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TEMPO SENZA SCELTE di Paolo Di Paolo (intervista)

ottobre 19, 2016

Tempo senza scelteTEMPO SENZA SCELTE di Paolo Di Paolo (Einaudi)

Un estratto del libro è disponibile qui

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di Eliana Camaioni

All’indomani di “Una storia quasi solo d’amore” (Feltrinelli 2016), con “Tempo senza scelte” (Einaudi 2016) Paolo di Paolo lancia la sfida a lui più cara: accendere un dibattito pubblico su temi che ci riguardano da vicino come cittadini, come lettori, come intellettuali. E ci riesce, perchè il tema è quello della scelta, che si inscrive in quello più ampio della Storia –individuale, collettiva- da sempre tanto caro a Di Paolo: Piero Gobetti, Renato Serra, Federico Garcìa Lorca, Hans e Sophie Scholl, passando per Sapegno, Melville e Kierkegaard, fotografati nel momento in cui sono chiamati a dover fare una scelta cruciale, e quindi nel loro porsi nei confronti della contemporaneità, dell’impegno civile.  Nei romanzi lo vediamo in maniera diversa, ma il tarlo di Paolo è sempre lo stesso: cosa siamo noi nei confronti della Storia, e quindi cosa siamo noi nei confronti della quotidianità, delle cose che ci accadono attorno mentre noi conduciamo la nostra, di storia. Il titolo del saggio sembra non lasciare scampo: in confronto a quegli esempi eroici, la nostra sembra una vita che di scelte ce ne offre poche, o forse troppe, così tante da azzerarsi. Da renderci paralizzati, agorafobi, sgomenti dinnanzi alla reversibilità che relativizza e svilisce il nostro punto di vista, e ci corrode l’identità. E quindi: otium o negotium, nei confronti della vita? “Non sa, non risponde: è un segmento dei grafici demoscopici, lo abitiamo a nostra insaputa”, dice l’autore.

-A dispetto delle sue piccole dimensioni tipografiche, è un saggio forte, “Tempo senza scelte”, pubblicato mentre il tuo ultimo romanzo “Una storia quasi solo d’amore” sta ancora facendo parlare di sé. Come qualcosa di urgente, che voleva venir fuori adesso. Perché?
“Pur appartenendo alla categoria molto vasta dei giovani scrittori, ho scritto almeno tre romanzi che sento più significativi, più solidi, e almeno due di questi tre sono riusciti a sollevare un certo dibattito. Il primo romanzo [“Dove eravate tutti”, ndr] era la storia di una famiglia italiana negli anni Zero; in quella confusione cercavo di capire come si muoveva una famiglia normale, un tempo si sarebbe detto della piccola media borghesia. Cercavo di capire cosa succede nel rapporto tra la vita privata di una persona e quello che accade attorno a lei – la Storia-  e che non riconosciamo come tale: ma le canzoni che ascoltiamo, i vestiti che indossiamo, tutto quello che in qualche modo è indotto dall’epoca in cui viviamo, quanto determina le nostre vite? Il fatto di innamorarci in un dato tempo storico o in un altro, modifica la sostanza di quell’amore? Questa è una domanda alla quale io non ho risposta, ma ad un certo punto ti accorgi che scrivi romanzi solo per rispondere alla stessa domanda: ho scritto libri diversi, che tentano di rispondere sempre allo stesso interrogativo, cioè come funziona il rapporto fra i nostri sentimenti e la vita pubblica. C’è veramente un rapporto? Ad un certo punto ho usato la metafora dell’infiltrazione d’acqua in un parquet: tu vedi un giorno che quel pavimento si è gonfiato ma non sai dire esattamente quando quell’infiltrazione ha cominciato ad arrivare, e perché. Il rapporto fra la Storia e noi è come quello fra l’acqua e il parquet: un’infiltrazione sotterranea il cui risultato visivo si può misurare solo a molta distanza di anni”.

