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NON CHIEDERE COSA SARÀ IL FUTURO di Giuseppe Sgarbi

ottobre 22, 2016

NON CHIEDERE COSA SARÀ IL FUTURO di Giuseppe Sgarbi (Skira)

Domenica 23 ottobre, nell’ambito del Premio Stresa, Giuseppe Sgarbi riceverà una targa speciale per il suo libro “Non chiedere cosa sarà il futuro” pubblicato da Skira.

Il 29 ottobre Giuseppe Sgarbi riceverà, a Pordenone, anche il Premio Bruno Cavallini 2016.

Pubblichiamo di seguito un estratto della prefazione di “Non chiedere cosa sarà il futuro” firmata da Claudio Magris.

Il 3 novembre uscirà il terzo libro di Giuseppe Sgarbi, sempre per i tipi di Skira, dal titolo “Lei mi parla ancora”, in cui racconta, in un delicato e appassionato dialogo a distanza, l’amore inesauribile per la moglie Rina, compagna e anima di tutta una vita, scomparsa un anno fa.

Avremo modo di occuparcene…

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La canna grega

Claudio Magris

Cosa intende dire, Elisabetta Sgarbi, quando, con timore e tremore ma con la risoluta consapevolezza di dover riconoscere e dire una verità, scrive: “Mio padre è uno scrittore”? Timore e tremore di figlia, che prima di leggere quel testo poteva dubitare che esso, come spesso accade, fosse certo nobile e giusto, ma poeticamente non all’altezza dell’umanità di chi lo aveva scritto.
Ma anche timore e tremore di riconoscere la grandezza, l’autentica asciutta poesia di quel libro, perché per i figli non è facile trovarsi di fronte né alla grandezza né alla modestia dei genitori, e soprattutto può non essere facile sentirli parlare, secondo verità, della loro vita, con le sue gioie i suoi limiti e i suoi affanni.
Ciò è tanto più vero quando i genitori scrivono pure dei figli, come in questo libro in cui Giuseppe Sgarbi parla, con intenso affetto, di Elisabetta e Vittorio Sgarbi che immagino abbiano letto quelle pagine, felici e anche con disorientata emozione.
Forse l’imbarazzo e il pudore vorrebbero chiudere il libro prima di averlo letto. Ma se il pudore è una virtù, una virtù più grande – quella teologale della carità o quella cardinale della fortezza? – è il coraggio con cui lo si supera, ci si dichiara, ci si mette in gioco e a rischio. L’amore esige di spogliarsi, non solo fisicamente.
Quando poi la figlia è la coraggiosa, lucidissima, implacabile e temeraria ammiraglia di una grande e avventurosa flotta editoriale, una capitana che ogni giorno maneggia, incontra, accetta, respinge, corregge, crea libri ed autori, quella frase, quel riconoscimento (“Mio padre è uno scrittore”) può essere ancora più problematica, perché chi la proferisce non fa altro che vedere, incontrare, inseguire, sopportare scrittori d’ogni genere, talora geniali e talora autoproclamantisi tali. Per chi sta su quel ponte di comando, gli scrittori rischiano di essere una massa, una ciurma, una categoria, come i professori universitari, gli operai, i postelegrafonici, gli iscritti all’uno o all’altro albo professionale.
Lo scrittore è – dovrebbe essere – chi scrive un libro o una pagina perché ha necessità di farlo. Invece, nel mondo – alle cui pompe nel Battesimo si rinuncia, ma poi pure i battezzati se ne dimenticano – è scrittore chi produce libri, come il gelataio produce gelati. Ciò che importa, in entrambi i casi, non è sempre la qualità e ancor meno la profondità dell’esperienza.
La figlia – in quel momento non più figlia, ma persona che sa veramente leggere – capisce che quel libro, a prescindere dal legame che la lega all’autore, è un vero libro, il libro di uno scrittore, che l’ha scritto in assoluta libertà e necessità. Uno scrittore, ossia qualcuno che ci fa sentire le cose, ci riporta in mano la
loro irripetibile unicità e la familiarità o estraneità col nostro essere; che ce le fa scoprire in una luce nuova. La scrittura è un fare, poiein; creatività imprevedibile e non programmabile ma anche umiltà e concretezza del mestiere, precisione dell’artigiano, etica del “buon” lavoro, premessa necessaria al “bel” lavoro, che viene dato in sovrappiù.
Un tale scrittore è Giuseppe Sgarbi, riconosciuto da quella particolare lettrice nel suo primo libro Lungo l’argine del tempo, e lo è ancora di più in questo suo secondo libro, Non chiedere cosa sarà il futuro. Un vecchio signore ricorda, racconta, riflette, in una prosa classica e affascinante, piana e percorsa da echi e risonanze, come ogni classicità. Coglie irripetibili e fugaci istantanee e il musicale fluire del tempo, di un lungo tempo, almeno per la misura umana. Il tempo della sua vita, ma lo scrittore – probabilmente senza proporselo e forse senza accorgersene – lo trasferisce nel tempo della nostra vita, della vita stessa. Giuseppe Sgarbi è uno scrittore e un uomo autorevole, che non dà confidenza ma non gioca con alcun segreto. Nomina le cose, fa vivere le persone e i fatti, con tacito amore e tranquillo riserbo.
Una personalità – e una penna – ricca di tenerezza e istintivamente incline a incutere soggezione. Il suo sguardo ha la spregiudicatezza di chi è libero da idoli, convenzioni, retoriche e non ha paura di guardare in faccia la morte, la guerra, il disincanto di tutte le cose. Ma il suo sguardo è soprattutto quello del rispetto, che Kant considera la premessa di ogni virtù e che sembra sempre più raro.
Giuseppe Sgarbi si toglie il cappello dinanzi alla vita, alle persone, alla realtà, come si fa o si faceva una volta – lo dice una sua forte pagina – dinanzi a un funerale. Ciò non gli impedisce, quando occorre – sempre con grande stile e con la buona educazione di un tempo, ma con temibile energia – di prendere la vita per il bavero. La sua personalità, decisamente forte, non prevarica sulla realtà. Coglie in pochi tratti i lineamenti e l’anima delle persone, offre ritratti straordinariamente intensi di tante figure. Ad esempio – ma è solo un esempio fra i molti – il rapido e deciso colpo di falcetto col quale lo zio Settimio taglia di netto la canna – la canna grega – trasformandola, nella fantasia del ragazzo e del vecchio che rammemora, nella micidiale cerbottana di una Tigre della Malesia. Anche per me Salgari è stato fondante, ne conosco passi a memoria e mi piacerebbe sfidare Giuseppe Sgarbi e vedere chi di noi due se lo ricorda di più.
Questo rispetto include pure le cose, umili e insostituibili, eterne nel loro istante: le camicie, le scarpe, la canapa di cui, come del maiale, non si butta via niente e la cui macerazione viene descritta con una precisione che è onestà morale verso la realtà e senso poetico dei suoi significati umili e tenaci.
La stessa attenzione è dedicata a realtà più fuggitive e inafferrabili: ai diversi silenzi, ai colori e ai rumori del silenzio e ai loro legami con la quiete leopardiana, ai suoni delle parole scritte e lette nei libri e immaginate nella voce che le dice. Le pagine più alte, sempre asciutte, oggettive – forse inconsapevoli di essere poesia – ritraggono persone, uomini e donne irripetibili e uniti in un coro semplice e  universalmente umano; il lavoro domestico, in cucina e sui campi, le ciacole la sera, il filo della vita quotidiana affidata soprattutto alle donne, presenza sommessa ma intensa nel libro. La semplicità e la ripetizione quotidiana vengono periodicamente investite da tempeste della natura e della storia, dall’alluvione con cui il fiume “dichiara guerra al mondo” o dalla guerra vera e propria, in cui – è uno dei passi più alti del libro – la parola che si sente risuonare di più è “casa”. La casa lontana, distrutta, perduta, ritrovata.
[…]

(Riproduzione riservata)

© Skira

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La scheda del libro

Giuseppe Sgarbi –  Non chiedere cosa sarà il futuro (Prefazione di Claudio Magris)

Giuseppe Sgarbi torna con un nuovo libro appassionato e intenso, una profonda riflessione sullo scorrere del tempo e dell’esistenza: il bilancio di una vita vissuta con passione e intensità, gli incontri importanti come quelli con Giorgio Bassani e Valerio Zurlini, si fondono a scene sfiorate, immaginate o solo vagheggiate, dando vita a una riflessione – allo stesso tempo lieve e profonda – sulla memoria, lo spazio e il senso delle cose.
Giuseppe “Nino” Sgarbi (novantaquattro anni, oltre sessanta dei quali trascorsi nella sua casamuseo, cenacolo di scrittori, artisti e personalità della cultura) tesse, in un delicato gioco di rimandi fra passato, presente e futuro, le tre correnti che sono state vento alla vela della sua vita: l’aria – la passione per il volo, la caccia, il cinema; l’acqua – il fiume, la pesca, il mare; il pensiero – i grandi incontri con i libri e la poesia, ma anche con alcuni tra i protagonisti della scena culturale del Novecento.
Come scrive Claudio Magris nella prefazione, “I toni tragici non si addicono alla ferma dignità di un vecchio signore familiare con la ruvida terra e l’acqua del fiume, ma sempre attento alle buone maniere. Sarebbe bello potergli assomigliare, almeno un pochino…”.

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Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio ed Elisabetta, per quasi mezzo secolo ha esercitato la professione di farmacista nella campagna tra Veneto ed Emilia.
Con Skira ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Lungo l’argine del tempo. Memorie di un farmacista (2014, vincitore del Bancarella Opera Prima e del Premio Internazionale Martoglio).

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© Letteratitudine

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