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MIMMO SAMMARTINO racconta IL PAESE DEI SEGRETI ADDII

ottobre 27, 2016

MIMMO SAMMARTINO racconta il suo romanzo IL PAESE DEI SEGRETI ADDII (Hacca edizioni)

di Mimmo Sammartino

mimmo-sammartinoIn principio c’è una storia d’Appennino.
Un sacrificio rituale che si compie in un borgo qualunque. Un posto di malinconia, malato di disfacimento. Un paese del margine e della dimenticanza. Solo un luogo così è capace di riconoscere i prodigi.
È un angolo sperduto della terra, refrattario alla storia e alla geografia. Dove tutt’al più la storia, quando proprio è costretta a lasciarsi intravedere nella sua lontananza, arriva come un’eco fievole che però non risparmia i dolori.

In principio ci sono le ordinarie miserie e i sogni indomabili di una folla di anti-eroi che si guadagnano, con fatica, la dignità di essere nel mondo. Solitudini che qualche volta si prendono per mano in un surreale girotondo di sgomenti e meraviglie.

In principio c’è una terra di fuga.
Ci sono donne e uomini in precario equilibrio sul ciglio dell’abisso, in un estenuante andirivieni tra il posto delle origini e l’altrove. Tra amori e disamori, invidie, rivalità e tradimenti, fratelli che si negano e si ritrovano, padri e figli che si sono perduti. Tra la terra dei vivi e un oltremondo familiare. Domestico, come può esserlo per chi, tra i dimenticati della terra, gioca una partita a carte con la morte a ogni sorgere del giorno.
L’interrogativo che incombe su queste peregrinazioni resta sempre lo stesso: può esistere davvero una terra di ritorno? Nella storia o fuori della storia. Nel tempo della vita negata, o nel tempo sospeso (tempo fuori del tempo). Nel tempo che appartiene all’immaginario. Al mito. Al suo spazio sacro, necessario e impossibile. Il tempo del racconto, luogo nel quale anche la storia trova senso e compimento. Si conferma nei suoi simboli. Nei suoi significati.
Una domanda che resta aperta.

mimmo-sammartinoIn principio c’è la memoria.
Ma una memoria che è campo di battaglia tra ciò che vale la pena ricordare e ciò che invece va dimenticato. Memoria che non volge lo sguardo al passato. Memoria che è immanenza. Presenza. Memoria che abolisce il tempo.

In principio ci sono memorie arruffate che provano a saldare l’antico debito contratto con l’infanzia.
Annaspando fra la polvere e le ragnatele degli oblii, cercano di ritrovare odori, rumori, stupori della stagione del noi-bambini. Percezioni accantonate dalla coscienza ma impresse, come un marchio a fuoco, nelle profondità più recondite dell’anima. Emozioni che ci abitano dentro.
È in quegli abissi che si apre lo spazio del tempo sospeso. Tempo paradigmatico. Tempo dell’assoluto. Dell’eterno.
È lì che voci remote si vestono di racconto: orizzonte metaforico, spazio di libertà che riprogetta il mondo con l’alfabeto dell’incanto. Parola potente, tesa a rendere straordinario ogni apparente ordinario. A renderlo vivo e vero, qui e ora: esiste solo ciò che si racconta.