 
-I romanzi oggi in Italia riescono ancora a suscitare un dibattito pubblico?
“La risposta è no. Accade solo in paesi che hanno una realtà culturale, letteraria ancora molto solida, come per esempio i nostri cugini francesi: in Francia l’uscita di un romanzo può ancora suscitare un dibattito pubblico. Allora mi son detto: scrivo un piccolo saggio, magari lo leggeranno poche persone ma non importa, perché riesco ad essere più esplicito nella mia visione delle cose, non mediato dalla trama. Sulla scelta: mi sono reso conto che  –e ribadisco: in questo momento storico e in questa zona geografica, quindi l’Occidente privilegiato- viviamo in una continua proposta di opzioni che non corrispondono a scelte radicali. Per dirla con un esempio, basti pensare al ‘like’ o ‘dislike’ dei social: ti si chiede una reazione, e il non mi piace è l’aspetto più interessante. Sembri un dio dispotico che giudica: non mi piace sembra un gesto più fortemente identitario, mentre sul mi piace ci si riflette di più perché potrebbe essere interpretato come piaggeria. Ma rilevato l’aspetto più superficiale, è interessante il fatto che tu possa mettere ‘non mi piace più’, che il tuo gesto, minimo, sia cioè reversibile, il che significa che non ha un impatto realmente costitutivo sulla realtà. Nel momento in cui dico che quella cosa non mi piace più, significa che posso sempre ripensarci: e in questo senso ecco che tutte le nostre scelte finiscono per diventare opzioni, non costituiscono cioè più qualcosa di radicale, di estremista, ma diventano una visione su cui si torna indietro, si può avere un margine di retromarcia”.
 

-Allora, in questo tempo senza scelte, quali sono le scelte davvero radicali? Esistono?
“Esistono ma non sono più radicali come lo erano un tempo. Mi sposo, ad esempio, scelta apparentemente radicale. Ma non tanto quanto l’hanno percepita le generazioni precedenti alla mia, dove il meccanismo del matrimonio comportava un’irreversibilità che era anche di natura giuridica. Ora non intendo dire che rimpiango il tempo in cui ogni scelta era estremista, bensì mi chiedo: rispetto a me, non rispetto a tutti –perché questo è il punto di questo libro- non noi ma io, che cos’ho scelto nella mia vita fin qua? Niente. Ho scelto di fare lo scrittore? Beh, è qualcosa di indolore, non ho scelto certo di andare in guerra, o non ho neanche scelto di lasciare il mio paese per raggiungere le coste di un altro paese –senza ammantarci di retorica, quella è veramente la scelta in un tempo senza scelte, in un luogo senza scelte. E allora tutto sommato questo galleggiare fra le opzioni è rassicurante, confortante, ma è davvero una libertà? Essere di fronte a mille opzioni è una libertà o il suo contrario? O piuttosto l’eccesso di opzioni non dà una grande angoscia, una sorta di panico esistenziale che uno non riesce bene a tradurre, ma c’è, in questa società e in qualche modo ci sta divorando. Perché la costruzione di un’identità fluida è in realtà la negazione di un’identità. Nel momento in cui io non sono solo una cosa ma sono al contempo tutto e tutti –torno sui miei passi, mi trasformo, vado avanti, indietro-  non ho più nessuna certezza. E non c’è bisogno di scomodare sociologi e antropologi per capire quanto questo dia un senso di vertigine, a volte. Io chi sono ma soprattutto che cosa sono? Facendo lo scrittore volevo mettere in evidenza un percorso di natura letteraria in cui quest’istante, della scelta, diventa visibile: la nave della vita che passa – l’immagine di Kierkegaard- e noi dovremmo prenderla, ma nel momento in cui stiamo per prenderla rischiamo anche di perderla, perché passa davanti ai nostri occhi e c’è un istante in cui non è più possibile scegliere. E’ interessante arrivare a capire se c’è un istante in cui è possibile scegliere la nostra vita prima che la nostra vita sia già scelta da qualcun altro o, senza diventare tautologici, sia scelta dalla non-scelta”.

