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MORIRE SENZA SALUTE

ottobre 24, 2016

Morire senza salute di Gabriele Pagliariccio introduzione di Luigi CiottiPubblichiamo un estratto del volume MORIRE SENZA SALUTE di Gabriele Pagliariccio (Dissensi) – prefazione di Luigi Ciotti

Morire senza salute è morire senza aver diritto ad una assistenza sanitaria adeguata e gratuita. Nella maggior parte del mondo questo diritto è usurpato, drammaticamente negato: si è condannati a morire sulla porta di un ospedale se non si hanno i soldi con cui pagarsi le cure.
Anche in Italia il diritto alla salute, che dovrebbe essere costituzionalmente tutelato, si sta dissolvendo sotto i colpi della spending rewiev in mezzo ad una pressoché totale indifferenza. Anche nel nostro Paese l’obiettivo finale è la privatizzazione. Un obiettivo che le tesi proposte in questo libro vogliono sfatare perché la cura è un diritto che non può essere mercificato.
In questo contesto è interessante il percorso virtuoso dell’Ecuador, un Paese che, vincendo il paradigma liberista, sta compiendo un cammino verso la costruzione di una sanità pubblica.

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Da Morire senza salute – Gabriele Pagliericcio* (prefazione di Luigi Ciotti, © Dissensi edizioni 2016, pp. 156, 12 euro)

La storia contemporanea dell’Ecuador inizia il 15 gennaio 2007 con l’insediamento a Palacio Carondelet del nuovo presidente della Repubblica, l’economista Rafael Correa. […]
Correa introduce un vero e proprio welfare assistendo la parte più povera della popolazione. […]
Nell’era Correa aumenta sino al 10% la percentuale d’investimenti pubblici rispetto al PIL e raddoppia la spesa sociale. Questo permette di compiere concreti passi avanti per il conseguimento di obiettivi quali l’istruzione gratuita a tutti i livelli e l’accesso all’assistenza sanitaria gratuita per tutti i cittadini. […]
L’architrave su cui poggia questo radicale rinnovamento dello Stato ecuadoriano è la nuova Costituzione, che ha una notevole portata innovativa per il riconoscimento dei diritti umani, dei diritti della naturali della persona, della pluralità e delle diversità culturali.
In particolare[…] si definisce lo sviluppo sociale del Paese secondo i criteri del buen vivir, producendo beni, mantenendo le infrastrutture e assicurando i servizi pubblici.

 

Operazione Mato Grosso: un modello di Stato sociale?
È molto difficile per me parlare dell’Operazione Mato Grosso (OMG) nonostante oltre 14 anni di frequentazione, ne è semplice offrirne un quadro esauriente o spiegare quali siano i principi che la animano.
Il solo denominatore che accomuna i ragazzi dell’OMG è il totale ed incondizionato aiuto verso i poveri e gli indigenti. Fra loro non c’è ideologia, tantomeno colore o appartenenza politica che li accomuni, nessun riconoscimento dello Stato o della Chiesa, solo tanta libertà di idee senza necessariamente doversi riconoscere in una fede. Neanche l’ombra di uno statuto scritto o di una qualche gerarchia che possa legittimare un qualsivoglia potere verticistico al suo interno: il potere viene riconosciuto all’autorità morale che i ragazzi identificano in chi si impegna maggiormente.
Una sorta di primato morale e spirituale è riservato a padre Ugo De Censi, il sacerdote salesiano da cui è partita l’OMG alla fine degli anni ’60 e che continua, nonostante l’età avanzata, a guidarne la missione.
Sia chi decide di fare gruppo in Italia (per aiutare le missioni in America Latina) sia chi parte per fare missione (verso il Perù, l’Ecuador, il Brasile o la Bolivia) sa che non avrà nessun compenso, assicurazione o copertura pensionistica: tutto si dà per i poveri senza ipotizzare alcun tipo di ritorno.
Insomma, un principio di libertà totale specialmente ideologica, seppure una radice si possa ritrovare nei principi dell’educazione salesiana risalenti a Don Bosco.
[…]