Ma dove trovano nutrimento i fantasmi che ci affollano i pensieri, con le loro facce strambe, i loro nomi bizzarri, i loro destini bislacchi?
La meraviglia è vederli, piano piano, assumere sembianza dal fango del caos primordiale. Prendere forma e farsi storia.
Il miracolo è accorgersi che quella storia, quei pensieri sghembi di uno, sono diventati storia e pensieri di molti. Immaginari condivisi.
I racconti somigliano a messaggi infilati in una bottiglia che poi viene consegnata allo scorrere della corrente di un fiume. Come una promessa. Come una domanda.
Potrà accadere che qualcuno di quei messaggi si arenerà in qualche anfratto. Si impiglierà fra i rovi. In altri casi invece riuscirà a raggiungere il mare aperto.
Qualche volta resterà chiuso nella sua bottiglia per sempre. Fino a consumarsi. Ma può darsi che qualcuno, da qualche parte, possa accorgersi di quella bottiglia. Possa incuriosirsi di quel biglietto custodito al suo interno e decida di aprirlo. Lo leggerà e se lo imprimerà nel cuore. Così quella storia diventerà anche la sua storia.
È vero che è lo scrittore a infilare il messaggio nella bottiglia. Ma chi lo raccoglie ne diventa padrone quanto l’autore. Perché ogni racconto si conquista il proprio respiro nel gioco della condivisione. Nel suo passaggio di bocca in bocca. Di orecchio in orecchio.
Alberto Moravia ha definito lo scrittore come uno che sale su un albero e a un certo punto quest’albero fiorisce.
La sfida del romanzo è stata anche per me il tentativo di arrampicarmi su una pianta che mi appariva maestosa. Col suo tronco robusto. Con la sua chioma rigogliosa.
Mi arrampicavo a forza di abbracci legnosi, cercando di trovare, fra i suoi rami, un appiglio. Fiducioso in una possibile fioritura. Possibile, non certa.
Quell’albero era per me un albero-padre e patriarca. Era un paese. Un paese che non c’è. Che nessuno può scovare su mappe e mappamondi. Ma un paese che pure è presente.

In principio c’era Pietrafiorita, con le sue glorie e le sue ignobiltà. Un borgo d’Appennino ferito dall’abbandono della sua stessa gente.
In quel margine di mondo vive un padre-ebreo, un patriarca anarchico e disertore. È Geremia, il Senzanome. Così chiamato perché tutta la sua comunità sa bene che egli è morto in una notte di molti anni prima, come attesta inequivocabilmente la lapide piantata nel camposanto. È quest’uomo – questo spettro – che si carica addosso il fardello della colpa e si trascina dietro, come una maledizione, il dono della profezia. È lui che torna a edificare la casa, a piantare la vigna. È lui che impara a leggere il vento.
E c’è un figlio di nome Habel che un giorno fugge per cercare scampo dall’acqua di un fiume che inghiotte i fratelli e spezza il cuore ai loro mancati salvatori.
C’è Giuditta, la bella dagli occhi di oliva. L’amore negato dall’ottusità degli uomini. E c’è Giuditta Seconda, il profumo nuovo, l’abbraccio di carne, il fiato che addolcisce la neve e fa fiorire l’inverno di biancospini.
C’è l’avvenente Rosina, l’aggiustaossa, che dispensa abbracci, con generosa disperazione, alla fauna maschia del circondario. E c’è Michele lo sciancato che, dopo aver perso le gambe in battaglia, ritrova la sua pace fra le gambe frementi di Rosina Battaglia vedova Pace.
C’è Cataldo, il sordomuto, che – dalla sua oasi di silenzio – è capace di stupire quella terra triste con lo splendore dei suoi girasoli. Cataldo che sa accendere di colori il firmamento. Lo scemo del villaggio che salva il paese dagli invasori.
C’è il mago Mingo, mediatore truffaldino tra l’umanità affranta e gli abitatori del paese dei morti. Un veggente-guaritore che – a dispetto dei suoi stessi imbrogli – finisce col farsi carico delle afflizioni dei reietti. E ci sono i rappresentanti locali di un potere sgangherato. Carnefici e vittime nello stesso tempo: don Fulgenzio Ammén e il maresciallo Merluzzo, fratelli per forza, spregevoli per vocazione. Uniti dal disprezzo per quel posto e per la sua umanità negletta.
C’è Catafero, il beone visionario, solitario testimone di apparizioni. E c’è Cristobaldo, il cantastorie, l’angelo delle terre incolte. Miraggio dei burroni, con il suo asino Omero e i suoi cinque cani ammaestrati (tutti chiamati Orazio per non rischiare di dimenticarne i nomi). Cristobaldo che canta la rivolta dei sopraffatti con la sua voce roca, lasciata a rimbalzare fra le pietre e le coscienze.
E ci sono tutti gli altri: zingari, preti, beghine, monache di clausura, musici falliti, mangiatori di fuoco, irriducibili innamorati impotenti.

