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ETICA DEL LAVORO NELLA NARRATIVA DI PRIMO LEVI

settembre 12, 2016

Risultati immagini per primo leviEtica del lavoro nella narrativa di PRIMO LEVI

Pubblichiamo questa monografia, del giovane studioso di letteratura tunisino Alaa Dabboussi, dedicata alle opere di Primo Levi “La chiave a stella” e “Se questo é un uomo” rivisitate nell’ottica dell’etica del lavoro

di Alaa Dabboussi

Primo Levi è un uomo salvato dal suo mestiere. È stato estremamente sensibile alle problematiche del lavoro e dei lavoratori e ce ne ha offerto una versione a tal punto originale da poter essere considerata, in taluni tratti, addirittura “profetica”. E questo per almeno tre motivi.

Il primo riguarda la scoperta da parte del chimico Levi, del lavoro che “disumanizza”. Alludiamo in questo caso al lavoro nel lager. Un lavoro che, essendo coatto, costituiva una grottesca parodia “senza senso e senza scopo” rispetto al lavoro quale noi lo concepiamo. Nel lager, il lavoro era pianificato ed organizzato dagli aguzzini come forza lavoro, come strumento di annientamento dei lavoratori, il quale rappresentava una delle più disumane violazioni della persona. In quel contesto la scritta che campeggiava sulla porta d’ingresso di Auschwitz  “Arbeit macht frei” «Il lavoro rende liberi» finisce per diventare un dettaglio quasi irrilevante, una variante beffarda.

Il secondo motivo riguarda la scoperta da parte di Levi del lavoro che salva. In un libro del 1978, La chiave a stella, Levi afferma: «Il mio mestiere vero, quello che ho studiato a scuola e che mi ha dato da vivere fino ad oggi, è il mestiere di chimico»[1]

Il terzo motivo riguarda la scoperta del lavoro che realizza. Infatti, una volta salvato, Levi è tornato nella sua Torino e riprende ad esercitare la professione di chimico con quella passione e quella radicalità di cui egli stesso ci ha parlato ne Il sistema periodico, scrivendo:
«Siamo chimici, cioè cacciatori: nostre sono le due esperienze di cui parla Pavese: Il successo e l’insuccesso, uccidere la balena bianca e sfasciare la nave, non ci si deve arrendere alla materia incomprensibile, non ci si deve sedere. Noi siamo qui per questo, per sbagliare e correggerci, per incassare colpi e renderli. Non ci si deve mai sentire disarmati: la natura è immensa e complessa, ma non è impermeabile all’intelligenza, devi girarle intorno, pagare, sondare, cercare il varco e fartelo»[2]

La visione del lavoro che Levi ha espresso nel suo primo romanzo d’invenzione è dunque la sintesi di questi passaggi. Primo Levi, presentando “La chiave a stella” nel 1978, una trentina d’anni dal suo esordio come scrittore con il libro “Se questo è un uomo”, dichiara a un intervistatore: «Questa è un po’ la mia opera prima: quando ho scritto gli altri libri, avevo un’altra professione, facevo il chimico. Ma da un anno e mezzo scrivo soltanto. “La chiave a stella” è il mio primo lavoro professionale»[3]

La letteratura industriale in voga, almeno nei dibattiti degli anni sessanta, pareva in certo senso richiamata ad operare ma rovesciata di segno. L’ex chimico Primo Levi in “La chiave a stella” si riprometteva senz’altro di fare un discorso positivo sul lavoro, sull’amore del lavoro. Lui che aveva parlato della tragedia del lavoro coatto ad Auschwitz, non aveva mai ceduto alla demonizzazione del lavoro. Il suo lavoro di chimico gli aveva non solo salvato la vita nel campo di sterminio, e successivamente gli aveva assicurato un ragionevole guadagno e una pensione, ma gli aveva offerto esperienze che avrebbe narrato. Sullo scrivere egli afferma: «Lo scrittore che ne manca lavora a vuoto, crede di scrivere ma scrive pagine vuote»[4]

In “La chiave a stella”, è vero, Levi pare raccontare o meglio farsi raccontare le esperienze di un altro, ovvero del montatore Libertino Faussone, detto Tino, un tecnico piemontese che va in giro per il mondo a montare gru, ponti sospesi,  strutture metalliche, impianti petroliferi.