L’OMG si occupa di molte attività riconducibili sostanzialmente alla promozione sociale della popolazione indigena (salute, lavoro, istruzione) in alcuni paesi dell’America Latina: Perù, Ecuador, Brasile, Bolivia.
Le opere consistono in ospedali, ambulatori, asili,scuole professionali, case per bambini in affido, strutture sanitarie per portatori di handicap o per anziani non autosufficienti, ecc.. Tutte iniziative al servizio dei più deboli, rivolte ai poveri e localizzate in aree impervie e disagiate, spesso sulle Ande in zone montuose ad altitudini notevoli (molte volte al di sopra dei 3.000 metri) e scarsamente collegate. Il tutto gestito da una miriade di ragazzi e famiglie italiane che dedicano la loro vita a questi progetti.
In pratica, lì dove l’OMG è presente si viene a costruire una sorta di rete sociale che supplisce a ciò che lo Stato non sa assicurare. In quei contesti – pensiamo ai villaggi dei campesinos a 3000-4000 metri di altezza, dove vige un’economia di sussistenza legata esclusivamente ad una risicata agricoltura ed alla pastorizia – non esiste alcun tipo di welfare state: non una sanità pubblica, non copertura pensionistica, nessun tipo di assistenza all’handicap e istruzione solo per chi ha di che pagare. In questi contesti i ragazzi dell’OMG aspirano a creare una sorta di Stato sociale cercando di impostare una serie di
servizi alla persona che supportino gli indigenti dalla nascita sino al termine dell’esistenza.

 

L’Ospedale di Zumbahua
In questo ambito di attività sociali si inserisce l’ospedale “Claudio Benati” (HCB) di Zumbahua.
Zumbahua è una cittadina situata a 3.600 metri di altezza, sulle Ande dell’Ecuador nella regione del Cotopaxi.
È al centro di un comprensorio andino situato fra i 3000 ed i 4000 metri di quota, dove sopravvive una popolazione di campesinos che si dedica ad una pastorizia poco redditizia o ad un’agricoltura di sostentamento. A quell’altezza si possono coltivare poche cose: orzo, fava, patate e poco altro sino ai 4000 metri oltre i quali si trova soltanto il paramo (una specie di pascolo di alta quota).
In questo contesto nel quale nonostante gli sforzi del governo la povertà e le difficoltà sociali sono ordinarie, la salute spesso rappresenta un lusso che i campesinos non possono permettersi.
Nell’ospedale dell’OMG possono invece curarsi tutti senza alcuna discriminazione, tantomeno economica: è richiesta una piccolissima somma di denaro per accedere all’ospedale come forma di serietà, ma anche chi non ha niente può comunque fruire delle cure. Nessuno viene
mai rifiutato.
[…]
Ma la storia dell’ospedale è bellissima ed entusiasmante […]

Un trentino verace (Mauro Bleggi), un turista per caso (Claudio Benati) ed un medico rurale (David Chiriboga) sono le anime fondatrici dell’Ospedale.
I ricordi di Mauro sono entusiasmanti e ci guidano nel contesto sociale e culturale della regione del Cotopaxi, in cui circa 30 anni fa nacque l’ospedale Claudio Benati.
All’inizio dell’attività dell’Operazione Mato Grosso in Zumbahua era evidente una realtà sanitaria molto precaria.
Solamente dal 1967 la popolazione fu liberata dal sistema schiavista delle aziende agricole. È stato l’anno in cui si è applicata la riforma agraria per l’azienda di Zumbahua (33.000 ettari), con l’assegnazione della terra suddivisa
in parte ai singoli ed in parte alla proprietà comunitaria. I campesinos acquisirono la terra, la libertà di gestirsi, ma continuò l’emarginazione. I servizi sociali, quali sanità e istruzione, erano minimi non solo per l’assenza dello Stato ma anche, e forse soprattutto, per il momento delicato di transizione fra la schiavitù e l’autodeterminazione.
Con un certo timore direi che notavamo il rifiuto e l’odio verso tutto quello che veniva dall’esterno, veniva dal “bianco” ed allo stesso tempo il desiderio di avere gli stessi benefici, abbandonare il “poncho” come metafora per non
essere più degli indigeni disprezzati.
[…]
Traspare in modo netto come Mauro, in quegli anni, compia un’analisi profonda dei bisogni dei campesinos cercando di comprendere le radici culturali del loro disagio, finanche quelle della loro stessa lingua.
[…]
Il lavoro sul territorio ci è stato utile perché ci ha fatto scoprire condizioni di povertà ed abbandono e ci ha permesso di scoprire le cause di molte patologie prima attribuite a credenze, superstizioni o rivalità mentre in realtà si trattava di una resistenza verso una pratica sanitaria innovativa e diversa.

