Home > Brani ed estratti > NON SMETTO DI AVERE FREDDO di Emilia Bersabea Cirillo (un estratto)

NON SMETTO DI AVERE FREDDO di Emilia Bersabea Cirillo (un estratto)

dicembre 2, 2016

http://www.liguana.it/image1200/_168Pubblichiamo un estratto del romanzo NON SMETTO DI AVERE FREDDO di Emilia Bersabea Cirillo (L’Iguana, 2016), vincitore della XI edizione del Premio Minerva per la letteratura

STELLA FULGENTE

È lei. Dorinà, con i capelli che svolazzano come frange di uno scialle.
Non l’ho mai dimenticata. Dorinà, bellezza al bagno. Stella fulgente. Violetta di terrazzo. La preferita in assoluto. Bella, generosa, credulona, diligente, ripetitiva. Si affezionò a me perché ero diversa da lei. Animo di burro.
Io stavo a leggere tutto il tempo e non m’importava niente del resto, disubbidivo a suor Vittoria, non davo mai retta alle mie compagne, vivevo per i fatti miei. La notte dormivo senza girarmi nel letto mille volte perché, in fin dei conti, il conservatorio di santa Gertrude era solo un posto come un altro. In più aveva quel terrazzo sul mare dove potevamo correre e giocare a mosca cieca.
A casa scavavo fossi. Mi svegliavo da sola, mia madre dormiva fino a tardi e poi usciva senza dire nulla. A scuola andavo quando potevo, la maestra si lamentava della mia sonnolenza, del mio grembiule stazzonato, dei miei capelli in disordine. La mamma ha un lavoro importante, esce presto al mattino e io devo fare tutto da sola, spiegai alla maestra, seccata dai suoi rimproveri. Era quasi la verità.
Mio padre stava sempre fuori, guidava un camion in giro per l’Europa per conto di una ditta di Nocera, quando tornava a casa dormiva due giorni di fila. Era tarchiato e bruno, con la faccia butterata. Ormoni in circolo, chissà con chi se la fa, diceva mia madre.
Ma un bel giorno niente più casa, niente più giardino. Addio fiori e lucertole, grembiuli senza fiocco, capelli scarmigliati. Fui portata in istituto, nessuno della famiglia aveva voluto occuparsi di me.
Dorinà fu la prima bambina che vidi. La odiai subito perché era di una bellezza inconsapevole, latte e miele. Mi si avvicinò, disse il suo nome e mi invitò a giocare. Alla conta del nascondino mi toccò cercarla. Era una cavalletta, una libellula, una lucciola che tentai di abbracciare nel buio del campanile, dove un fetore di muffa e sterco prendeva la gola. Lei guizzò fuori all’aperto, veloce, io restai impalata, cieca per la troppa luce. Arrivò all’angolo del muro che serviva da sponda e gridò: Libere tutte! Le bambine si avvicinarono a lei come api al polline.
Le volevano tutte bene, da suor Vittoria a suor Ermelinda, dalle maestre alle signore della confraternita che le confezionavano maglie di lana. Tutti, anche il bagnino Matteo. Suor Vittoria la teneva per mano. Con me, invece, sorrideva appena e non mi accarezzava mai. Eppure diceva che ai suoi occhi, come a quelli di Dio, eravamo tutte uguali. Bugiarda.
Per farle dispetto divenni amica di Dorinà.
Le raccontavo storie di fantasmi e spiriti che lei ascoltava a occhi spalancati. La notte non dormiva, faceva incubi e chiamava aiuto. Stupida. Allora si infilava nel mio letto, io l’aspettavo. Una trappola da cui non sapeva come uscire quando iniziavo a tormentarla, solleticarla, abbracciarla tanto stretta che non poteva liberarsi. La tenevo ferma accanto a me e la guardavo, ancora una volta al buio, guardavo i suoi occhi e pensavo che, se l’avessi fissata intensamente, un poco della sua bellezza si sarebbe incollata al mio viso, quei capelli sarebbero diventati i miei, e se mi avesse baciata sarebbe venuta fuori la principessa che ero stata un giorno. I calzini neri ai piedi del letto di mia madre mi avevano trasformata in un essere piccolo e brutto, scansato da tutti. Sei brutta come il peccato, mi dicevano. Solo la bellezza poteva salvarmi.
Fummo inseparabili per il tempo che rimasi al convento. Una sorta di compensazione, nero e bianco a giorni alterni. Lei pendeva dalle mie labbra, qualunque cosa dicessi. Io dal suo viso. Era una Madonna, era Santa Gertrude vergine e martire. Cinque anni insieme, io e lei, vicine di letto, vicine di tavola, vicine di tutto, mano nella mano quando si usciva, una accanto all’altra al cinema della domenica, nel coro della chiesa.
Passammo giorni sereni a ingozzarci in cucina accanto a suor Ermelinda, che mi teneva d’occhio ogni volta che mi avvicinavo ai suoi coltelli. Sta buona Angela, diceva, quelli non sono per te. Quanto mi attiravano quelle lame sfavillanti! Erano pepite nella corrente del fiume e io un cercatore d’oro.
Delle altre ragazze ricordo pochissimo, tutte sguardo basso e devozione. Non avevano altre aspirazioni che trovare un marito, mettere su famiglia, avere una casa con le pareti d’oro filato e il tetto di rubino. Ripetevano la parola casa prolungando la c, cccasa, cccaldo cccamino, con tutta la speranza di un fuoco eternamente acceso. Eravamo senza famiglia, diceva suor Vittoria, dovevamo pregare perché la Madonna ce ne trovasse una che ci accogliesse nell’amore e nella carità.A Dorinà piaceva osservare suor Ermelinda che preparava piatti semplici per appetiti infantili, patate fritte, pasta al sugo, cotolette, pan di spagna con la crema al cioccolato per la domenica. Intanto io leggevo Jane Eyre, Cime tempestose, Piccole donne, Piccole donne crescono, David Copperfield, saccheggiavo la biblioteca del convento. Dorinà mi chiedeva come mai stessi sempre con un libro in mano.Quando leggo vivo la vita che vorrei, rispondevo con
l’indice nel libro a segno.E quante vite vorresti vivere?Tutte quelle che posso.Non capiva. A lei bastava la vita che viveva in quel posto umido, tra avemarie e tanta speranza. Io facevo di tutto per rendermi speciale ai suoi occhi. Fingevo di conoscere il mondo, di non aver paura di nulla. Perderla fu un dolore grande.
Che fortuna averla ritrovata, ora.