Ma Levi si immedesima nel suo personaggio nel celebrare le imprese; ne vive le avventure con disponibilità e gusto. “La chiave a stella” è un libro gioioso in cui c’è la felicità del raccontare in una lingua giustamente infarcita di piemontesismi, e in uno stile piuttosto monotono. Compaiono non solo situazioni spesso eccezionali, ma un personaggio di grande rilievo, il già citato Tino Faussone: silenzioso e loquace, libero professionista, padrone di una specifica tecnologia, ma non del tutto sradicato dal suo vecchio Piemonte. Un uomo degno di rispetto per la serietà e l’impegno con cui ha deciso di vivere.

Faussone è una specie di Ulisse che erige ovunque monumenti con la sua chiave a stella: l’utensile che serve per verificare il serraggio dei bulloni, un «passepartout» che va bene per tutti i bulloni, morbidi, duri e ostinati. Non c’è mai il rischio che sfalsi la filettatura, perché sa dosare i suoi strappi e avverte sempre la mano che quello è l’ultimo giro e oltre non si può andare. “La chiave a stella” conosce bene le sue funzioni, accoppiando forza e delicatezza, impeto e misura. Prima di fare il montatore di tralicci, Faussone lavorava alla Lancia, alla catena come tanti altri: un lavoro che non lo soddisfaceva, ma che è riuscito a cambiare formandosi una  professionalità.  Ora è richiesto dappertutto e ovunque è chiamato a vivere le sue avventure, estraneo ad ogni ideologia ma con vivace senso dell’umorismo e dell’epica insieme con un certo orgoglio nel coltivare il lavoro. Faussone, conversando con Levi afferma: «Io l’anima ce la metto in tutti i lavori. Per me, ogni lavoro che incammino è come un primo amore»[5]. Levi rincara: «Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra»[6].

Levi non aveva dubbi, egli afferma:

«So che il mio libro è destinato a provocare qualche polemica anche se non è nato con intento polemico. Certo, al giorno d’oggi il rifiuto del lavoro è addirittura teorizzato da componenti giovanili ma anche senza giungere a queste posizioni estreme esiste in stati piuttosto diffusi una tendenza a sottovalutare la competenza professionale intesa come valore positivo in sé».

E proprio per questo Levi s’impegnava, divertendosi e divertendo a dare forma letteraria al personaggio di Faussone, personaggio forte ed equilibrato, amante della vita e del suo lavoro, ricco di una cultura acquisita non dai libri ma dalle molte esperienze lavorative. Non è una persona colta, ma ha molto viaggiato per lavoro ed è quindi ricco di esperienze da raccontare. E’ uno specialista che ha, appunto, ne “La chiave a stella” il suo strumento di lavoro e il suo simbolo. Un po’ come la spada per i cavalieri di una volta.

Anonimo d’aspetto, scialbo di carattere, scapolo ad oltranza, non ha tradito le proprie origini contadine e alla natura è rimasto legato con una confidenza quasi affettuosa. In definitiva, Faussone è il prototipo dell’operaio che sta tutto nel suo lavoro e che in esso riscatta il proprio grigiore di uomo. Del resto, in relazione all’attività professionale si definiscono non solo le caratteristiche fisiche: le sue mani sono infatti «lunghe, solide e veloci molto più espressive del suo viso ma pare quelle psicologiche a partire da quella sua riservatezza un poco dura». “La rusticheria” acquisita negli scontri, da solo a solo, con l’avversario che è duro per definizione, di ferro.[7] Faussone è simbolo delle perizia, del rigore e dell’orgoglio del lavoro. La sua “Chiave a stella” è una bandiera emblematica dell’identità e del carattere nazionale.