(Riproduzione riservata)

© Dissensi edizioni
 

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Morire senza salute di Gabriele Pagliariccio introduzione di Luigi CiottiMORIRE SENZA SALUTE – Approfondimenti sul libro

La salute […] non è semplicemente assenza di malattia o infermità, è un diritto umano fondamentale […] il raggiungimento del maggior livello di salute possibile è un risultato sociale estremamente importante in tutto il mondo, la cui realizzazione richiede il contributo di molti altri settori economici e sociali in aggiunta a quello sanitario

Dichiarazione di Alma Ata sull’assistenza sanitaria primaria, 6-12 settembre 1978

Esiste una medicina non impassibile, non distante, non ridotta a tecnica d’intervento. Una medicina che non dimentica che un “paziente” ha bisogno di essere riconosciuto innanzitutto come persona, e che s’interroga sui meccanismi di esclusione e di povertà all’origine di molte malattie e problemi sanitari.

È la medicina che ispira questo prezioso libro di Gabriele Pagliariccio.

Medico chirurgo, forte di un’esperienza maturata, oltre che in Italia, in Paesi come l’Albania, il Perù, il Bangladesh, la Costa d’Avorio, dove ha operato come volontario, Pagliariccio s’interroga sul diritto alla salute e sulle tante minacce da cui oggi esso deve difendersi.

Luigi Ciotti

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Il diritto alla salute anela una sempre maggiore presa di coscienza al livello individuale e collettivo, una levata di scudi che faccia percepire che la salute non è un articolo di commercio bensì un bene inviolabile.

Questo urgente pamphlet del medico Gabriele Pagliariccio nasce dall’indignazione, dalla rabbia di chi ha visto e toccato con mano come in gran parte del mondo coloro che sono privi della possibilità di pagarsi le cure vengano condannati a morire.

Sono davvero tante le questioni che il chirurgo vascolare anconetano affronta. Dopo un coinvolgente excursus storico sulla modernizzazione del concetto di salute, l’autore prende in esame le pertinenti dichiarazioni giuridiche internazionali, tutte di elevato spessore socio-culturale, che regolano la salute, rimaste sotto rilevanti aspetti lettera morta. Approfondisce poi la cosiddetta global health, idea di salute sempre più estesa e complessiva, non unicamente assenza di malattia bensì benessere psico-fisico della persona inserito nell’ambiente sociale, culturale, politico ed economico. A tale idea consegue una concezione di sanità altrettanto ampia, oltre la medicalizzazione e/o ospedalizzazione contingenti, verso un prendersi carico del paziente all’insegna dell’umanità e dell’accudimento.

C’è poi l’analisi dei diversi modelli di welfare sanitari esistenti nel mondo.

Si comincia da quello universalistico di stampo europeo nelle sue due principali declinazioni, il sistema Beveridge, da un lato (in Gran Bretagna, Italia, Spagna, Paesi scandinavi, Olanda e Svizzera, lo Stato è garante di uguali opportunità di salute e cura per tutti utilizzando risorse reperite attraverso la fiscalità generale) e il sistema bismarckiano, dall’altro (in Germania, Olanda e Francia, sono obbligatorie le assicurazioni sociali che finanziano la spesa sanitaria); si passa poi all’universalismo russo del sistema Semashko, contraddistinto da una rigida centralizzazione statale della sanità; si va quindi a esempi di organizzazione sanitaria rigidamente privatistica come quella degli USA, a gestioni ibride, talvolta ancora piuttosto confuse (Paesi BRIC – Brasile, India e Cina), fino alla versione universalistica centro e sud-americana di Cuba e dell’Ecuador.