 
Tempo senza scelte-In questo tuo saggio, che è un viaggio attraverso momenti emblematici della vita di importanti personaggi letterari, c’è un capitolo dedicato a qualcuno che è a te molto caro: Piero Gobetti. Lui era un personaggio su cui torni spesso forse perché era uno che sceglieva, sempre e comunque, prendeva posizioni – peraltro in un momento storico in cui prendere posizioni poteva costare anche la vita. Con Gobetti, il campo semantico della scelta si somma a quello del coraggio, insomma. “Gli eroi del mito ci guardano e ci interrogano”, dici. Ma quindi non è tanto la scelta quanto la consapevolezza della scelta, che diventa una forma di coraggio?
“Sì. Credo che nel momento in cui si sceglie non sia tanto il cosa si sceglie – perché quel ‘cosa’ poi viene giudicato sempre a posteriori, da un tribunale che non è quello della tua cosiddetta coscienza- ma conti la consapevolezza, il fatto di rendersi conto di quel rischio che la propria scelta comporta. Io in questo libro ho cercato di raccontare quattro vite esemplari, quattro persone molto giovani che hanno scelto un modo particolare di vivere (Piero Gobetti, Renato Serra, Gabriel Garcia Lorca, Hans e Sophie Scholl) e le cui storie finiranno ovviamente male. Ma proprio perché volevo mettere il lettore di fronte a delle scelte assurde, estremiste, eroiche, poi dobbiamo dedurre che quello che riguarda la nostra vita non ha nulla di eroico e non deve neanche averlo, probabilmente. Cioè sono arrivato a percepire che nell’eroismo c’è un grosso alibi collettivo: quando conosci l’eroismo, il danno è già compiuto. Se pensiamo a Giovanni Falcone, il fatto che sia morto nel combattere la mafia lo rende eroe ma a posteriori: non è che nella sua vita lui si sentisse eroe, stava semplicemente facendo la sua scelta, correndo il suo rischio. Quando qualcuno quindi dice ‘eroe’, c’è un problema, che diventa un alibi collettivo: tu nel tuo piccolo ti senti già non-eroe, e ti assolvi. Questo non significa che si debbano praticare le strade più pericolose, ma avere la consapevolezza del rischio. Se io non sento che sto rinunciando a qualcosa, non sto scegliendo.
Tentavo, proprio attraverso queste figure eroiche, di scendere nel corso del libro, nella vita più pratica, più vicina a noi, che sembriamo essere sempre più al riparo da quell’orizzonte di scelte, e invece non ci accorgiamo che stiamo scegliendo anche quando non scegliamo, e la nostra vita diventa una somma di non-scelte, rischia di essere questo, e a me questo fa un po’ paura. Ci stiamo svegliando al fatto che, come dice Kierkegaard, ‘non scegliere significa già in qualche modo scegliere’, ed è apparentemente il male minore: ma può costituire quello peggiore?
Che cosa faccio, che cosa sarò nel mondo, che cosa succede? In qualunque tempo storico, a qualunque latitudine, c’è un tempo della scelta. E sta a noi stare al mondo con una consapevolezza diversa, non lasciandosi scorrere le cose sempre.

