissimo, contando sulla sua presenza per immaginarsi la famiglia che non ha.

– Approfondiamo un po’ di più la conoscenza di Rosa… ex barbona che Banco ospita da tre mesi in casa sua. Il fatto in sé mette in luce l’aspetto della generosità della natura di Banco. Cosa puoi dirci da questo punto di vista?
Natale Banco ha visto Rosa catapultarsi nella sua vita sconvolgendola. Grazie a lei ha potuto riaprire una linea di dialogo con il figlio e ha visto casa sua in qualche modo rianimarsi. E’ un personaggio che in “Morte a debito” si rende partecipe, a fianco di Banco, di una vicenda che minaccia di danneggiarlo e lei stessa è protagonista perché occupa la scena con l’oscuro ferimento di cui rimane vittima. Mi piace molto questa figura, che un po’ funge da fata e un po’ da angelo tutelare.

– Mi piacerebbe soffermarmi sulle tematiche dell’accoglienza e della generosità, che sono molto attuali. A tuo avviso, fino a che punto, in una società disunita e in crisi come la nostra (dove molte certezze sembrano andate perdute) è possibile che l’accoglienza e la generosità trovino spazio? E come immagini, in tal senso, il futuro?

Accoglienza e generosità non sono modelli che possano essere adottati su scala generale perché implicano atteggiamenti soggettivi. Un Paese può pensare a una politica dell’accoglienza fondata sulla generosità, ma saranno poi sempre gli individui a doverla esercitare. Si tratta di valori che non appartengono a tutti e che vanno piuttosto conseguiti attraverso un’opera di maturazione cui è demandato l’enorme sforzo del superamento dell’egoismo innato nell’uomo. In futuro potremo avere un incremento di episodi di solidarietà umana ma dubito fortemente che accoglienza e generosità possano diventare un nuovo credo.

– Torniamo al romanzo. A seguito delle indagini svolte, Banco scopre l’esistenza di situazioni losche legate alla questione delle cosiddette “quote-latte”. Cosa puoi rivelarci, in proposito, senza svelare troppo la trama?
Ogni episodio ruota attorno a un tema di attualità, in una chiave quanto più siciliana possibile. Nel primo romanzo il tema è stato l’intolleranza razziale estesa alla discriminazione sociale, qui è la lotta degli allevatori contro l’industria del potere che domina il settore lattiero-caseario a tenere la scena, con facili rimandi alle profonde differenze, leggi ingiustizie, che separano – quanto alle quote-latte – il Sud dal Nord Italia. Si tratta di un campo nel quale ho immaginato un’influenza mafiosa, per cui il romanzo si offre a una lettura anche stavolta aperta all’insorgenza di Cosa nostra.

– Torniamo su Rosa. Il suo destino, in questo romanzo, segue un percorso dal tragico epilogo…
Tragico sì, ma la tragedia non colpisce direttamente lei. Finalmente si alza il velo sulla sua vita passata e i fantasmi del suo vissuto tornano a ghermirla dopo il vano tentativo di liberarsi di loro. Ma come lei si mostra vicina a Banco, anche Banco fa di tutto per esserle vicino. Del resto è quello che da lui pretende il figlio Marco, che mette alla prova il padre sul piano dei sentimenti condivisi. E di fatto Banco sente l’impegno anche come un banco di prova sul quale provare a riconquistare il figlio.

Risultati immagini per gianni bonina– Con questo nuovo libro torni a pubblicare con una casa editrice siciliana. Ti andrebbe, a beneficio dei lettori, di spendere due parole sul progetto editoriale di Mesogea?
Presto detto. La mia idea è di pubblicare due episodi l’anno e Ugo Magno, patron di Mesogea, ha accettato la sfida e il gravoso impegno. Mi ha detto che non sa se ce la farà. E io gli ho detto che nemmeno io lo so. Questo però non ci ha impedito di scommetterci.

– Hai già in mente qualcosa sulla prossima storia che coinvolgerà Natale Banco? Se sì, ti andrebbe donarci un’anticipazione (o preferisci che tutto rimanga top secret)?
Il terzo episodio è in via di completamento. Posso dire che il tema conduttore sarà il traffico di organi umani sul quale Banco si troverà a confrontarsi con dirigenti sanitari pesantemente coinvolti. Un caso del genere è davvero successo a Catania e mi è servito come motivo ispiratore. Non vorrei dire altro.

– Pensando ai personaggi seriali della storia della letteratura… c’è qualcuno che, in un modo o nell’altro, ti ha ispirato con riferimento alla creazione del personaggio Natale Banco? E qual è, al di là di tutto, il tuo personaggio seriale preferito?
Non dovrei dirlo per non perdere di originalità, ma un lettore attento certamente noterà che dietro Banco traluce certo Montalbano: non quanto alla sua vita e al modo di fare ma per il modo di essere così precario, dolente, pieno di fobie, eppure sensibile, amabile, persino simpatico se depurato della sua prima veste di uomo scostante. Ho anche mutuato il modello camilleriano della concorrenza di più storie, due o tre, che procedono separatamente per poi congiungersi in un tout de même. Ma le analogie finiscono qui. Certamente non è una mia trasposizione, solo perché faccio il giornalista. Anzi mi sarebbe piaciuto molto conoscere un collega così.

– Grazie mille, Gianni. E lunga vita a Natale Banco…

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Gianni Bonina, giornalista, vive a Catania dove ha diretto il magazine «Stilos». Ha pubblicato romanzi (I sette giorni di Allah, Busillis di natura eversiva, La scoperta della mafia), libri di critica letteraria (Il carico da undici, Tutto Camilleri, Maschere siciliane, I cancelli di avorio e di corno), reportage e inchieste (Il fiele e le furie, L’isola che trema). Con l’opera teatrale Ragione sociale ha vinto il Premio Pirandello. Ha scoperto e curato il romanzo Due mesi in Polisella di Serafino Amabile Guastella. Scrive su La Repubblica.

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