La chiave a stella”, primo libro d’invenzione di Primo Levi, è dunque una ulteriore testimonianza del suo profondo amore per il lavoro. Lavoro  che gli ha consentito di tornare a casa dai lager nazisti, di recuperare una libera dimensione umana e di riacquistare la libertà: «Il termine ‘libertà’ ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo»[8]

In “La chiave a stella” Levi esalta il lavoro e la dignità che esso regala a chi lo esercita con onestà e passione, in altre parole, esalta la libertà. Levi manifesta il gusto per il lavoro sia manuale, come quello del montatore Faussone, sia scientifico e culturale come quello dell’autore, lo scrittore. Inoltre, Levi accosta al suo lavoro di chimico, poi di scrittore, quello di un montatore di gru, di ponti, di strutture metalliche: azzeccato e brillante il filo che li lega. Levi stesso dice al suo interlocutore: «Il mestiere del chimico assomiglia molto al suo: solo che noi montiamo e smontiamo delle costruzioni molto piccole»[9]

Gustosi appaiono anche i continui confronti tra chi per lavorare ha scelto di usare “La chiave a stella” e chi invece la penna (a cinquant’anni inoltrati Primo Levi aveva deciso in pieno libertà di intraprendere la strada del narratore di storie e considerava questo romanzo il suo primo prodotto vero).

La struttura è originalissima: si tratta di una serie di racconti legati da un’altra storia che fa loro da cornice e le trasforma in un tutt’uno armonioso. Primo Levi incontra, durante un viaggio di lavoro, il montatore Tino Faussone. Poco importa se è vero o no, come egli stesso scrive nel finale: «Se anche fosse vero che il capitano non ha mai camminato o respirato su questa terra, posso tuttavia assicurare ai lettori che egli è perfettamente autentico»[10]

Originalissima è al contrario la materia di questo raccontare. Libertino, è così che si chiama, perché l’ingenuo padre pensava che tra “Libero” e “Libertino” esiste la stessa differenza che c’è tra “Giovanni” e “Giovannino”, e non potendo imporgli il primo, gli ha imposto il secondo.

Il lavoro di Faussone consiste nel montare grù, innalzare tralicci, tirare i carri di ponti sospesi, far galleggiare giganteschi derrik, saldare silos e piloni della luce e lo fa in modo appassionante quasi creando una certa “suspense”, tanto che il lettore si stacca a fatica dalle sue pagine, perché Faussone ama il proprio lavoro: questo è il nodo centrale del libro: l’amore per il lavoro. Dal costante dialogo con Faussone, tecnico specializzato, a questo proposito Levi afferma: «Se si escludono istanti e singoli che il destino ci può donare, l’amore del proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la miglior approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono»[11]

Faussone ama il proprio lavoro proprio come l’amava suo padre, tanto che, talvolta, entrambi tornavano a vedere quello che avevano costruito, così solo per il piacere di sapere che quanto era uscito dall’abilità delle proprie dita era ancora lì, in piedi, a testimoniare ciò che è stato fatto bene. Levi scrive: «Il termine libertà ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro e quindi nel provare piacere a svolgerlo»[12].

Incombenze professionali fanno incontrare i due protagonisti in una lontana terra, l’incontro rivela l’occasione per uno scambio di riflessioni sul significato del lavoro, fonte di realizzazione personale se vissuto con senso di responsabilità, onere e onore per realizzare un’opera compiuta e ben fatta. Le vicende di Faussone possono intendersi come una scuola di vita per coloro che si stanno accostando al mondo professionale. Essere competente nel proprio lavoro diventa sinonimo della libertà dell’individuo, artefice del proprio destino.

Il libro è un omaggio al lavoro creativo e a tutti quei tecnici italiani che hanno lavorato in giro per il mondo, seguendo progetti dell’industria italiana, portati all’estero. Libertino Faussone, detto Tino, è un torinese che incontra un altro torinese, chimico e scrittore, in una mensa aziendale per stranieri: sono entrambi italiani in una terra lontana, legati dal modo simile di lavorare e di dividere il lavoro: Faussone è un montatore di gru, Levi è un montatore di molecole e di storie. La vita di Faussone si svolge tra martelli, bulloni, tralicci, fabbriche, porti, appalti e collaudi. Alcuni trucchi del mestiere li ha appresi dal padre, che faceva lo stagnino e che gli aveva trasmesso l’amore per il lavoro ben fatto, e l’orgoglio per la propria indipendenza.

Faussone ama il proprio lavoro, attorno al quale ruota la sua intera esistenza. Ed è proprio dei lavori che ha svolto in ogni angolo del mondo e di ciò che ha contribuito a costruire che parla con l’autore, coinvolgendolo in un intreccio di aneddoti e conversazioni, talvolta un po’ prolissi e monotoni. Secondo lui, il lavoro contribuisce alla formazione del carattere, aumenta la fiducia in sé di chi riesce a portare a termine un compito difficile, stimola la spinta all’indipendenza e all’autonomia, alimenta il gusto personale della sfida. La stessa libertà dell’uomo coincide spesso con l’essere competenti nel proprio lavoro e quindi nel provare piacere a svolgerlo.

Nel romanzo “La chiave a stella” il lavoro è un attribuito positivo per l’uomo, l’uomo che fa, agisce, crea, manifesta il proprio pensiero, realizza se stesso, ed è con il lavoro che si nobilita. “La chiave a stella” è un inno alla libertà frutto del lavoro fatto con competenza, Levi scrive: «Il rapporto che lega l’uomo alla sua professione è simile a quello che lo lega al suo paese, è altrettanto complesso, spesso ambivalente ed in generale viene compreso appieno solo quando si spezza con l’esilio o l’emigrazione nel caso del paese d’origine, con il pensionamento nel caso del mestiere»[13]

Al suo mestiere di chimico Levi deve la vita (perché entra in un laboratorio di chimica dove lavora al coperto e viene salvato). Insomma, la riflessione sulla dimensione più propriamente umana attraverso tutta l’opera di Levi: dall’ analisi sulla condizione di schiavitù imposta nel lager alla convinzione profonda di come «l’amore del proprio lavoro» possa portare «alla migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra».  Dal racconto della moderna odissea del montatore di gru Faussone ne “La chiave a stella” all’acuta consapevolezza delle straordinarie potenzialità del proprio lavoro di chimico delle vernici presso la Siva di Settimo torinese.

Ne “La chiave a stella”, nei continui raffronti tra il mestiere di montatore quello del chimico, Levi riafferma il valore del lavoro libero creativo. Tutti e tre i mestieri, i due suoi e quello di Faussone, tecnico di grande perizia, possono procurare importanti soddisfazioni. Il lavoro che per lui è una approssimazione concreta alla felicità, non deve quindi essere considerato come una pena, anzi ha un  potere salvifico. A tale proposito Levi afferma: «l’amore o rispettivamente l’odio per il mestiere sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge»[14]

Questa dichiarazione è interessante perché Levi si è sempre mantenuto distante dai temi tipici della letteratura dell’industria nei suoi specifici aspetti come l’angoscia, l’alienazione esistenziale, la strumentalizzazione dell’operaio e il processo di massificazione dell’individuo. I rapporti di Levi con l’industria chimica per la quale egli lavora dal 1941 al 1975, ad esclusione del periodo dedicato obbligatoriamente alla grande industria tedesca, si sono sempre svolti in medie e piccole imprese, in principio per necessità, poi per libera scelta motivata da una precisa esigenza di creatività personale e da una coscienza di ordine morale e sociale.

Le prime due esperienze durante il periodo bellico, in condizione di semi-clandestinità per la sua condizione ebraica, come lui  le descrive ne Il sistema periodico, ci offrono l’immagine di un Levi entusiasta e innamorato del suo lavoro, felice di applicare nella pratica le nozioni imparate a scuola. Il lavoro alla cava di Michele era affascinante e misterioso, la miniera piena di magia con un suo incanto selvaggio, dove la pietra passiva e ostile lo provocava a formulare ipotesi di lavoro disperate.

La seconda esperienza lo trasferisce a Milano in una strana regolata  da una assurda precisione «Svizzera» in un’ atmosfera di segretezza, di silenzio e ordine disumani, in un laboratorio Fantasma dove si sentiva umiliato da un lavoro inutile e illogico.

Nel 1944, Levi è coinvolto contemporaneamente nella grande industria chimica e nella grande industria dello sterminio. La Buna, la fabbrica tedesca di gomma, il campo di lavoro obbligatorio «uno sterminato intrico di ferro e di cemento di fango e di fumo[…] grande come una città dove schiavi degli schiavi lavorano 40.000 stranieri e si parlavano 15 o 20 linguaggi».[15]

Il lavoro era avvilente, annientava perché o lavorare e spingere vagoni, portare travi, spaccare pietre, spalare terre, stringere con le mani nude  il ribrezzo del ferro gelato.[16] Poi per un dono del destino, imprevedibilmente la sua condizione di deportato cambia e come chimico ritorna a lavorare in un laboratorio, un laboratorio non certamente liberatorio ma gli offriva la possibilità di sopravvivere in un ambiente a lui congeniale e completamente opposto all’inferno del lager.

Al ritorno in patria, dopo la lunga tregua, spinto dalla necessità urgente di guadagnare, entra in una fabbrica ancora guasta per la guerra: qui inizia il suo mestiere di verniciatore. Ma poi il desiderio di essere libero, di volare con le proprie ali, lo spinge a dare le dimissioni e a lavorare in proprio in società con un amico in un laboratorio audacemente improvvisato con pochi mezzi. L’avventura della  libera professione finisce presto e male perché pochi sono i clienti, poche le analisi, pochi i guadagni, così ritorna alle vernici, alla Siva, una fabbrica vicino a Torino, un’impresa di media importanza nel quadro dell’industria italiana.

Qui Levi ha l’opportunità di lavorare in libertà fuori dall’ingranaggio ripetitivo della grande fabbrica, a livello di dirigente, ormai fuori dal laboratorio, con la possibilità di girare per l’Italia e per il mondo a risolvere problemi tecnici importanti e con un largo margine di tempo per dedicarsi anche al suo secondo mestiere e in quegli anni scrive quello straordinario libro che è “La chiave a stella”, esaltazione dell’uomo faber, del lavoro libero, indipendente, testimonianza delle sue cognizioni tecniche e delle sue esperienze di lavoro. Levi afferma in un’ intervista: «Il fine principale che mi ero proposto è questo: volevo conferire dignità letteraria a un modo di vivere che, a quanto so, la letteratura oggi, non solo in Italia, ha trascurato e cioè alla condizione dell’uomo che si sforza di preservare la propria libertà e creatività entro le maglie alienanti  della società industriale».[17]

Nasce così in lui la decisione di far diventare primo e unico il suo secondo mestiere, dedicarsi cioè a scrivere a tempo pieno. Il mestiere di cucire insieme lunghe molecole utili al prossimo gli ha insegnato anche a cucire parole e idee, ora il suo è un mestiere di parole scelte pesate ad incastro con pazienza e cautela. In realtà tra le due culture non c’è incompatibilità perché resta sempre tra di loro un rapporto complesso, ambivalente «perché scrivere è anche produrre, anzi un trasformare».

Resta sempre in Levi la doppia identità dovuta alla duplice esperienza industriale e letteraria.[18] L’autore Primo Levi, sopravvissuto al lager nazista, abbandonato il pessimismo biblico, manifesta in “Se questo è un uomo”  la diffidenza per i benefici della tecnica, espressa nelle storie naturali 1966 e in vizio forma 1971. Faussone è la prova vivente del fatto che «amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra»; egli cittadino del mondo, con la sua  chiave a stella, ha eretto monumenti dovunque, e racconta le sue avventure ad un amico scrittore e chimico delle vernici. L’incontro dei due personaggi avviene in Unione Sovietica, in un momento decisivo della vita del narratore, il quale afferma: «Un curioso destino vuole che in quel paese grande e strano abbiano luogo le svolte della mia vita»[19]

L’elemento che più di ogni altro conferisce originalità all’opera è proprio il nuovo modo di intendere il rapporto dell’operaio col lavoro, con i materiali e con gli strumenti. Inoltre  Levi ci propone una esemplificazione importante di come il linguaggio del lavoro possa farsi lingua del romanzo (egli ricordava molto bene cosa fosse l’alienazione). La schiavitù ci presenta un personaggio fortemente motivato, energico, appassionato, felice della sua condizione; egli racconta che il padre era morto «col martello in mano» e  « che quell’uomo, finito il suo lavoro, per lui è finito tutto»