-Mi sembra di rintracciare un legame col tuo ultimo romanzo…
“Esatto: anche lì, quando ho provato a parlare d’amore l’ho fatto il termini di scelta. Quando i miei due personaggi si stanno innamorando, in qualche misura stanno scegliendo non tanto l’altra persona, ma di dare una possibilità a sé stessi e a quell’altra persona nella loro stessa vita. Il finale del romanzo è proprio in quel momento in cui ancora tutto è possibile, e la scelta dell’uno condizionerà la scelta dell’altro. Perché credo che l’apatia, nell’ultimo segmento di novecento e inizio di duemila, è forse un sentimento più marcato che in altri tempi, ed è una forma di difesa: nel momento in cui indietreggio rispetto al dolore, indietreggio rispetto ai sentimenti, rispetto agli altri. Come se stessimo in una sorta di guscio di protezione eterna in cui nulla mi può ferire, perché tutto in realtà mi ferisce. E a quest’apatia a volte nei diciassettenni si mescola anche una forma di indifferenza, di cinismo: “Tanto le cose sono così: è inutile provare a cambiarle, essere diversi dalla maggioranza delle persone”. Scarsa voglia di ribellarsi contro qualcosa che non va, dando per scontato che quel qualcosa che non va sarà sempre così, ed è possibile che sia così e che abbiano ragione a dirlo ma l’aspetto interessante di queste parabole non è tanto il fallimento, quanto la domanda: nonostante tutto, si può tentare -anche solo per il gusto di tentare! – di cambiare anche solo minimamente quell’apparenza delle cose che sembra già condizionata?”

-C’è un momento in cui metti nero su bianco, verso la fine, quello che il lettore pensa dopo aver vissuto le parabole esemplari degli eroi, raccontate fino ad allora. Entri a gamba tesa ad inizio di capitolo e dici: “Ecco. Ci sono gli eroi, e poi ci siamo noi”. Che eroi non siamo. E a questa nostra comunità di non eroi rivolgi nuovamente la tua celebre domanda, che parafrasa il titolo del tuo primo romanzo: “Dove siamo tutti?”. Ed è importante il focus che a questo punto fai sul ruolo dello scrittore, e la tua domanda diventa l’urlo di un intellettuale, la chiamata alle armi: “Che ce ne facciamo dei cuori raffreddati?”
“Va premesso che uno scrittore non può oggi avere la stessa incidenza che aveva un tempo, quando non esistevano altri media narrativi. Cosa può avere quindi un romanzo, oggi, di alternativo ai nuovi media? Questo deve chiedersi uno scrittore, pur sapendo quanto sia distante dalla pratica dei più la lettura di un romanzo. C’è una forma di lettura che è il romanzo di intrattenimento, e una letteratura che cerca comunque di accompagnare alla trama una ricerca di prospettive. Io non credo che un romanzo debba necessariamente cambiarti la vita –anzi, non può cambiartela- può semmai spostare la prospettiva, come dopo aver visto un film, aver fatto un viaggio, una canzone. Come scrittore io tento parimenti di accompagnare il lettore in un cambio di prospettiva, far sì che qualcosa in lui avvenga, si sposti. Purtroppo, il romanziere deve rispondere, come se fosse una scelta, della storia che scrive. Il che si traduce sul piano pubblico: lo scrittore ha il dovere di percepire che c’è un rapporto fra ciò che scrive e la società che legge. Deve dire qualcosa che va oltre gli strettissimi fatti propri: siamo tutti troppo concentrati sul nostro piccolo mondo e sull’attesa che la narrazione di esso suscita negli altri. In questo senso diventiamo al contempo protagonisti e spettatori dello spettacolo collettivo.
In un tempo che mi spinge ad essere o aggressivo o ironico, e provo da scrittore a dire qualcosa di serio, sarò esposto continuamente o allo sberleffo o al rancore. E il mio discorso non sarà più difendibile, perché di fronte a temi alti –come possono essere il sesso, l’amore, la morte: i tre perni su cui ruota l’esistenza- nel momento in cui una società non riesce più a trattare serenamente questi tre elementi costitutivi dello stare al mondo viene meno il doverci fare seriamente i conti, e la riflessione che ne consegue.

-Qual è in assoluto la filosofia più pericolosa, per uno scrittore?
“Quella del disimpegno, dell’alzata di spalle, che si riassume in un’espressione: “E che sarà mai!”.

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