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ELENA VARVELLO racconta LA VITA FELICE

settembre 16, 2016

ELENA VARVELLO racconta il suo romanzo LA VITA FELICE (Einaudi)

Un estratto del romanzo è disponibile qui

elena-varvello

di Elena Varvello

Avevo nove o dieci anni ed ero una bambina solitaria, con i capelli corti, troppo alta e sempre un po’ accigliata, silenziosa. Volevo diventare una scrittrice – ricordo che credevo fermamente che avrei scritto un romanzo – e non ho fatto altro che volerlo, per buona parte della vita. Volevo diventarlo, ma non avevo idea di che significasse. Non l’ho saputo per trent’anni. È stato quando ho cominciato a scrivere La vita felice, è stato allora che ho capito. Avevo pubblicato poesie, una raccolta di racconti e due romanzi, ma è stato con Elia e con suo padre, la loro storia nell’estate del 1978, che ho smesso di volerlo diventare.

La vita feliceNon è una cosa facile spiegarvi ciò che intendo e so che può sembrare un paradosso. Potrei provare a dirvelo così: tutti vogliamo innamorarci, tutti speriamo, magari senza ammetterlo, d’imbatterci nella persona giusta. È un nostro desiderio. E quando questo accade (passato quel trambusto che segna i primi tempi), all’improvviso siamo lì, come se finalmente avessimo trovato casa, e c’è una bella differenza. Non sto dicendo che sia meglio né tantomeno che sia peggio: dico soltanto che è diverso. Ci sono un sacco di questioni che non avevi immaginato, certo, e si presentano problemi che non avevi messo in conto, ma adesso sai che è la tua vita, che sei dentro la vita, e c’è una certa quiete, c’è una bellezza nuova.

In questo senso, con Elia, ho smesso di volerlo diventare ed è arrivata quella quiete, quella bellezza nuova. Non sto parlando di successo o del sentirsi realizzati – non m’interessa, il punto non è questo. Non sto parlando neppure di talento: non ho alcuna teoria riguardo alla scrittura, come non ho teorie riguardo a quello che chiamiamo amore. Elia non ha teorie riguardo al proprio padre: non può che raccontare la sua storia. Dal mio punto di vista, ormai – è questo quello che intendevo – esistono le storie, punto e basta. Esistono soltanto le persone e quello che succede alle persone, esistono i ricordi, le paure, i sogni e le speranze. Esistono i segreti. Le cose che si dicono e quelle che si tacciono. E c’è mistero in ogni attimo, in ogni giorno che viviamo.

È stato un lungo viaggio, vi dicevo. È incominciato un pomeriggio, con una frase di mio padre. Sono passati già 6 anni. Era malato di bipolarismo, sarebbe morto qualche mese dopo. Era depresso, in quel periodo, e se ne stava a letto. Ricordo ancora la sua voce, ricordo che mi disse: “La cosa più triste è che nessuno racconterà mai una storia come la mia”. Un uomo come tanti, l’amore che doveva aver provato, la sofferenza, i suoi rimorsi e i suoi rimpianti. Vorrei soltanto ringraziarlo, se potessi, gli vorrei dire che quella frase ha trasformato il desiderio di diventare qualche cosa – una scrittrice – in una vita che dovevo vivere, non più desiderare. Ha cancellato le teorie lasciando solo quel mistero – chi sei?, chi siamo veramente? – ed è così che ho conosciuto Elia e, grazie a lui, la storia di suo padre e di sua madre. La vita felice.