C’è naturalmente un approfondimento sul sistema italiano dove il diritto alla salute è costituzionalmente sancito dall’articolo 32 quale “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività”. Coerentemente a ciò vige un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) entrato in vigore nel 1980, un patrimonio enorme di tutele che va però dilapidandosi da decenni per diversi motivi. Uno dei quali è la controversa attuazione della riforma degli anni Novanta. Riforma caratterizzata da: una fortissima regionalizzazione della sanità – che nei fatti ha portato alla perdita di uniformità nei servizi sul territorio nazionale aumentando vertiginosamente il divario tra regioni, ciascuna delle quali detentrice di un proprio piano sanitario derivante da una gestione locale della spesa sanitaria –, dall’aziendalizzazione di USL e ospedali e dalla possibilità per i medici di svolgere la libera professione intramoenia. Tutti elementi inseriti per cercare di assicurare la sostenibilità di un sistema certamente complesso e oneroso come è il SSN ma di fatto a esso profondamente estranei, che hanno agevolato continue intrusioni politiche nella gestione della sanità (le nomine dei dirigenti medici sono spesso espressione di scelte partitiche decise in ambito regionale invece che generate dal merito) e causato abusi e sprechi. A dare il colpo finale ci hanno pensato le sistematiche spending review, provocando un costante transito di considerevoli quantità di fondi dal pubblico al privato e quindi uno spostamento verso una sanità privata, tra l’indifferenza degli addetti ai lavori e la rassegnazione degli utenti-pazienti, quotidianamente depredati del diritto primario di ricevere cure adeguate e gratuite.

La parte conclusiva del libro è dedicata all’Ecuador – Paese che l’autore conosce assai bene – e muta decisamente tono. Proprio nell’Ecuador del presidente Rafael Correa va delineandosi un nuovo paradigma socio-sanitario, al servizio primariamente dei segmenti più bisognosi della popolazione – il cosiddetto “programma di sviluppo umano” –, che ha portato al raddoppio dei fondi per la sanità pubblica. Architrave di questa vera e propria rivoluzione è la nuova Costituzione: approvata da un’apposita Assemblea costituente nel 2008, reputata ormai come una delle più progressiste al mondo, essa è improntata al buen vivir (sumak kawsai in lingua quechua), ossia alla “miglior vita possibile” «che pone persone e madre natura al centro del modello di sviluppo, al posto del PIL» – nelle parole dell’ex ministro della Salute David Eduardo Chiriboga, di cui il libro ospita un’intervista. Il buen vivir è una filosofia affermatasi all’inizio del III millennio come reazione a una serie di problematiche che allora interessavano in modo particolare l’America Latina e in specie le popolazioni autoctone – cambiamenti climatici, depauperamento e sfruttamento selvaggio del territorio e delle materie prime, uno stile di vita occidentale sempre più pervasivo. Si prevede che il benessere del singolo sia possibile solo nel contesto di una comunità che vada oltre l’individuo e che tenga conto dell’ambiente, da rispettare e proteggere come parte stessa della comunità. In tale vitalissimo contesto socio-culturale hanno preso corpo una serie di esperienze positive come quella dei volontari dell’ “Operazione Mato Grosso”, i quali, attraverso alcune incisive iniziative sociali (ospedali, scuole professionali, cooperative), hanno creato una sorta di “welfare state” al servizio dei poveri. In particolare il testo si descrive il ruolo assunto dall’Ospedale Claudio Benati del distretto di Zumbahua (situato sulle Ande a 3800 metri di altezza), che permette ai campesinos di ricevere, senza alcun costo, tutte le cure sanitarie di cui necessitano. Non è un caso che i proventi delle vendite del libro andranno a tale struttura.

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Gabriele Pagliariccio (Corinaldo, Ancona, 1963), chirurgo vascolare, lavora presso l’Azienda Ospedali Riuniti di Ancona. È docente a contratto presso l’Università Politecnica delle Marche e autore di oltre 110 pubblicazioni scientifiche edite su riviste nazionali e internazionali. Dalla fine degli anni Novanta, è costantemente impegnato in numerose missioni umanitarie in Paesi in via di sviluppo (Albania, Bangladesh, Costa d’Avorio, Etiopia, Perù). In particolare da molti anni collabora con i volontari dell’Operazione Mato Grosso presso l’ospedale Claudio Benati di Zumbahua sulle Ande Ecuadoriane.

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