Le numerose riflessioni del protagonista sembrano tratte da un manifesto che incita ad amare il lavoro e a non mortificarlo mai. Dal suo lavoro, Faussone ha imparato molte cose perché ha una grande intelligenza e riesce a guardare tutto con straordinaria saggezza.[20] L’identità tra lavoro e vita si realizza nell’esistenza di Faussone a tal punto che per lui: «un uomo che non abbia avuto un collaudo negativo non è un uomo»[21]. Egli riscopre il valore del suo mestiere e lo eleva a dignità professionale, riconoscendo l’importanza dell’etica e di una certa serietà, anche per quello che riguarda le mansioni più banali. Faussone afferma: «Un po’ di segreto professionale ce l’abbiamo anche noi come i dottori e come i preti quando confessano».[22]

L’amore per il lavoro è testimoniato anche dal tono quasi epico con cui il tecnico narra le sue imprese. Nel racconto dell’episodio del montaggio di una gru sono intercalate espressioni come «Cristo che macchina, mi sentivo come se mi avessero fatto commendatore» [23]. Parlando di un impianto ecco cosa ne dice Faussone: «mi piaceva vederlo crescere, giorno per giorno e mi sembrava di vedere crescere un bambino, voglio dire un bambino ancora da nascere quando è ancora nella pancia di sua mamma»[24]

Con le cose che crea, Faussone riesce a trarre gli stimoli e la sicurezza per vivere con gioia. La sua filosofia è tutta fondata sulla materialità delle cose con cui entra in contatto, egli afferma: «Fare delle cose che si toccano con le mani è un vantaggio, uno fa i confronti e capisce quanto vale».[25] Secondo Giuseppina Santagostino, “La chiave a stella”, il primo vero e proprio romanzo di Levi, non si inserisce agevolmente nel filone della letteratura industriale, non è ambientato in Italia e non rappresenta direttamente né l’industria né il modo di produzione né la condizione operaia. Il libro secondo la scrittrice esprime nostalgia verso il modo di produzione artigianale. Contemporaneamente, “ La chiave a stella” sembra contenere l’elogio del lavoro tecnologico, esercitato da un giramondo, Libertino Faussone, montatore di tralicci e dal narratore, un chimico scrittore. Essi fanno parte di una minoranza di uomini felici e liberi grazie al loro mestiere.

Dal canto suo, Luigi Davi considera “ La chiave a stella” un libro anomalo. Egli scrive in narrativa di fabbrica: «Ma è di quello stesso del 1978, un libro anomalo che io non considero ‘storia di fabbrica’ è “ La chiave a stella” di Primo Levi che addirittura ci dà un senso ‘festoso’ del lavoro, in ciò giovandosi anche del poggiare su vari paesaggi esotici e rivendica il gusto del lavoro ‘fatto bene’ e la dignità del lavoro».[26] Lo stesso autore aggiunge: «Per il lavoro fatto bene e per la dignità del lavoro siamo pienamente d’accordo, però ci vuol poco a rivelare che il ‘senso festoso’ può valere per un singolo lavoratore ‘privilegiato’ ma non per il lavoro di produzione, non per il lavoro di massa»[27].  Egli sostiene: «“ La chiave a stella”  è comunque un bel libro godibilissimo ma divergente ed eversore rispetto alla narrativa di fabbrica: ne sposta i termini e praticamente ne chiude il periodo più significativo»[28]

A proposito del libro “ La chiave a stella” Vincenzo consolo scrive: «Con la crisi della storia e delle ideologie, col trionfo delle imposture, con la confusione e i capovolgimenti dei ruoli all’uomo, allo scrittore non resta che una via: la fede nella moralità del lavoro».[29] Il tecnico Faussone alza i suoi toni quasi come un artista creatore nutrito di scienza esatta , ha fede in cio che fa e ne riceve anche soddisfazione e prestigio, la lettura del libro suggeisce anche interessanti riflessioni su come si possono dimenticare i milioni di uomini che fanno un lavoro alienato, privi di ogni interesse e di volontà: lavorano per vivere, vivono per lavorare e basta, privati di ogni soddisfazione e di ogni segno distintivo. Ma Levi è consapevole di tutto questo perché nei lager nazisti è stato schiavo, ha avuto coscienza e ricordava molto bene cosa fosse l’alienazione, come evidenzia Corrado Stajano: «È stato uno dei pochi a porre il problema della deportazione di massa anche come problema della forza lavoro nell’industria pesante tedesca».[30]