(Riproduzione riservata)

© L’Iguana

* * *

http://www.liguana.it/image1200/_168Il libro
Un vincolo potente e senza via di scampo unisce le due protagoniste di questo romanzo incalzante. Cresciute insieme dalle suore in orfanotro o, dopo aver smarrito le tracce una dell’altra si incontrano nel posto sbagliato al momento sbagliato, e una raffica di ricordi, slanci e rivelazioni scuote le loro esistenze. Al punto che la placida Dorina, aggrappata al fantasma della madre, decide di tagliare corto e scommettere tutto sul proprio desiderio, mentre Angela, tormentata da un amore devastante, accetta di pagare un prezzo altissimo per riscattare entrambe.
Con una prosa asciutta e precisa, che alterna sapientemente due voci, presente e passato, lingua nitida e piglio dia lettale, Emilia Bersabea Cirillo delinea ritratti esemplari, fallimenti clamorosi, occasioni afferrate al volo, senza perdere di vista il contesto sociale e politico di una provincia del Sud costretta a nuove migrazioni. E mostra che anche quando fuori imperversa una tempesta di neve, il freddo che si insinua sotto la pelle proviene sempre da un luogo profondo e inaccessibile.
Non smetto di aver freddo è vincitore della XI edizione del Premio letterario Minerva.

 * * *

Risultati immagini per Emilia Bersabea CirilloEmilia Bersabea Cirillo, architetta, vive e lavora ad Avellino.
Ha pubblicato Il pane e l’argilla. Viaggio in Irpinia (Filema, Napoli 1999), i racconti Fuori Misura (Diabasis, Reggio Emilia 2001), Premio Chiara 2002, i romanzi L’ordine dell’addio (Diabasis, Reggio Emilia 2005), finalista al premio Domenico Rea, e Una terra spaccata (Edizioni San Paolo, Milano 2010) vincitore del Premio Maiella e del Premio Prata, i racconti Gli incendi del tempo (et al. edizioni, Milano 2013).
Non smetto di aver freddo è vincitore della XI edizione del Premio letterario Minerva.

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: