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CARNE MIA di Roberto Alajmo (intervista)

ottobre 21, 2016

CARNE MIA di Roberto Alajmo (Sellerio)

di Massimo Maugeri

Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, dal 2013 dirige il Teatro Biondo di Palermo. Tra le sue pubblicazioni: Notizia del disastro (2001), Cuore di madre (2003), Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo (2004), È stato il figlio (2005), da cui è stato tratto nel 2012 l’omonimo film diretto da Daniele Ciprì, Palermo è una cipolla (2005), L’arte di annacarsi (2010).

Il nuovo libro di Alajmo si intitola Carne mia ed è un bellissimo romanzo, pubblicato per i tipi di Sellerio,  che ricorda ambientazioni e “atmosfere famigliari” presenti in opere come Cuore di madre e È stato il figlio.
Ne discuto con l’autore.

– Caro Roberto, come sai sono sempre molto interessato a conoscere in che modo una storia ha origine. Potresti raccontarci qualcosa con riferimento alla genesi di questo tuo nuovo romanzo? Come nasce “Carne mia”? Da quale idea, spunto, esigenza o fonte di ispirazione?
Il seme è una storia letta sul giornale, avvenuta a Palermo una ventina di anni fa e venuta a galla solo di recente. Ho ruminato la storia per un paio di anni e poi l’ho sputata via come una palla di pelo di gatto, scrivendola nel giro di sei mesi. La parte difficile è stato trovare la concentrazione, più che il tempo in sé, che serve per scrivere. Scrivere, in un certo senso, è l’ultimo dei problemi.

– Parte del romanzo è ambientata nel quartiere palermitano di Borgo Vecchio, nel corso degli anni Novanta. Come descriveresti questo quartiere ai nostri lettori? E perché, tra i vari luoghi di Palermo, hai scelto proprio questo come luogo privilegiato di questa storia?
E’ una enclave senza tempo, incastonata nel cuore della parte residenziale più prestigiosa della città. Cento metri separano il salotto di via Libertà dalla cantina del Borgo, dove vigono regole a sé stanti, e lo stato riesce a farsi sentire solo di rado. E’ nel vuoto lasciato dallo stato che prospera l’illegalità. Per questo mi è sembrato che fosse il luogo perfetto per rendere l’idea della complessità di Palermo.

– Approfondiamo la conoscenza della famiglia Montana, che campa grazie alla gestione di una bancarella abusiva di prodotti ortofrutticoli. Che tipo di famiglia è quella dei Montana?
E’ una famiglia di carattere spiccatamente patriarcale all’apparenza, ma matriarcale nella sostanza. Specialmente quando il padre sparisce nel nulla, è Mela, la madre, a prendere in pugno la situazione, seppure con la mitezza quasi succube delle donne siciliane. Credo che l’espressione più confacente della mentalità che cerco di raccontare sia quella nota col nome di “familismo amorale”.

– Al centro della prima parte della vicenda ci sono i due figli di Calogero Montana (il capofamiglia che scompare all’inizio della storia). Si chiamano Enzo e Franco. Il cuore della tragedia si sviluppa proprio intorno a loro. Pur appartenendo allo stesso contesto sociale e famigliare sono molto diversi l’uno dall’altro. Parlaci un po’ di questi due fratelli…
Sono Caino e Abele, ma Caino è anche Abele, e viceversa. Ognuno è doppio, ed entrambi si raddoppiano ulteriormente nel tempo, reincarnandosi caratterialmente nella coppia di nipoti che sono protagonisti nella seconda parte del romanzo.

– Non vorrei raccontare troppo della trama. Diciamo che, a un certo punto, per fronteggiare gli effetti di questa tragedia famigliare che riguarda i Montana, racconti di una fuga fuori dall’Italia. Perché hai scelto proprio la Spagna (e non, per esempio, la Francia che – se non sbaglio – conosci piuttosto bene) come luogo “ulteriore” per l’ambientazione della storia?
Primo, perché esiste realmente un flusso verso il sud della Spagna da parte di fuoriusciti dalla malvivenza siciliana. Secondo, perché mi interessava mettere a confronto due sud. A parità di condizioni climatiche, sociali e storiche (anzi, in Spagna la dominazione araba durò molto più a lungo) nella Spagna del sud non esiste questo senso di rassegnazione al destino e al sottosviluppo. Il destino del sottosviluppo che noi in Sicilia conosciamo bene.