Il senso del pacato raccontare delle avventure del tecnico Faussone, trent’anni dopo, ci indica che la risposta di Primo Levi è morale e politica. La moralità del lavoro vale in assoluto ed è soprattutto un onere per chi vuole il cambiamento, il progresso e la rivoluzione liberatrice. È la classe operaia che si deve battere per una nuova organizzazione del lavoro, per fare in modo che il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo esercita, per offrire a chi lavora delle motivazioni. Anche se le speranze sono fragili e se saranno necessarie generazioni per abbattere la catena dello sfruttamento, il lavoro ben fatto, la competenza e la coscienza della sua moralità, sono i presupposti della capacità di portare a buon fine ogni lavoro riformista o rivoluzionario[31]. Il lavoro e la sua qualità, le ragioni dell’austerità, il conflitto politico e morale tra società dei garantiti e società degli emarginati, i motivi del lavoro e i motivi del rifiuto e dell’assenteismo in un mondo capitalistico, sono temi centrali delle discussioni sulla crisi.

Alberto Asor Rosa, nel suo saggio “Le due società” l’ha intuito e lo ha reso palpabile;  la violenza dello scontro tra la società che ha come cardine la classe operaia organizzata e la società dei giovani, dei disoccupati. “ La chiave a stella” è un libro molto bello e insolito che mette il dito sulla piaga di questo problema, che alimenta la discussione, pone interrogativi e fa chiarezze per l’onestà intellettuale di chi l’ha scritto e per la trattazione limpida di questioni che ci toccano così da vicino.

Il libro rivela mestieri e modi di pensare e di vivere di cui si sa poco, ma al di là della curiosità e dell’originalità del tema, il libro è di grande interesse perché affronta dall’interno il problema del rapporto tra l’uomo, le modalità del lavoro e l’oggetto del lavoro. Dal continuo dialogo con Faussone, un costruttore, un viaggiatore super specializzato, errante per mestiere in tutti i paesi del mondo, esce non tanto una mitizzazione dell’aristocrazia operaia, ma un racconto su chi seguita a lavorare bene, su chi crede profondamente in ciò che fa, moralista senza incertezza che per il suo lavoro usa rigore e intelligenza.

Ma subito affiorano le domande: per quale società lavora il tecnico Faussone? Il suo rigore moralistico non offre abilità e prestigio proprio a quella società del profitto e del privilegio che deve essere abbattuta?

Percorrere l’esperienza leviana  significa tornare ad interrogarci non solo su cosa diventa il lavoro quando viene spogliato di ogni dignità umana, ma anche su cosa diventa la vita se non viene riempita dal lavoro, un lavoro ovviamente non alienato ma dignitoso. In  “la chiave a stella”, lavoro tecnologico e spostamenti geografici coesistono nella vicenda del protagonista Faussone, costui si potrebbe dire con le parole di Corrado, citate nell’esergo finale del romanzo, «Faussone non è il frutto di un incontro di poche ore, o settimane o mesi: è il prodotto di vent’anni di vita, della mia propria vita». E naturalmente, è molto di più che un portavoce dell’autore, solo spostato dalla chimica alla meccanica e a un livello culturale alquanto inferiore, Faussone è un esemplare di umanità in cui si può avere fiducia: la passione del lavoro ben fatto è niente di meno che un’etica[32].

Inoltre, il libro mostra che l’avventura umana nel mondo della tecnologia esiste ancora e che il rapporto uomo-macchina non è necessariamente alienante, anzi può arricchire o integrare il vecchio rapporto uomo-natura. Tutto il romanzo, “la chiave a stella”, è costruito su un parallelismo tra la tecnica e la scrittura (una “poesis” materiale e una letteraria): i chiarimenti su metodi di montaggio, di installazione, di collaudo e quelli su espressioni e collegamenti narrativi. Il parallelismo più evidente è quello tra l’operaio specializzato e il chimico: nel senso che entrambi i lavori si presentano primariamente come lotta, conoscenza delle cause, ricerca di perfezione. Il narratore di “la chiave a stella”, Levi, creatore anche di Faussone considera appunto, conversando con il suo alter ego che i loro lavori, di montatore, di chimico e di scrittore «possono dare la pienezza»; danno – durante l’esecuzione – il tipo di piacere di chi affronta un compito difficile e riesce  a superarlo, e danno – una volta terminati – la soddisfazione piena di eticità, di chi ha affrontato degnamente una prova, ha saputo superarla e superandola ha giovato agli altri. Levi scrive: «Ho cercato di chiarirgli che tutti e tre i nostri mestieri, i due miei e il suo, nei loro giorni buoni possono dare la pienezza. Il suo, e il mestiere chimico che gli somiglia perché insegnano a essere interi, a pensare con le mani e con tutto il corpo, a non arrendersi davanti alle giornate rovesce e alle formule che non si capiscono perché si capiscono poi per strada, il mestiere di scrivere perché concede qualche momento di creazione».[33]

