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QUEL NOME È AMORE di Luigi La Rosa (un estratto)

novembre 11, 2016

quel-nome-e-amorePubblichiamo un estratto del volume QUEL NOME È AMORE di Luigi La Rosa (Ad Est dell’equatore)

Mercoledì 16 Novembre, alle 18:00, presso la Sala Eventi della Feltrinelli di via Etnea, Luigi La Rosa presenta Quel nome è amore – Itinerari d’artista a Parigi (Ad Est dell’equatore Editore). Ad affiancare l’autore, l’attrice Nellina Laganà e lo scrittore Massimo Maugeri.

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da QUEL NOME È AMORE di Luigi La Rosa (Ad Est dell’equatore)

raymond radiguet

Non è la prima volta che Jean Cocteau passa la notte in bianco, a inseguire Raymond Radiguet per le strade di Parigi. Non è la prima e non sarà certo l’ultima. Ma stavolta quel demonio irrequieto deve averla combinata proprio grossa. A quella festa c’erano davvero tutti, tutti quelli che contano, e domani l’affronto volerà con la rapidità di una freccia da una bocca all’altra: ne parleranno rapite la principessa Murat e Gabrielle Chanel, lo commenteranno col necessario aplomb i coniugi Beaumont e Serge Diaghilev, ma il più temibile nel rivangare vecchie pastoie sarà Erik Satie, lui sì che non vedrà l’ora di ritirarlo in ballo con Stravinskij, Picasso, Anna de Noailles e Simenon. Cocteau ha l’impressione di udire già intorno a sé l’insorgere osceno di quelle voci, il loro frenetico accavallarsi, sente che compongono un’onda vorticosa, uno tsunami d’ironia e pettegolezzo che gli s’allarga intorno fino a dargli le vertigini.
Per giunta ha camminato nel vento di gennaio, è un freddo sabato sera del 1922, e ha gli occhi rossi di pianto, le giunture doloranti e una stanchezza simile alla febbre gli pesa in corpo. Ha percorso i boulevard a passi lentissimi, alla maniera degli uomini soli, come se avesse perso l’amore, ma sa bene che non è così, pure se le parole del ragazzo, il suo disperato ragazzo, sono state chiare, irrimediabilmente chiare.
Durante la festa, fomentato nascostamente da Constantin Brâncuși, quel maledetto scultore che Cocteau comincia a odiare, a un certo punto Raymond ha intentato una delle sue scenate, alzando la voce in mezzo agli ospiti e minacciando di volersene andare. La serata lo annoiava. Aveva bisogno di fuggir via: da quella gente, da Parigi, forse perfino da lui, che lo aveva sempre amato più di suo padre ma che da qualche tempo lo soffocava con la sua gelosia di amante deluso. Radiguet chiedeva otto giorni di tregua. Non uno di più. Solo quella breve vacanza. Ma ciò che però Cocteau non riusciva a comprendere era perché partire con quell’altro e in una maniera tanto assurda: abbandonando tutti sul meglio, senza valigia, comportandosi da dissennato e mostrandosi più maleducato e capriccioso di un bambino.
Le parole del giovane s’erano attaccate al cuore come ami appuntiti, e in segreto quel cuore doveva aver sanguinato perché lui s’era sentito trafiggere da mille spilli invisibili, che lo avevano costretto a correre appresso allo sciagurato, nella speranza di convincerlo a cambiare idea. Dentro di sé sapeva che sarebbe stato impossibile: quando l’altro decideva qualcosa, qualunque cosa, lui avrebbe potuto dimostrargli d’avere spostato un monte con le dita: non lo avrebbe fatto arretrare di un passo.
Avere vent’anni e la spaventosa intelligenza di un genio non favoriva la morbidezza del suo carattere. Cosa che lui amava e detestava, che lo aveva spinto a sceglierlo nel mucchio, che gli aveva permesso di riconoscerlo come si farebbe con un fiore raro, un bianco giglio un poco deturpato, o una languida camelia, germogliati sulla cresta infelice di una scogliera e venuti su in stagioni di tempeste.
Jean Cocteau, con alle spalle la presenza ingombrante di una madre apprensiva, e una carriera di scrittore affermato da difendere dalla schiera di ammiratori che abitualmente premevano sulle sue giornate, non aveva temuto per lui di spingersi fin sul margine più irto e ripido del dirupo, non s’era risparmiato fatica e pericoli, e solo quando, finalmente, il fiore raro aveva preso a brillare tra le sue dita, doveva essersi reso conto della potenza della sua luce, di quell’abbaglio di giovinezza e pathos che non chiedeva che crescere e mutarsi in incendio, l’inimmaginabile combustione che avrebbe sconvolto la sua esistenza ma che forse avrebbe restituito un senso, un sigillo alla sua arte.
Per Raymond, il suo petit Rimbaud poeta e furfante, Cocteau avrebbe fatto qualsiasi cosa.
Aveva chiuso gli occhi davanti agli inganni, alle sparizioni immotivate, ai tradimenti con le donne.
Per lui aveva dovuto tollerare le lettere insinuanti provenienti dalla sua famiglia, ma questo, l’oltraggio che il mostro gli ha inflitto sotto gli occhi dei suoi amici, difficilmente sarà in grado di perdonarglielo.
Raggiunta la Madeleine, la possente chiesa che nel buio somiglia a un’immensa nave ormeggiata, svolta in direzione del Louvre, e per ripararsi dalla pioggia spinge il pesante portone girevole di un caffè dove non è mai stato. Un ultimo bicchiere gli consentirà di smaltire i tremori rabbiosi della delusione.
Per un istante, l’allucinazione dura giusto un istante, la vista di un adolescente con gli occhialetti e il corpo rattrappito lo illude di averlo ritrovato. È lui, è Raymond Radiguet, non è affatto in viaggio come aveva annunciato, se ne sta a pochi metri da lui ed è certo che tra poco verrà a chiedergli scusa. Gli piacerebbe che andasse così, lo vorrebbe con tutto se stesso, ma sa che questo non è reale. Succede solo nei romanzi, nelle trame che lui inventa. Non nella vita vera. Perciò Cocteau decide d’ignorare lo sconosciuto, inconsapevole di avergli regalato quel barbaglio brevissimo di felicità ed evasione, ed esce nella notte.
L’atmosfera natalizia che ancora impregna l’aria lo raggiunge in viso con la violenza di una sberla.