È quando siamo lì, dove la vita va vissuta, non più desiderata, che possono succedere le cose più importanti. A me sono successe. Una di queste è perdere noi stessi. Possiamo perdere noi stessi per diventare un altro, un’altra, per diventare un fiume, una cascata, una città, uno stabilimento abbandonato. Un ragazzino. Un padre su un furgone. Un cane su un sentiero. Un brutto sogno sognato da qualcuno.
Non è questione di teoria, ma solo d’esperienza.
Possiamo smetterla di preoccuparci di come gli altri ci vedranno, di quel che penseranno, di quello che accadrà alle nostre storie, se piaceranno o meno. Possiamo smetterla di chiederci se siamo bravi o no. Possiamo smetterla di fare paragoni.
Possiamo spingerci più a fondo. Possiamo spingerci laggiù, nel posto in cui il padre di Elia gli chiede di guardare.
Ci sei ancora?
Sì, papà.
Sei andato a darci un’occhiata?
Scusa, non ti capisco.
Laggiù.
Laggiù in che senso?
Non devi mai rispondere a una domanda con un’altra domanda.

Non c’era altro che volessi, scrivendo il mio romanzo, che accompagnare Elia, andare là con lui e non lasciarlo solo. Accompagnare Ettore, suo padre, e la ragazza, prima su quel furgone e infine in mezzo al bosco, lungo la sponda del torrente. Stare vicino a Marta, sua madre, nell’attesa. Stare vicino ad Anna e Stefano e Trabuio.
È quello che farò, d’ora in avanti: accompagnare qualcun altro e non lasciarlo solo. È quello che succede con i libri, leggendoli o scrivendoli. Ecco cos’ho imparato, con la storia di Elia, ecco cos’ha imparato quella bambina silenziosa: non siamo soli. Ed ecco perché, qualunque cosa accada, ormai credo davvero che la vita sia felice.

(Riproduzione riservata)

© Elena Varvello

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Il libro

La vita feliceLa vita felice è un meccanismo a orologeria: il ticchettio inarrestabile che avvertiamo, pagina dopo pagina, è quello di una famiglia che sta per essere travolta. Accade tutto in una notte, e quella che era una minaccia diventa una ferita che non si può piú cancellare.

«Non ne sapevo niente, allora, dei modi in cui l’amore può manifestarsi, né della forza con cui può spingerci in un angolo e toglierci il respiro».

Elia ha sedici anni ed è un ragazzo solitario. Suo padre è stato licenziato e ha cominciato a comportarsi in modo strano, sparendo per ore a bordo di un furgone, chiudendosi in garage, scrivendo lettere che denunciano un complotto di cui si sente vittima. Elia prova a decifrare ciò che accade, mentre sua madre sembra non voler vedere. Fino alla notte d’agosto dopo la quale nulla sarà piú come prima: la piccola comunità di Ponte – già segnata dall’omicidio insoluto di un bambino – si sveglia sconvolta per il rapimento di una ragazza, salita la sera precedente su un furgone e poi svanita in mezzo ai boschi. Ma quell’estate per Elia è anche segnata dall’attrazione per Anna Trabuio, dall’amicizia per suo figlio Stefano, dalla scoperta lacerante dei propri desideri e dell’istinto di sopravvivenza. A raccontare tutto questo è Elia trent’anni dopo: un uomo che tenta di ricucire lo strappo del passato e illuminare il buio nella mente di suo padre, immaginando cosa sia accaduto davvero quella notte, e cosa significhi perdere se stessi. Ma soprattutto tenta di rispondere a una domanda: com’è possibile, dopo una ferita cosí profonda, sperare di essere felici? Tra La settimana bianca e Io non ho paura, Elena Varvello ha scritto una storia di formazione diversa da tutte le altre, che cattura il lettore con una lingua cesellata, dura e trasparente.

 

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Elena Varvello è nata a Torino nel 1971. Ha pubblicato le raccolte di poesie Perseveranza è salutare (Portofranco, 2002) e Atlanti (Canopo, 2004). Con i racconti L’economia delle cose (Fandango, 2007) ha vinto il Premio Settembrini, è stata selezionata dal Premio Strega e nel 2008 ha vinto il Premio Bagutta Opera prima. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo romanzo, La luce perfetta del giorno (Fandango). Per Einaudi ha pubblicato La vita felice (2016). È docente presso la Scuola Holden di Torino.

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