Faussone è solo nelle sue avventure; arriva per lo più in aereo fra gente straniera ed è messo subito di fronte alla gru o al traliccio, che pone problemi superiori alla competenza delle maestranze locali. Egli è solo con la sua inventiva, con la sua esperienza, soprattutto solo con il suo coraggio (talora con la forza d’animo); ma lui offre qualcosa all’umanità, il gusto del lavoro svolto con cura, l’amore per l’attività che uno ha scelto come propria, il compiacimento per una perfezione raggiunta e raggiunta col proprio impegno. Sta qui secondo Levi, uno dei maggiori piaceri della vita, forse anche uno dei tipi di libertà «più accessibili, più goduto soggettivamente e più utile al consorzio umano».[34] Sta anche qui «la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra» [35]. Una regola per la felicità: da Levi che di felicità naturalmente non parla molto[36]

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Note:

[1] Levi, Primo, La chiave a stella, Torino, Einaudi, 1978, p149.

[2] Levi, Primo, Il sistema periodico, Torino, Einaudi, 1975, p43.

[3] Intervista di Philip Roth a Primo Levi, un’intervista pubblicata il 26 e 27 novembre 1986 su “La stampa”.

[4] Levi, Primo, Opere complete, Torino, Einaudi, 1987, vol I p596-598.

 

[5] Levi, Primo, La chiave a stella, Torino, Einaudi, 1978, p117.

[6] Ibidem, p81.

[7] Ibidem, prefazione.

[8] Ibidem, p163.

[9] Ibidem, p145.

[10] Ibidem, p52.

[11] Ibidem, p180.

[12] Ibidem, p81.

[13] Ibidem, p149.

[14] Levi, Primo, Opere complete, Torino, Einaudi, 1987, vol I p596-598.

[15] Levi, Primo, La chiave a stella, Torino, Einaudi, 1978, p81.

[16] Levi, Primo, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1947, p99.

[17] Ibidem, p178.

[18] Intervista di Philip Roth a Primo Levi, un’intervista pubblicata il 26 e 27 novembre 1986 su “La stampa”.

[19] Dovara, Isolina, Scienza, tecnica e industria nella vita e nell’opera di Primo Levi, Leo.S-ol Schiki, 1994, pp1055-1058

[20] Levi, Primo, La chiave a stella, Torino, Einaudi, 1963, p149.

[21] D’angelo, Giovanna, La chiave a stella di Primo Levi: una sfida al labirinto, Leos.Ol _Schki, 1994, pp1059-1060.

[22] Levi, Primo, La chiave a stella, Torino, Einaudi, 1963, p155.

[23] Ibidem, p87.

[24] Ibidem, p6.

[25] Ibidem, p19.

[26] Ibidem, p181.

[27] Davi, Luigi, Narrativa di Fabbrica, Leos .Ol.schki, 1994, p1235.

[28] Ibidem, p1236.

[29] Ivi

[30] Ibidem, p1234.

[31] Stajano, Corrado, Il lavoro e la sua qualità in Il Messaggero, 11 dicembre 1978.

[32] Levi, Primo, La chiave a stella, Torino, Einaudi, 1963, p181.

[33] Levi, Primo, volume secondo, Romanzi e poesie: introduzione di Cesare segre, Milano, Einaudi, 1984, pp81-85.

[34] Levi, Primo, La chiave a stella, Torino, Einaudi, 1963, p52.

[35] Ibidem, p146.

[36] Ibidem, pp81-82.

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