(Riproduzione riservata)

© Ad Est dell’equatore

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Il libro

quel-nome-e-amoreTornare a Parigi per restituire un libro al proprietario, bello e giovane, intravisto in metrò. Questo il pretesto che dà avvio al viaggio della voce narrane di Quel nome è amore – Itinerari d’artista a Parigi. Il programma si stravolge, però, per alcuni incontri inaspettati che cambiano le rotte iniziali.

Da Raymond Radiguet, amante di Jean Cocteau e novello Rimbaud, morto precocemente appena baciato dal successo, a Renée Vivien, poetessa metafisica, approdata in Francia per sfuggire alla noia e al conformismo, a Carlos Casagemas, intimo amico di Picasso, animato dall’ambizione di divenire pittore ma finito tragicamente appresso a un amore impossibile. Momenti che non si dimenticano, come l’incontro con Simone Thiroux, musa e amante di Amedeo Modigliani, madre del figlio che l’artista non ha mai voluto riconoscere. Due le figure che chiudono il cerchio delle apparizioni: la scrittrice americana Djuna Barnes, impegnata a tradurre in letteratura la tormentata passione per la compagna Thelma Wood, e Frédéric Bazille, artista di grandissimo talento, falciato nella guerra franco-prussiana del 1870. Sei ritratti che si lasciano dietro un mondo di meraviglia e di bellezza, un’eredità che dà voce al ventaglio di scoperte e colpi di scena che il lettore può seguire grazie ai percorsi e alle mappe che li dettagliano. Storie, quelle di Quel nome è amore – Itinerari d’artista a Parigi , che compongono una formidabile guida dei luoghi d’arte e che fanno di Parigi una città senza tempo.

Risultati immaginiLuigi La Rosa, nato a Messina nel 1974, vive da alcuni anni a Parigi occupandosi di narrativa e di editoria. Per la collana Pillole delle Edizioni Bur ha curato diversi testi, tra cui L’anno che verrà, Pensieri erotici e L’alfabeto dell’amore. Ha collaborato con Touring Club alla Guida Verde di Parigi. Per la casa editrice Ad Est dell’Equatore, ha già pubblicato Solo a Parigi e non altrove.

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