In principio c’è il sacrificio dei porci scannati a Natale: liturgia sacra e assassina. Scongiuro contro la fame. E c’è il rituale religioso del vino che conforta le labbra secche e le umane malinconie.
In principio c’è un rivolo scarlatto come sangue che sporca la neve come un’offesa. Rigagnolo che si placa in una pozza purpurea, accanto ai sepolcri affilati nella piana del camposanto.
In principio ci sono i destini.
Destini che talvolta si incrociano, talaltra si incurvano in nuove distanze. Destini che pretendono separazione come condizione ineludibile per la ricerca di se stessi. Della propria interezza.
L’umanità ritrovata sta nella differenza che passa tra chi accetta di farsi oppressore e chi non rinuncia all’innocenza. Tra chi pretende di determinare le vite degli altri e chi è disposto a lasciare libero di andare ogni sogno. Ogni utopia. Ogni amore incontrato lungo il cammino. E il figlio e il padre che imparano di nuovo a sognarsi. Il figlio e il padre, sorpresi nell’estremo abbraccio che svela l’abbandono di una pietà capovolta. Orfana del pianto della madre. O dove madre e padre si confondono nello stesso mistero dinanzi al pallore del figlio.
L’umanità ritrovata è custodita nella compassione che allevia la sete nel deserto dell’esistenza.
Così si parte e forse qualche volta si torna indietro.
Così si approda nel paese dei segreti addii.

Tutto questo accade in principio.
Ma quanti sono i princìpi in questa storia?
Molti. Più di quanti se ne possano contare. Più di quelli che si riesca a ricordare.
È stato tutto un ricominciare. A ogni groviglio. Un segreto rinascere, morire, risorgere, rifiorire. Reimparare ogni volta il primo respiro. Il primo sguardo. Il primo passo.
Succedeva la notte quando il mondo s’acquieta e ritrovi il privilegio del silenzio e del vuoto. Come un rassicurante tornare nel grembo.
Era allora che ricominciava a ballonzolarmi intorno la processione dei fantasmi di Pietrafiorita.
Quelli che l’hanno conosciuta successivamente – dopo che quegli anti-eroi si sono conquistati la loro piccola gloria di carta fra le righe di un libro – hanno giurato d’aver intravisto richiami di numerose origini.
Ma, per me, dipanare il filo di quel garbuglio è diverso. Il gomitolo si srotola e mi conduce in un posto che solo io conosco. In mezzo a una danza di ombre dalle sembianze familiari che trattengono i sussurri di Caterina, la nonna narratrice, che continua a suggerirmi le storie più fantastiche che hanno riempito il mio universo bambino.
E poi quelle figure labili bisbigliano altre epopee: le leggende che amava confidarmi il mio amico Peppe (a cui ho voluto dedicare questo romanzo) prima che si congedasse dal mondo senza preavviso.

“Il paese dei segreti addii”, con le imprese tragicomiche della sua scalcagnata comunità di vinti e invincibili, con la sarabanda umana che incastra i destini fra le viuzze fatiscenti di un borgo aggrappato alla montagna, è una pagina che si riempiva a ogni tregua del giorno.
Allora, mentre i fantasmi di Pietrafiorita mi tiravano per la giacca cercando di conquistarsi una riga fra i clangori degli accadimenti, un usignolo veniva a tenermi compagnia col suo canto lieve. Con i gorgheggi concessi da un ramo del cedro secolare che sporgeva davanti alla mia finestra.
Il canto, come un dono inatteso, proseguiva senza pause. Attraversava i silenzi notturni con una nostalgia così solenne che io, ogni tanto, chiedevo ai miei spettri inquieti di pazientare per ascoltare quella musica. Canzone che si intrufolava come un rigagnolo fra le pietre e raggiungeva tutte le altre canzoni che riempivano quei sogni d’Appennino.
È stato così che l’usignolo, con la sua melodia struggente, è entrato nel paese dei segreti addii per concedere il dolore della profezia al Senzanome. Al suo mistero. Al paese antico che adesso s’era fatto abbandono.
A poco a poco tutti se n’erano andati via da quel guscio vuoto che di giorno faceva malinconia e di notte incuteva spavento. Quelli che non erano ancora saliti su un treno, avevano ricostruito la dimora dove la strada sul crinale sospira accasciandosi sui fianchi morbidi della vallata. Soltanto Geremia, il Senzanome, e i suoi cani ringhiosi, avevano resistito su quella cima, dove Pietrafiorita era sorta e continuava a confinare con le nuvole basse”.

Quando calava la sera, tutti i fantasmi di Pietrafiorita si affollavano sulla soglia, mormoravano fra loro parole di lingue indistinguibili, sgomitavano, ridevano,  imprecavano. E bussavano all’uscio.
L’usignolo a quell’ora aveva già intonato il suo canto.
Quando io arrivavo in quel posto, sul confine della furia del giorno, li sorprendevo già lì, pronti a irrompere fra le pagine spoglie. Decisi a prendersi la scena.
Li vedevo, li contavo, li chiamavo per nome. Li prestavo all’alfabeto delle storie.
Non avevo da inventare niente. Alle visioni che venivano a visitarmi, mi bastava aprire la porta.

(Riproduzione riservata)

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mimmo-sammartinoLa scheda del libro

Comincia con un mistero di neve il Natale di Pietrafiorita. Sullo sfondo, un borgo d’Appennino che si spopola. “Il paese dei segreti addii” si fa guscio vuoto nel suo tempo lento e inesorabile. In questo microcosmo, consuma la propria esistenza una umanità di margine: profeti, disertori, mutilati, angeli, zingari, ubriaconi, ninfomani, beghine, sordomuti, sciamani, musici falliti, sbirri, preti, truffatori, cantastorie. Uomini che partono per il mondo e qualche volta ripercorrono la strada a ritroso. E qui che tornano a cercarsi i padri e i figli che si sono perduti. E qui che padri e figli imparano di nuovo a sognarsi. Pietrafiorita resta però lontananza. Sguardo d’Appennino che domanda al destino o alla fortuna se possa ancora esistere una terra di ritorno. Eppure nel villaggio, refrattario a storia e geografia, dove tutto accade come un’eco, non sono risparmiati i dolori: la disfatta del Don, l’8 settembre, l’eruzione del Vesuvio, l’occupazione delle terre, la tragedia di Marcinelle. È qui che il vecchio Geremia, morto molti anni prima (come attesta inequivocabilmente la lapide piantata nel camposanto), può conoscere l’amore. Per gli occhi d’oliva di Giuditta, il sogno negato quand’era solo un ragazzo. E poi, in una fioritura di biancospini, per Giuditta Seconda, l’abbraccio di carne che viene quando il Senzanome ha già imparato a leggere il vento.

Mimmo Sammartino, giornalista, autore di testi di teatro, radio e televisione, è lucano e vive e lavora a Potenza. Ha pubblicato Vito ballava con le streghe (Sellerio editore, 2004), Premio Speciale della giuria per la narrativa al XXXIV Premio Letterario Basilicata, Un canto clandestino saliva dall’abisso (Sellerio editore, 2006), nella triade dei vincitori del Premio Letterario Città di Melfi 2007, Viandanti d’Herculia (Osanna editore, 2004), C’è qualcuno che piange qui? (Il Filo di Partenope, 2008), 17 (Il Filo di Partenope, 2009), Beslan (Il Filo di Partenope, 2009), Il figlio del vino (Il Filo di Partenope, 2013), “Come la via Gluck” nell’antologia La città svelata (Editrice Universosud, 2015). Alla storia di Vito ballava con le streghe è ispirato un percorso letterario che collega
i borghi di Castelmezzano e Pietrapertosa (in provincia di Potenza), i paesi del “Volo dell’angelo”: su un antico sentiero contadino c’è una storia incisa sulla pietra, sussurrata dalle voci di sette totem parlanti.

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