– Il titolo “Carne mia” sembra fare il verso a “Cuore di madre” (altro tuo grande romanzo di successo). Entrambi i titoli sembrano evidenziare l’esistenza di una sorta di legame tra il concetto di “discendenza” e quello di “possesso corporale”. Cosa puoi dirci in tal senso?
In effetti questo è il terzo capitolo di una trilogia, con “Cuore di Madre” ed “E’ stato il figlio”. “Carne Mia” rende l’idea del possesso ancestrale che nelle famiglie siciliane lega i consanguinei. Vorrebbe essere un’espressione affettuosa, ma di fatto risulta allo stesso tempo carnale e funerea.

– Chiudiamo con il teatro. Dirigi il Teatro Biondo di Palermo dal 2013. Qual è il ricordo più bello che conservi, fino a oggi, di questa esperienza? E cosa ti aspetti dal futuro?
La prima volta che ho visto il teatro riempirsi fino all’inverosimile, per lo spettacolo di apertura. Ho visto il pubblico di Palermo cantare, letteralmente. Erano felici. Questo dovrebbe essere il teatro: un dramma felice.

-Grazie, Roberto.

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Il libro
Carne miaLa storia di Carne mia finisce con due ragazzini che camminano ai margini di una strada, nel sud della Spagna. Qualche macchina passa accanto, rallenta, non si ferma; il ragazzo più piccolo, ancora un bambino, non smette di parlare, in un brusio continuo che si mescola al canto delle cicale. L’altro, invece, rimane zitto. Dai suoi pantaloni sbuca il manico di un punteruolo.
Ma questa è la fine, prima c’è una vicenda ambientata negli anni Novanta al Borgo Vecchio, il quartiere popolare di Palermo incastonato ai margini della zona più prestigiosa della città. Quasi un paesello a sé stante in ogni dettaglio, soprattutto per quanto riguarda la sfera morale. Quando c’è un problema si va in carnezzeria, dal signor Pino, si compra il capretto e si invocano pareri che hanno il valore di una sentenza, che si tratti di una bega condominiale o della sorte di un uomo scomparso nel nulla. Qui la famiglia Montana campa grazie a una bancarella abusiva di frutta e verdura fondata dal padre, di quelle sempre aperte, un ombrellone a proteggere le cassette, i clienti durante la giornata e la sera una briscola e una chiacchierata con gli amici. Poi una notte il padre, Calogero Montana, smette di tornare a casa, e la piccola attività dovrà essere portata avanti da moglie e figli. Due figli, Enzo il grande e Franco il piccolo, ma «il piccolo pare più grande del grande, e il grande più piccolo del piccolo». Entrambi lasciano la scuola per aiutare la madre e Franco, gran lavoratore, si getta nel mestiere; il secondo, all’opposto, voglia ne ha poca, e diventa ancora più inaffidabile quando s’innamora di una ragazza che è peggio di lui. I due fidanzati diventano sempre più strani, magri, consunti, ed estorcono quattrini alla madre in continuazione. A Franco tutto questo non piace. E poi, a complicare le cose, arriva pure un figlio. Anzi, due.
È una storia semplice, questa, con un finale inaspettato. Una trama dura e affilata, che mette al centro la famiglia, come in È stato il figlio.
Roberto Alajmo racconta questa storia con una lingua e uno sguardo che rimangono incollati ai fatti e ai personaggi, seguendoli fin quasi a tamponarli, inventando un presente e una presenza concreti al punto che questa famiglia quasi la vediamo davanti a noi, con le sue scelte, le sorprese e l’accanimento del destino, lo sbigottimento dei momenti felici. Mentre assistiamo all’eclissi di ogni sentimento, e all’avvicinarsi di una catastrofe che sembra inevitabile.

Le prime pagine del romanzo sono disponibili qui.

 

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